La tavolata degli sconosciuti
La tavolata degli sconosciuti
La prima
socializzazione fu all’asilo.
Non si
chiamava socializzazione, naturalmente. Nessuno diceva: «Antonio, oggi dalle
nove alle undici socializzerai». Ti mettevano in una stanza con altri bambini,
qualche sedia troppo piccola, matite mangiucchiate e un cavallo di plastica
senza una ruota, e tu dovevi arrangiarti.
Era un
sistema primitivo, ma funzionava.
Poi vennero
le elementari e le medie. Altri bambini, altri compagni, altri mondi.
E dopo i
dieci anni arrivò il prete.
Il prete, a
quei tempi, era una specie di social network con la tonaca. Conosceva tutti,
sapeva chi giocava bene a pallone, chi cantava, chi litigava, chi era timido e
chi aveva bisogno semplicemente che qualcuno gli dicesse:
«Vieni anche
tu.»
Quello della
mia adolescenza si chiamava don Giuseppe Tondo.
Fu
attraverso quel mondo che, oltre ai ragazzi del quartiere, conobbi anche le
ragazze.
Evento di
una certa rilevanza.
Perché fino
a quel momento l’umanità mi era sembrata divisa essenzialmente fra compagni di
scuola, parenti e adulti che ti chiedevano:
«E tu, da
grande, che vuoi fare?»
Poi
improvvisamente comparvero le ragazze e la faccenda si complicò
meravigliosamente.
Vennero
l’Associazione, la radio, le riunioni. Luoghi dove ci si incontrava senza
bisogno di avere un motivo preciso.
Bastava
esserci.
Nel 1992
arrivò un altro prete, don Oronzo Margiotta, che creò un gruppo di adulti.
Anche lì ci
incontravamo.
Ci
incontravamo.
È una parola
sulla quale oggi bisognerebbe soffermarsi.
Perché nel
frattempo abbiamo inventato strumenti straordinari per comunicare con chiunque
e rischiamo di non sapere più dove andare per incontrare qualcuno.
Abbiamo
cinquemila amici e nessuno a cui chiedere:
«Mi passi il
pane?»
Mettiamo un
cuore sotto la fotografia di uno sconosciuto in Australia, ma sull’ascensore
evitiamo accuratamente lo sguardo del vicino del terzo piano.
Poi un
giorno scopro una cosa chiamata Tavolata degli Sconosciuti.
Il nome è
magnifico.
Sembra il
titolo di un romanzo giallo.
Persone che
non si conoscono arrivano in un ristorante, si siedono insieme, mangiano,
parlano.
La formula è
semplice: arrivi, ti presenti, rompi il ghiaccio, ceni, conversi, incontri
altre persone.
Insomma,
quello che abbiamo fatto per qualche migliaio di anni.
Solo che
adesso bisogna organizzarlo.
E pagarlo.
Ed è qui che
mi viene un pensiero.
Forse
abbiamo costruito una società talmente efficiente nel produrre individui soli
da aver creato anche il mercato per farli incontrare.
Prima c’era
l’asilo.
Poi la scuola.
Poi il
quartiere.
Poi il
prete.
Poi
l’Associazione.
Poi la
radio.
Qualcuno
apriva una porta e diceva:
«Stasera ci
vediamo.»
Non c’erano
algoritmi, campagne sponsorizzate, prenotazioni online e acconti.
C’era
soprattutto una cosa che oggi sembra diventata rivoluzionaria:
qualcuno
aveva voglia di mettere insieme le persone.
Per il
piacere di farlo.
Oggi,
invece, anche la solitudine ha scoperto di avere un prezzo.
Hai bisogno
di conoscere qualcuno?
Benissimo.
C’è un
servizio.
Prenota.
Versa
l’acconto.
Ricevi la
conferma.
Presentati
alle 20.30.
Non c’è
nulla di male. Anzi, ben venga chi riesce a creare occasioni d’incontro dove
non ce ne sono più.
Ma il
paradosso resta.
Prima c’era
il prete, adesso c’è il business.
Forse
abbiamo finalmente scoperto che anche l’isolamento è un buon affare.
E allora mi
rimane una domanda, probabilmente ingenua.
Ma possibile
che in mezzo a migliaia di associazioni, circoli, gruppi, enti, comitati,
pagine Facebook e chat WhatsApp non ci sia più qualcuno che una sera dica
semplicemente:
«Sabato
mettiamo insieme venti persone che non si conoscono. Ognuno paga quello che
mangia. Al resto pensiamo noi.»
Senza
guadagnarci niente.
Senza
vendere niente.
Senza
trasformare la solitudine in un prodotto.
Solo perché
gli piace vedere le persone che arrivano sconosciute e, dopo qualche ora,
magari si salutano dicendo:
«Ci
sentiamo.»
Prima c’era
il prete.
Adesso c’è il business.
L’isolamento è diventato un buon affare.
Ma possibile
che non sia rimasto nessuno disposto a organizzare un incontro soltanto per
il piacere di far incontrare gli altri?

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