Oggi ascolto Santana
Oggi ascolto Santana
La mia
storia con i Santana comincia nel marzo del 1971.
Facevo la
terza media e frequentavo spesso la casa di mia nonna. Mia madre si faceva
accompagnare lì da papà e io rimanevo con lei. In quella casa c'era anche mio
cugino, che frequentava già le superiori e quindi, ai miei occhi, apparteneva a
quella categoria misteriosa di persone che sapevano già qualcosa del mondo.
Accanto al
suo letto aveva una libreria. C'erano i libri, naturalmente, ma soprattutto
c'erano dei 45 giri.
Per me erano
molto più interessanti dei libri.
Glieli
chiedevo in prestito e lui era generoso: me li dava. Tra quei dischi ce n'era
uno che avrebbe attraversato più di mezzo secolo della mia vita: Santana,
"Oye Como Va / Samba Pa Ti".
Lo portavo a
casa e lo mettevo sul mio giradischi Lesa modello Giava, che papà mi
aveva comprato due o tre anni prima.
Quel 45
giri, pubblicato in Italia dalla CBS nel 1971, metteva insieme due brani di Abraxas,
il disco del 1970 che aveva consacrato Santana. Da una parte Oye Como Va,
la composizione di Tito Puente trasformata da Carlos Santana in una specie di
rito elettrico; dall'altra Samba Pa Ti, quasi l'opposto: una chitarra
che sembra parlare senza avere bisogno delle parole.
Ma c'è un
particolare che per me conta più di tutti i dati discografici.
La luce era
rossa.
Avevo
ricoperto una lampada da tavolo con della carta rossa e ascoltavo quella musica
dentro quella luce. Provate a immaginare un ragazzo di tredici anni, nel 1971,
nel Salento, con un giradischi Lesa, un 45 giri avuto in prestito dal cugino e
una stanza diventata improvvisamente rossa.
Non sapevo
niente di rock latino. Non conoscevo la storia di Carlos Santana, né il Messico
della sua infanzia, né San Francisco, né Woodstock. Non sapevo cosa fossero le
congas, i timbales o l'organo Hammond.
Ma quella
musica la sentivo.
Ed è curioso
che oggi, cinquantacinque anni dopo, mi ritrovi a studiare le canzoni dei
Santana.
Non avrei
mai immaginato di dover entrare dall'interno in quella musica. Perché Santana
non è semplicemente rock con qualche percussione latina aggiunta sopra. È un
incontro di mondi.
C'è il blues,
innanzitutto. Carlos Santana fa cantare la chitarra con note lunghe, piegate,
sostenute, come se dentro ogni nota ci fosse una voce umana.
C'è il rock
psichedelico della San Francisco degli anni Sessanta, quello delle jam,
dell'improvvisazione, dei brani che possono dilatarsi perché la musica non deve
necessariamente arrivare da qualche parte: può anche semplicemente accadere.
C'è il jazz,
nella libertà ritmica e armonica e nel dialogo continuo tra i musicisti.
C'è
naturalmente l'universo afro-cubano e latinoamericano: congas, bongos,
timbales, clave, poliritmie. Il ritmo non accompagna la canzone: diventa uno
dei protagonisti.
E poi ci
sono il soul, il funk, le radici messicane, la musica caraibica e quella
particolare spiritualità sonora che Santana avrebbe sviluppato sempre di più
negli anni successivi.
È per questo
che quando ascolto Santana mi sembra che succeda qualcosa di strano: il
corpo vuole seguire le percussioni mentre la mente segue la chitarra.
Una ti porta
verso terra.
L'altra
sembra voler salire.
Io, però,
dentro quella musica ci metto anche immagini che forse con la storia musicale
dei Santana c'entrano poco, ma con la mia sì.
Ci vedo una
fazenda assolata.
Ci vedo il
Messico immaginato da un ragazzino italiano degli anni Sessanta e Settanta. E,
inevitabilmente, da qualche parte spuntano persino Caballero e Carmencita,
i personaggi creati da Armando Testa per il Caffè Paulista di Lavazza.
«Carmencita,
sei già mia. Chiudi il gas e vieni via.»
Era il
Messico di Carosello, naturalmente. Un Messico inventato dalla pubblicità
italiana.
Santana era
un'altra cosa.
Era il
Messico che incontrava San Francisco, il blues che incontrava le congas,
l'Africa che attraversava i Caraibi, il rock che scopriva di poter ballare
senza perdere la sua forza.
E io tutto
questo, nel marzo del 1971, non potevo saperlo.
Avevo
tredici anni.
Avevo un
giradischi Lesa.
Avevo un 45
giri prestatomi da mio cugino.
E avevo
quella lampada ricoperta di carta rossa.
Oggi studio
Santana perché devo entrare nelle sue canzoni. Le ascolto, le provo, cerco di
capire dove stare dentro quel ritmo.
Ma ogni
tanto lo studio si ferma.
Parte Samba
Pa Ti.
E per
qualche minuto non c'è più niente da studiare.
C'è una
stanza.
C'è una luce
rossa.
E dentro
quella luce c'è ancora quel ragazzo del 1971 che ascolta una chitarra e non sa
ancora che, cinquantacinque anni dopo, sarebbe tornato a cercarla.
E per oggi è
tutto.

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