FACCHINO! FACCHINOOOOOO!!!!

 


FACCHINO! FACCHINOOOOOO!!!!

C'erano parole che un tempo bastava gridare per sentirsi subito più leggeri. Una di queste era «Facchino!».

Alla stazione di Lecce ce n'era uno solo. A Milano, negli anni Sessanta, erano centinaia. Brulicavano sulle banchine come formiche operose, intercettando i viaggiatori con quella domanda che era insieme un'offerta di lavoro e una promessa di salvezza: «Signore, le valigie?».

Indossavano camici neri e cappelli da ferroviere, pur senza essere ferrovieri. Avevano carrelli a due ruote, qualcuno addirittura a quattro, sui quali riuscivano a stipare una quantità di bagagli che avrebbe fatto impallidire un ingegnere della NASA.

Erano artisti dell'equilibrio. Giocolieri della necessità. Facevano danzare le valigie, roteare i pacchi, volare le borse da un carrello all'altro. E tutto questo senza perdere il cappello, il sorriso e, soprattutto, la speranza di una mancia.

Poi è arrivato il progresso.

Che, come spesso accade, ha deciso di risolvere un problema eliminando chi lo risolveva.

Hanno messo le ruote alle valigie e tolto il lavoro ai facchini. Hanno inventato i trolley, quei piccoli animali domestici che ci trasciniamo dietro per aeroporti e stazioni, con le rotelle che si incastrano nei marciapiedi e i manici che si spezzano proprio quando abbiamo più fretta.

Abbiamo facchinizzato le valigie e trasformato i viaggiatori in facchini.

Con una differenza: quelli di una volta venivano pagati per portare i bagagli degli altri. Noi paghiamo per portarci i nostri.

E non sorridiamo neppure.

Perché il facchino non trasportava soltanto una valigia. Trasportava per qualche minuto anche la nostra fatica. E in quel breve incontro fra due sconosciuti c'era qualcosa che nessuna invenzione tecnologica è ancora riuscita a mettere su quattro ruote: una relazione umana.

Magari gli lasciavi cento lire. Magari ti sembravano troppe. Ma lui ti salutava, ti augurava buon viaggio e spariva nella folla, pronto a ricominciare.

Oggi nessuno ci augura buon viaggio, a parte una voce registrata che ci invita a non abbandonare i bagagli.

E pensare che una volta li abbandonavamo volentieri. Nelle mani di un uomo con il camice nero.

Le stazioni ferroviarie erano un circo. E, a ben guardare, lo sono ancora.

Solo che allora c'erano anche i giocolieri.

Adesso siamo rimasti noi, a trascinare le valigie e qualche nostalgia, convinti di essere diventati più liberi perché non dobbiamo chiedere aiuto a nessuno.

Forse il progresso è anche questo: inventare qualcosa che ci permetta di fare da soli ciò che prima ci consentiva di incontrare qualcuno.

E mentre il treno parte, mi sembra ancora di sentire una voce lontana.

«Facchino! Facchinooooo!».

Ma questa volta non risponde nessuno.

Perché il facchino siamo noi.

 

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