Oggi ascolto – Virginio, «Dio nella pioggia»

 


Oggi ascolto – Virginio, «Dio nella pioggia»

Quando il futuro ci ruba la felicità del presente

di Antonio Bruno Pietro

Sono stato a Madrid qualche anno fa. E certe città, quando le lasci, non se ne vanno davvero. Rimangono dentro di te, nascoste da qualche parte, finché una canzone non trova il modo di riportartele davanti agli occhi.

È quello che mi è accaduto ascoltando Dio nella pioggia di Virginio.

Ho sentito subito la Spagna. Quel clima, quelle sonorità, quella particolare maniera di far salire la melodia fino a un punto in cui sembra non poter salire più. E poi precipitare. Come la pioggia, appunto.

Virginio Simonelli ha scritto una canzone che conserva la vocazione melodica italiana e la porta a incontrare sonorità latinoamericane, suggestioni messicane, persino echi mariachi. La produzione del colombiano Jhomer Ríos contribuisce a costruire questo paesaggio musicale. Il brano esiste anche in spagnolo, con il titolo Dios en la lluvia.

Eppure io, ascoltandolo, sono tornato a Madrid.

Non importa che le influenze musicali vengano da altre latitudini. Le geografie delle emozioni non rispettano i confini degli atlanti.

Mi sono immaginato nuovamente a passeggiare per quelle strade, senza una destinazione precisa, cercando qualcosa che forse non avevo neppure riconosciuto quando ero stato lì.

Poi, mentre la musica continuava, è arrivato il pensiero che mi ha trattenuto più a lungo.

Non c'è domani. C'è sempre oggi.

Naturalmente domani arriverà. Ma quando arriverà sarà ancora oggi.

Sembra un gioco di parole. Invece potrebbe essere una delle scoperte più importanti di una vita.

Perché io, per buona parte della mia esistenza, ho vissuto circondato da persone che sembravano avere un'unica preoccupazione: impedirmi di godere del presente in nome di un futuro che nessuno conosceva.

Amavi una ragazza?

Benissimo. Ma poi?

Poi che cosa?

Quando andrete a vivere insieme, come farete? Avrai un lavoro? Guadagnerai abbastanza? Sarete felici? E se non funzionerà?

E chi se ne frega!

Lo posso dire adesso, a sessantanove anni, con una libertà che allora non avevo.

Io amavo quella ragazza. Ero felice quando stavo con lei. La cercavo, la desideravo, mi perdevo nei suoi occhi. E qualcuno, puntualmente, sentiva il dovere di ricordarmi che quella felicità avrebbe dovuto superare un esame sul futuro.

Ma chi aveva stabilito che l'amore dovesse essere sottoposto a un esame?

E soprattutto, chi conosceva le risposte?

Alle ragazze andava persino peggio.

Lui che lavoro fa? Potrà mantenerti? Sarà capace di garantire una vita a te e ai vostri figli?

Come se un uomo dovesse presentare un bilancio preventivo per meritarsi l'amore di una donna. E come se una donna dovesse scegliere il proprio compagno con la prudenza di chi sottoscrive una polizza assicurativa.

Così il futuro entrava nelle storie d'amore e le contaminava.

Il desiderio diventava previsione. La passione diventava prudenza. La felicità diventava un investimento da valutare.

E il presente, quello che stavamo realmente vivendo, scompariva sotto una montagna di domande.

Non erano necessariamente persone cattive, quelle che ci tormentavano con i loro consigli. Spesso erano persone che ci volevano bene. Ma avevano imparato a confondere l'amore con la preoccupazione e la responsabilità con il controllo.

E noi imparavamo da loro.

Imparavamo a non fidarci della gioia.

A sospettare della felicità.

A pensare che, se qualcosa era bello, bisognava immediatamente preoccuparsi di quando sarebbe finito.

Quanta vita abbiamo consumato in questa maniera?

Ascoltando Virginio ho rivisto il ragazzo che ero.

L'ho visto arrampicarsi su pareti ripidissime, cercando continuamente di raggiungere qualcosa che stava più in alto. Ogni traguardo ne annunciava un altro. Ogni conquista apriva una nuova preoccupazione.

Non c'era mai un posto in cui fermarsi.

E quando arrivava la pioggia, invece di lasciarmi bagnare, cercavo immediatamente un riparo.

Forse è per questo che questa canzone mi piace tanto.

Perché la sua melodia sale, si espande, sembra cercare il cielo e poi torna giù, senza perdere la propria bellezza.

Come se anche il precipitare facesse parte della musica.

Come se non fosse necessario rimanere sempre in alto.

Non so se Virginio abbia voluto raccontare tutto questo. E non ho alcuna intenzione di attribuirgli pensieri che potrebbero non appartenergli.

Un autore scrive una canzone. Chi ascolta la incontra con la propria storia.

Ed è proprio lì che accade qualcosa di straordinario: la canzone smette di appartenere soltanto a chi l'ha scritta e diventa anche di chi l'ascolta.

La mia Dio nella pioggia racconta l'angoscia della mia giovinezza. Racconta tutti quei domani che mi hanno impedito di abitare pienamente gli oggi. Racconta le montagne scalate per dimostrare qualcosa e la fatica di chi crede che vivere significhi continuamente prepararsi a vivere.

Ma racconta anche una scoperta.

A sessantanove anni posso finalmente guardare quel modo di vivere senza doverlo giustificare, senza doverlo condannare e senza dover cercare un colpevole.

Posso riconoscere che allora facevo quello che avevo imparato a fare.

E che oggi posso fare diversamente.

Non significa rinunciare ai progetti, ignorare le conseguenze o sottrarsi alle responsabilità. Significa non permettere al futuro immaginato di sequestrare il presente reale.

Madrid mi aspetta, forse.

Forse ci tornerò, forse no.

Ma questa mattina, ascoltando Virginio, ci sono già stato.

Ho camminato per le sue strade, ho sentito quella musica salire verso il cielo e poi scendere come acqua sui tetti.

E mi sono accorto che non avevo bisogno di sapere che cosa sarebbe accaduto domani.

Mi bastava ascoltare.

Mi bastava essere lì.

E a quel ragazzo che per tanti anni ha creduto di dover correre, arrampicarsi, prevedere e dimostrare, oggi riesco finalmente a dire una cosa semplicissima.

Quella vita fatta di ansia per ciò che sarà, quella vita che sacrifica l'oggi sull'altare del domani, non mi piace.

Non mi piace!

E forse la libertà comincia proprio così.

Non quando finalmente sappiamo che cosa ci riserverà il futuro, ma quando smettiamo di pretendere di saperlo prima di concederci la gioia di vivere.

Intanto, fuori, può anche piovere.

 

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