Il tempo dei semi

 


Il tempo dei semi

Prosa poetica ispirata all'universo narrativo

Un giorno sognai di abitare una stanza nella quale la terra aveva preso il posto del pavimento. Non ne fui sorpreso. Mi sembrò, anzi, che fosse sempre stato così, che gli uomini avessero commesso un errore quando avevano deciso di separare le proprie case dai campi, il sonno dalla germinazione, la vita che riposa dalla vita che nasce.

C'era un letto, all'inizio della stanza. Lo lasciai dov'era, perché mi parve giusto che un uomo potesse raggiungere il proprio riposo senza dover attraversare tutto ciò che aveva seminato. Non era un privilegio, né una ricompensa. Era semplicemente il mio posto nel mondo, come ogni seme aveva il suo nella terra.

Cominciai a seminare.

Non tutti i semi erano uguali. Alcuni avevano bisogno del fresco, altri aspettavano il calore. Alcuni sarebbero germinati presto, altri avrebbero chiesto giorni di silenzio e di oscurità. Conoscevo le loro differenze e non desideravo cancellarle. Mi sembrava che la sapienza consistesse proprio in questo: non chiedere a una pianta di diventare un'altra, né a una stagione di anticipare quella successiva.

Sopra le semine distesi una copertura di canne. Gli uccelli avrebbero continuato a volare nel cielo e a cercare il proprio nutrimento, ma quei semi avevano bisogno di tempo per diventare qualcosa che ancora non erano. Li proteggevo senza provare rancore verso gli uccelli. Anche loro appartenevano alla vita, e la vita non conosce colpevoli quando una creatura cerca di sopravvivere.

Poi osservai il terreno e compresi che avrei potuto seminarlo tutto.

Non provai fretta. Non sentii il bisogno di terminare prima del tramonto, né di conoscere il numero delle piante che sarebbero nate. Sapevo soltanto che avrei seminato ogni specie nel momento opportuno e che, quando le piantine avessero raggiunto la giusta dimensione, le avrei portate in pieno campo.

Questa certezza mi diede una serenità che non avevo cercato.

Mi sedetti sul letto e guardai la terra.

Pensai a quanti anni avevo trascorso credendo che la vita dovesse essere compresa prima di essere vissuta, che ogni scelta dovesse condurre a un risultato e che ogni risultato dovesse giustificare la scelta. Avevo spesso guardato ciò che non era germinato, dimenticando ciò che cresceva silenziosamente accanto a me.

Eppure la terra non mi aveva mai chiesto di essere perfetto.

Non mi aveva mai rimproverato un seme rimasto dormiente, né aveva celebrato quello che era diventato una pianta vigorosa. Aveva accolto entrambi, senza giudicarli, continuando a essere terra.

Mi domandai allora se non avessi trascorso una parte della mia esistenza a pretendere da me stesso ciò che non avrei mai preteso da un campo.

Avevo voluto capire tutto, spiegare tutto, qualche volta persino anticipare ciò che ancora non poteva accadere. E invece, in quella stanza, non dovevo anticipare nulla. Bastava sapere quando seminare, quando proteggere, quando attendere e quando lasciare andare.

Fu allora che compresi qualcosa che nessun libro mi aveva insegnato fino in fondo: il seme non germina perché il seminatore lo desidera. Germina quando le condizioni della vita lo consentono. Il desiderio dell'uomo può accompagnarlo, ma non può sostituirsi alla sua natura.

E compresi anche che il trapianto non era una perdita.

Quelle piantine che avevo visto nascere sarebbero andate lontano dal mio letto, oltre la stanza, nei campi aperti al vento e alla pioggia. Non avrei potuto proteggerle per sempre. Avrebbero incontrato il sole, la siccità, gli insetti, le stagioni. Avrebbero vissuto una vita che non mi apparteneva.

E questa idea, anziché rattristarmi, mi riempì di pace.

Perché forse amare qualcosa significa anche preparare il momento nel quale potrà vivere senza di noi.

Guardai ancora il letto, così vicino all'ingresso, così semplice e disponibile. Mi accorsi che potevo distendermi anche se una parte del terreno non era stata ancora seminata. Potevo dormire mentre sotto la terra accadevano trasformazioni che nessuno avrebbe visto. Potevo svegliarmi senza pretendere che durante la notte ogni seme fosse germinato.

Non avevo bisogno di sorvegliare la vita perché la vita continuasse.

Fuori, gli uccelli attraversavano il cielo. Dentro, sotto le canne, la terra custodiva le proprie promesse. E io ero lì, tra ciò che avevo fatto e ciò che ancora non era accaduto, senza sentirmi in ritardo, senza sentirmi in anticipo.

Per la prima volta mi sembrò che il tempo non fosse qualcosa che mi veniva sottratto.

Era qualcosa che mi veniva offerto.

Avevo vissuto abbastanza per conoscere il dolore delle cose perdute, ma anche abbastanza per sapere che non tutto ciò che sembra perduto è stato inutile. Alcuni semi non germinano, e tuttavia appartengono alla storia del campo. Alcune stagioni finiscono senza raccolto, e tuttavia preparano la terra per quelle successive.

Forse anche gli uomini sono così. Portano dentro di sé semine di molti anni prima, desideri che non hanno trovato la propria stagione, possibilità che continuano a vivere in silenzio. E qualche volta, quando ormai credono di conoscere ogni angolo della propria esistenza, scoprono una stanza piena di terra e ricominciano a seminare.

Mi distesi.

Non avevo terminato il lavoro. Non avevo nemmeno cominciato tutte le semine che desideravo fare.

Ma non mancava nulla a quel momento.

La stanza respirava piano, le canne lasciavano filtrare la luce e il mondo, oltre le finestre, continuava il suo cammino.

Chiusi gli occhi con la serenità di chi non deve più dimostrare alla vita di meritare il proprio posto.

E prima di addormentarmi pensai che forse la felicità non consiste nel vedere germinare tutti i semi, ma nel poterli affidare alla terra senza perdere la pace.

Perché la vita non mi chiedeva di essere il padrone della primavera. Mi chiedeva soltanto di esserci, quando fosse arrivata.

Antonio Bruno — 11 ottobre 2026

 

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