Quando la musica raccontava già la storia degli uomini
Quando la musica raccontava
già la storia degli uomini
Dall’Egitto
dei faraoni alla Roma imperiale, un viaggio attraverso le civiltà antiche per
scoprire che la musica, prima ancora di diventare un’arte da ascoltare, era un
modo di vivere, amare, lavorare, pregare e stare insieme.
Articolo
ispirato al giornalismo narrativo e civile, a partire dalle lezioni di
Musicologia e Storia della Musica del professor Massimo Raffa, Università del
Salento, anno accademico 2026–2027.
C'è una storia
dell'umanità che non è stata scritta dai vincitori delle guerre, dagli
imperatori o dai grandi condottieri. È una storia fatta di uomini e donne che
cantavano mentre lavoravano, che accompagnavano i morti nell'ultimo viaggio,
che celebravano l'amore e cercavano, attraverso il suono, di dare una risposta
alle domande più difficili dell'esistenza.
È la storia
della musica.
E forse, per
comprenderla, dobbiamo cominciare proprio da quello che non sappiamo.
Dell'antico
Egitto conosciamo le piramidi, i faraoni, le tombe monumentali, i geroglifici.
Conosciamo persino gli strumenti che gli egizi utilizzavano per suonare. Ma non
sappiamo esattamente come suonasse la loro musica.
Non ci è
arrivata una notazione musicale che permetta di ricostruirne con certezza le melodie,
le scale, le accordature.
È una
circostanza che dovrebbe insegnarci qualcosa anche sul nostro modo di
raccontare la storia: non tutto quello che è esistito ha lasciato una
testimonianza capace di attraversare i millenni.
Eppure
quella musica esisteva.
Nelle tombe
private, a partire dalla IV dinastia, intorno al 2600 avanti Cristo, troviamo
raffigurazioni di arpisti, flautisti, cantanti, danzatrici. Nei banchetti del
Nuovo Regno compaiono arpe, lire, liuti, strumenti a doppia canna. E sopra le
figure, talvolta, i geroglifici conservano i versi dei canti.
Parlavano di
amore, di ebbrezza, della dea Hathor, della bellezza della vita.
I canti
dell'arpista cieco ricordavano la caducità dell'esistenza e invitavano a godere
del tempo disponibile.
Pensateci.
Quattromila
anni fa qualcuno cantava qualcosa che, nella sostanza, potrebbe essere
raccontato oggi da un cantautore.
Il tempo
passa. La vita finisce. E allora bisogna viverla.
Non è
difficile riconoscere in quelle parole la stessa inquietudine che attraversa
tanta musica contemporanea.
La musica,
in fondo, è sempre stata una maniera di fare i conti con il tempo.
Le mani che dirigevano il suono
C'è
un'immagine dell'Antico Regno egizio che merita attenzione.
Accanto a un
arpista compare un uomo che muove le mani. Non suona uno strumento. Non canta.
Eppure partecipa all'esecuzione.
È un
chironomista.
Gli studiosi
ipotizzano che quei movimenti indicassero le altezze dei suoni oppure
scandissero il ritmo. Non possiamo esserne certi, ma la possibilità è affascinante.
Già allora
la musica poteva essere un'attività collettiva, organizzata attraverso gesti
condivisi.
Il suono non
apparteneva soltanto a chi lo produceva. Apparteneva anche a chi lo coordinava,
a chi lo ascoltava, a chi danzava.
La musica
era relazione.
E questa, a
mio avviso, è una delle chiavi più importanti per comprendere la sua storia.
Perché
quando parliamo di musica rischiamo spesso di concentrarci sul talento
individuale, sul virtuosismo, sul successo del solista. Ma dimentichiamo che
per millenni la musica ha avuto soprattutto una funzione comunitaria.
Era qualcosa
che accadeva tra le persone.
La Mesopotamia e una voce che attraversa i millenni
Poi
arriviamo in Mesopotamia.
Qui
incontriamo una testimonianza straordinaria: l'Inno urrita numero 6, dedicato
alla dea Nikkal.
Una
tavoletta d'argilla conserva indicazioni musicali antichissime, la cui
interpretazione rimane oggetto di studio e discussione.
È una delle
testimonianze che permettono di avvicinarci alla musica del mondo antico non soltanto
attraverso le immagini, ma anche attraverso una scrittura.
Naturalmente,
ascoltare oggi una ricostruzione di quell'inno non significa ascoltare con
certezza ciò che ascoltavano gli uomini e le donne dell'epoca.
Significa
ascoltare un'ipotesi costruita dagli studiosi.
E anche
questo è importante.
La
conoscenza non consiste nel fingere di sapere tutto. Consiste nel distinguere
ciò che possiamo documentare da ciò che possiamo soltanto ricostruire.
È una
lezione di storia, ma anche di umiltà.
I Greci e la scoperta che la musica poteva essere
pensata
Con la
Grecia il nostro viaggio assume un'altra dimensione.
La musica
non è più soltanto una pratica sociale, religiosa o artistica. Diventa anche un
oggetto di riflessione filosofica.
Gli aedi e i
rapsodi dell'età arcaica cantavano e declamavano racconti. La lirica monodica e
quella corale accompagnavano forme diverse di espressione poetica. Il teatro
tragico e comico dell'età classica attribuiva alla musica un ruolo essenziale.
Ma i Greci
cominciarono anche a interrogarsi sulla struttura dei suoni.
L'ottava
poteva essere descritta attraverso il rapporto 2:1, la quinta attraverso 3:2,
la quarta attraverso 4:3.
La musica
entrava così in relazione con l'aritmetica, la geometria, l'astronomia.
E nasceva
una domanda destinata ad attraversare tutta la storia della cultura
occidentale: la bellezza musicale appartiene alle proporzioni matematiche
oppure all'esperienza di chi ascolta?
È una
domanda che non riguarda soltanto la musica.
Riguarda il
rapporto tra ragione e percezione, tra ciò che possiamo misurare e ciò che
viviamo.
Perché un
intervallo musicale può essere espresso attraverso un rapporto numerico, ma
quel rapporto non esaurisce l'esperienza emotiva dell'ascolto.
Nelle
testimonianze greche troviamo anche l'omofonia, l'eterofonia, l'uso di
microintervalli inferiori al nostro semitono moderno e due sistemi di
notazione, uno vocale e uno strumentale.
Il papiro
dell'Oreste di Euripide e l'Epitafio di Sicilo ci consentono di avvicinarci a
frammenti di quel mondo sonoro.
Ed è proprio
l'Epitafio di Sicilo a consegnarci un messaggio che sembra scritto per noi.
Il suo testo
invita a risplendere finché si è vivi, a non affliggersi eccessivamente, perché
il tempo dell'esistenza è breve.
Ancora una
volta ritorna la stessa consapevolezza incontrata nei canti egizi.
La vita
passa.
E la musica
prova a renderla abitabile.
Roma: la musica di chi non entrava nei libri di storia
Arrivando a
Roma, il racconto cambia ancora.
Della musica
profana romana non possediamo una notazione che ci consenta di ricostruirne
direttamente il repertorio. Possiamo però studiare quello che i musicologi
chiamano Musikleben: la vita musicale, le sue funzioni sociali, i luoghi e le
occasioni in cui si manifestava.
È forse la
parte che trovo più interessante.
Perché,
accanto alla musica delle cerimonie religiose, delle rappresentazioni teatrali
e delle grandi celebrazioni pubbliche, incontriamo finalmente la musica della
gente comune.
Cantavano
gli artigiani.
Cantavano i
contadini.
Cantavano i vendemmiatori,
i pastori, i rematori.
C'erano i
canti d'amore, quelli di scherno, le canzoni nuziali, le ninne nanne, le
filastrocche, le grida melodiche delle strade.
Ecco una
storia che meriterebbe di essere raccontata molto più spesso.
Quando
studiamo l'antichità, conosciamo i nomi degli imperatori e dei generali, ma
quasi mai quelli degli uomini che lavoravano nei campi.
Non sappiamo
come si chiamasse il contadino che cantava durante la vendemmia.
Non
conosciamo la donna che intonava una ninna nanna per addormentare suo figlio.
Eppure sono
proprio queste persone ad aver costruito, giorno dopo giorno, la vita delle
civiltà.
La loro
musica non era necessariamente destinata a diventare un'opera d'arte.
Serviva a
vivere.
A rendere
sopportabile la fatica, ad accompagnare i gesti ripetuti del lavoro, a
condividere la gioia, a manifestare il dolore.
E mi viene
da pensare ai canti delle nostre campagne meridionali, ai contadini che
lavoravano insieme, alle donne che cantavano durante le attività domestiche, ai
richiami che attraversavano le strade dei paesi. A mia madre che cantava mentre
era intenta alle faccende domestiche.
Non sto
sostenendo che esista una continuità musicale diretta e documentabile tra quei
repertori romani e le tradizioni salentine.
Sto dicendo
qualcosa di diverso: che la necessità umana di accompagnare la vita con il
canto attraversa epoche e società molto lontane tra loro.
Quando il suono diventava potere
Ma la musica
non era soltanto condivisione.
A Roma era
anche uno strumento di organizzazione, di disciplina e di potere.
La tuba, il
cornu, il lituus e la bucina trasmettevano segnali militari. Accompagnavano gli
ordini, le marce, la vita degli accampamenti e le battaglie.
Nel culto
religioso, invece, la tibia accompagnava i sacrifici e poteva avere una
funzione apotropaica: coprire i suoni considerati di cattivo augurio.
La musica
entrava dunque tanto nella vita spirituale quanto nell'organizzazione militare.
È
interessante osservare come lo stesso fenomeno umano, il suono organizzato,
potesse assumere significati tanto differenti.
Poteva
favorire la partecipazione a un rito.
Poteva
accompagnare un gesto d'amore.
Poteva
scandire un ordine militare.
Poteva
sostenere uno spettacolo destinato a migliaia di persone.
La musica
non è indipendente dalla società che la produce.
Ne riflette
le gerarchie, i valori, i conflitti, le aspirazioni.
E talvolta
contribuisce a conservarli.
Dall'intimità del canto alla potenza degli spettacoli
Con l'età
imperiale romana gli strumenti si adattano anche ai grandi spazi.
L'organo
idraulico, l'hydraulis, acquista prestigio e diffusione. La musica accompagna
gli spettacoli dell'arena e del circo. Nel teatro, i cantica costituiscono
parti cantate delle commedie e delle tragedie, mentre la tibia accompagna
l'azione scenica.
Il mimo e il
pantomimo uniscono musica, danza e rappresentazione.
La musica
diventa anche spettacolo pubblico.
È una
trasformazione che suggerisce un confronto con il presente, pur senza
cancellare le enormi differenze storiche.
Anche oggi
convivono due dimensioni.
Da una parte
c'è la musica dei grandi palcoscenici, degli impianti di amplificazione, delle
folle, del successo misurato attraverso i numeri.
Dall'altra
c'è qualcuno che canta in una stanza, magari accompagnandosi con una chitarra,
senza chiedere nulla a nessuno.
Non sono due
musiche necessariamente contrapposte.
Sono due
modi differenti di vivere un'esperienza umana.
E forse il
problema nasce quando finiamo per credere che soltanto la prima abbia valore.
Apollo e Marsia: chi decide quale musica è giusta?
Il viaggio
nelle civiltà antiche si conclude con un'immagine mitologica che contiene una
questione ancora attuale.
La contesa
tra Apollo e Marsia.
Apollo
rappresenta la lira, la misura, l'ordine. Marsia è associato all'aulos, alla
dimensione dell'invasamento, dell'espressione che sembra sottrarsi al
controllo.
Non è
soltanto una competizione musicale.
È anche il
confronto simbolico tra due modi di concepire l'esperienza artistica.
Da una parte
la disciplina, la proporzione, il dominio della tecnica.
Dall'altra
la forza del corpo, dell'emozione, dell'abbandono.
Naturalmente
sarebbe sbagliato ridurre la musica a una scelta tra questi due poli.
La storia ci
mostra piuttosto quanto essi siano continuamente intrecciati.
La tecnica
può consentire all'emozione di esprimersi.
L'emozione
può dare un senso alla tecnica.
Ma c'è una
domanda che vorrei lasciare aperta: quando giudichiamo un cantante, stiamo
ascoltando ciò che riesce a comunicare oppure stiamo verificando quanto
corrisponda al nostro modello di esecuzione corretta?
Perché non
sempre sono la stessa cosa.
La musica appartiene a chi la vive
Alla fine di
questo viaggio, dall'Egitto alla Mesopotamia, dalla Grecia a Roma, mi rimane
soprattutto una convinzione.
La storia
della musica non è soltanto la storia degli strumenti, delle scale, delle teorie,
dei compositori.
È la storia
di come gli esseri umani hanno cercato di dare forma sonora alla propria
esistenza.
Abbiamo
imparato a distinguere gli intervalli, a costruire strumenti sempre più
complessi, a scrivere la musica, a studiarla scientificamente.
Ma abbiamo
continuato a cantare per ragioni che assomigliano sorprendentemente a quelle
degli uomini e delle donne vissuti migliaia di anni fa.
Per amore.
Per paura.
Per
gratitudine.
Per
ricordare qualcuno.
Per
accompagnare il lavoro.
Per
celebrare una nascita.
Per salutare
chi se ne va.
E anche,
semplicemente, per il piacere di cantare.
Questa è
forse la cosa più importante che una lezione di storia della musica può
insegnarci.
Che prima
dei conservatori, dei concorsi, dei teatri, delle classifiche e dell'industria
discografica, c'erano già persone che cantavano.
E che il
valore di quel canto non dipendeva necessariamente dal riconoscimento di
qualcuno.
Dipendeva
dalla vita che riusciva a contenere.
Per questo,
quando ascoltiamo una voce, dovremmo ricordarci che non stiamo ascoltando
soltanto una successione di note.
Stiamo
incontrando un essere umano.
E forse,
dopo cinquemila anni di storia, la musica continua a chiederci soprattutto
questo: non soltanto di essere ascoltata, ma di imparare ad ascoltarci.
Rielaborazione
giornalistica originale basata sul materiale didattico «Civiltà antiche», del
corso di Musicologia e Storia della Musica del professor Massimo Raffa,
Università del Salento, a.a. 2026–2027. Le considerazioni sociali, i confronti
con il presente e le riflessioni conclusive sono interpretazioni editoriali,
non affermazioni attribuite al docente.

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