Il Settantasette: quando una generazione smette di riconoscersi nel futuro
CONVERSAZIONI
CON ANTONIO BRUNO · EPISODIO V
Il Settantasette: quando una
generazione smette di riconoscersi nel futuro
Antonio
Bruno incontra idealmente Massimo D'Alema. L'austerità di Berlinguer, la
cacciata di Luciano Lama dalla Sapienza, la rivolta giovanile, il dissenso, la
violenza, il femminismo e la ricerca di una città futura.
Questa
quinta conversazione è ispirata al capitolo «Nella bufera del Settantasette»
del libro Eravamo comunisti.
Antonio
Bruno conduce il dialogo attraverso le domande dell'epistemologia di Humberto
Maturana e Heinz von Foerster e della fenomenologia dell'esperienza vissuta.
Il tema
centrale è una domanda: che cosa accade quando le istituzioni, convinte di
rappresentare una generazione, non riescono più a comprendere il mondo che
quella generazione sta vivendo?
La
conversazione è una ricostruzione letteraria e interpretativa, non
un'intervista realmente avvenuta. Le risposte attribuite a D'Alema sono
immaginate sulla base del capitolo del suo libro; le interpretazioni filosofiche
sono sviluppate autonomamente.
Il Settantasette: quando una
generazione smette di riconoscersi nel futuro
Una conversazione epistemologica e fenomenologica tra
Antonio Bruno e Massimo D'Alema
1. Berlinguer e l'austerità: chi decide che cosa è
necessario?
Antonio
Bruno: Massimo,
vorrei cominciare dal Teatro Eliseo di Roma. Enrico Berlinguer pronuncia il suo
discorso sull'austerità. Lei è seduto accanto a Franco Rodano, che alla fine
osserva come il segretario comunista sembri un càtaro in un Paese di cattolici.
Mi interessa
questa distinzione.
Berlinguer
parla di austerità come occasione per trasformare la società. Ma molti
lavoratori ascoltano quella parola come un'ulteriore richiesta di sacrifici.
Come può la
stessa parola produrre esperienze tanto differenti?
Massimo
D'Alema: Berlinguer
guardava alla crisi come alla possibilità di costruire un modello di sviluppo
diverso, meno consumistico, più giusto e rispettoso delle risorse. Ma chi aveva
difficoltà ad arrivare alla fine del mese viveva l'austerità come una minaccia.
Antonio
Bruno: Ecco il
primo problema epistemologico.
La parola è
la stessa, ma non lo è il mondo nel quale viene ascoltata.
Per un
dirigente politico, austerità può significare trasformazione.
Per un
operaio, può significare rinuncia a qualcosa che ha appena conquistato.
Vorrei
richiamare Norberto Bobbio, che distingueva il consumo ostentato dei
privilegiati da quello di chi finalmente poteva permettersi una gita
domenicale.
Quando
definiamo qualcosa uno spreco, da quale posizione stiamo osservando?
Massimo
D'Alema: È una
domanda decisiva. Il giudizio cambia a seconda delle condizioni sociali e delle
esperienze.
Antonio
Bruno: E allora
vorrei andare oltre.
Se io
dispongo già di ciò che mi serve, posso considerare superfluo ciò che per un altro
rappresenta una conquista.
Non sto
necessariamente mentendo.
Sto
osservando da una storia differente.
Come
possiamo costruire una politica comune senza trasformare il nostro modo di
vivere nella misura del modo di vivere degli altri?
2. L'austerità e l'ecologia: una previsione non è
un'esperienza
Antonio
Bruno: Berlinguer
intuiva anche qualcosa che oggi appare molto importante: il problema di uno
sviluppo economico che consuma risorse e compromette l'ambiente.
Da agronomo,
questa parte del suo discorso mi interessa particolarmente.
Ma vorrei
distinguere due questioni.
La
sostenibilità di un modello di sviluppo.
E il modo in
cui chiediamo alle persone di partecipare alla sua trasformazione.
È possibile
avere ragione su un problema e sbagliare il modo di affrontarlo?
Massimo
D'Alema: Certamente.
Credo che Berlinguer avesse individuato questioni reali, ma il contesto sociale
rendeva difficile accogliere quella proposta.
Antonio
Bruno: Allora non
basta che una previsione sia fondata.
Dobbiamo
osservare come la rendiamo comprensibile e praticabile.
La questione
ecologica non può essere separata dalla giustizia sociale.
Se chiediamo
sacrifici a chi possiede poco mentre chi possiede molto continua a consumare
senza limiti, quale mondo stiamo costruendo?
Massimo
D'Alema: Un mondo
nel quale il peso del cambiamento ricade in modo diseguale.
Antonio
Bruno: E allora la
domanda etica diventa:
Chi paga il
prezzo del futuro che stiamo promettendo?
Perché non
possiamo considerare giusto un obiettivo soltanto perché lo riteniamo
desiderabile.
Dobbiamo
osservare anche le relazioni e le conseguenze attraverso le quali cerchiamo di
realizzarlo.
3. Il PCI e i giovani: quando non riconosciamo più chi
credevamo di rappresentare
Antonio
Bruno: Lei
racconta che già alla fine del 1976 avvertiva un crescente distacco tra il PCI
e i giovani.
Disoccupazione,
frustrazione, delusione.
Il partito
riteneva di rappresentare il mondo del lavoro, ma una parte crescente dei
giovani lo considerava lontano.
Vorrei
chiederle:
quando
diciamo di rappresentare qualcuno, chi stabilisce se quella rappresentanza
esiste davvero?
Massimo
D'Alema: Il consenso
elettorale è un elemento, ma non basta. Bisogna conservare un rapporto vivo con
le persone.
Antonio
Bruno: Ecco.
La
rappresentanza non è una proprietà che un'organizzazione possiede una volta per
tutte.
È una
relazione che deve continuamente riprodursi.
Possiamo
avere ricevuto un mandato.
Possiamo
possedere una storia.
Possiamo
essere convinti di difendere determinati interessi.
Ma se le
persone non si riconoscono più nel nostro modo di agire, che cosa stiamo
rappresentando?
Massimo
D'Alema: È il
problema che vivevamo nel 1977.
Antonio
Bruno: Allora la
domanda di Maturana è inevitabile:
Come
facevamo quello che facevamo per perdere il rapporto con persone che ritenevamo
parte del nostro stesso mondo?
Non basta
rispondere che i giovani erano cambiati.
Dobbiamo
domandarci come stavamo partecipando anche noi a quel cambiamento.
4. Il 1968 e il 1977: due mondi differenti
Antonio
Bruno: Lei
conclude il capitolo distinguendo il Sessantotto dal Settantasette.
Il primo
nasceva in una società che si modernizzava e nella quale molti giovani
immaginavano un futuro migliore.
Il secondo
si sviluppava dentro la crisi economica e la mancanza di prospettive.
Vorrei soffermarmi
su questa differenza.
Che cosa
cambia nel modo di vivere di un giovane quando il futuro smette di apparire
come una possibilità?
Massimo
D'Alema: Cambia il
significato stesso della protesta. Nel Sessantotto prevaleva la fiducia nella
trasformazione. Nel Settantasette emergevano disperazione e rabbia.
Antonio
Bruno: Ecco.
La
fenomenologia ci invita a considerare il tempo non soltanto come una
successione di date.
Il futuro è
anche qualcosa che viviamo nel presente.
Quando
immaginiamo di poter studiare, lavorare, amare, costruire una famiglia o
intraprendere un progetto, il futuro partecipa al nostro modo di vivere oggi.
Ma quando
quelle possibilità sembrano chiudersi, cambia anche il presente.
Massimo
D'Alema: Per molti
giovani il problema era proprio questo.
Antonio
Bruno: Allora
vorrei formulare una distinzione.
Un giovane
può protestare perché desidera cambiare il mondo che gli viene offerto.
Ma può
protestare anche perché non riesce più a immaginare un mondo nel quale trovare
posto.
I comportamenti
possono sembrare simili.
Le
esperienze vissute sono profondamente differenti.
Come
possiamo comprendere una rivolta se osserviamo soltanto ciò che i giovani fanno
e non il mondo che appare loro possibile?
5. Luciano Lama alla Sapienza: chi aveva ragione?
Antonio
Bruno: Arriviamo
al 17 febbraio 1977.
Luciano Lama
decide di parlare all'Università di Roma, occupata dagli studenti.
Il sindacato
e il PCI vogliono affermare il diritto di manifestare.
Una parte
del movimento considera quella presenza una provocazione.
Scoppiano
scontri violentissimi.
Lei racconta
di essere uscito dall'università con Goffredo Bettini, protetto da alcuni
militanti di Lotta Continua.
Vorrei
partire da una domanda apparentemente semplice.
Chi aveva
ragione?
Massimo
D'Alema: Nessuno
poteva rivendicare il diritto di impedire con la violenza a Lama di parlare. Ma
organizzare quel comizio dentro l'università occupata fu un grave errore
politico.
Antonio
Bruno: Ecco.
Lei
distingue due piani.
La
legittimità di parlare.
L'opportunità
di scegliere quel luogo e quel momento.
Questa
distinzione è fondamentale.
Un diritto
può essere esercitato in un modo che produce conseguenze prevedibilmente
distruttive?
Massimo
D'Alema: Sì. E nel
nostro caso avevamo ricevuto avvertimenti che non furono ascoltati.
Antonio
Bruno: Allora la
domanda epistemologica non è soltanto se la decisione fosse giusta.
È:
Quali
informazioni avevamo? Quali abbiamo ignorato? E perché?
Perché
talvolta non sbagliamo per mancanza di informazioni.
Sbagliamo
perché le informazioni disponibili contraddicono il mondo che desideriamo
conservare.
6. Il comizio e il territorio: una distinzione che
produce conflitto
Antonio
Bruno: Per il PCI,
l'università era uno spazio pubblico nel quale il sindacato aveva diritto di
parlare.
Per una
parte degli occupanti, era uno spazio conquistato attraverso la mobilitazione.
Il luogo
fisico era lo stesso.
Ma il suo
significato cambiava.
Massimo D'Alema: Sì. E la scelta di entrarvi con un
grande servizio d'ordine fu percepita come una prova di forza.
Antonio
Bruno: Ecco la
fenomenologia dello spazio.
Una piazza,
una scuola, un'università non sono soltanto luoghi materiali.
Sono anche
spazi vissuti.
Il
significato che attribuiamo loro dipende dalle relazioni, dalle esperienze e
dalle aspettative.
Ma vorrei
porre una domanda più difficile.
Se riconosco
che l'altro vive quello spazio in modo differente, sono disposto a modificare
il mio comportamento?
Non
significa accettare che qualcuno possa appropriarsi con la forza di un luogo
pubblico.
Significa comprendere
che la legittimità giuridica non esaurisce la complessità della relazione.
7. La violenza e la comprensione: un falso dilemma
Antonio
Bruno: Dopo gli
scontri alla Sapienza, nel PCI emergono due orientamenti.
Uno
considera prioritaria la difesa della democrazia contro i gruppi violenti.
L'altro
insiste sulla necessità di comprendere le ragioni del malessere giovanile.
Lei
appartiene soprattutto al secondo.
Ma vorrei
chiederle:
Perché
dovremmo scegliere tra comprendere e difenderci?
Massimo
D'Alema: Non avremmo
dovuto. Io sostenevo che fosse necessario respingere la violenza e
contemporaneamente affrontare le ragioni sociali della rivolta.
Antonio
Bruno: Ecco.
Comprendere
un comportamento non significa giustificarlo.
Se un
giovane aggredisce qualcuno, la violenza rimane un fatto da contrastare.
Ma se ci
limitiamo a condannare l'aggressione senza domandarci quali condizioni
favoriscano la diffusione di quei comportamenti, rinunciamo a una parte della
comprensione.
Massimo
D'Alema: Era
esattamente il rischio che vedevo.
Antonio
Bruno: Vorrei
utilizzare una distinzione epistemologica.
La
spiegazione morale identifica un comportamento come accettabile o
inaccettabile.
La
spiegazione causale cerca di individuare le condizioni che lo rendono
possibile.
La comprensione
fenomenologica cerca di ricostruire come il mondo viene vissuto da chi agisce.
Sono
operazioni differenti.
Nessuna, da
sola, è sufficiente.
Possiamo
condannare un'azione e nello stesso tempo riconoscere l'umanità di chi la
compie?
8. Il Comitato centrale: quando un partito contiene
due mondi
Antonio
Bruno: Nel marzo
del 1977 Berlinguer le affida la relazione sulla questione giovanile al
Comitato centrale.
Lei propone
di distinguere le componenti del movimento e di non ridurre tutto a un problema
di ordine pubblico.
Subito dopo
interviene Paolo Bufalini, a nome della Segreteria, con un'impostazione molto
diversa, centrata sulla sicurezza.
Vorrei
chiederle:
Come può
un'organizzazione sostenere contemporaneamente due interpretazioni così
differenti della stessa realtà?
Massimo
D'Alema: Perché al
suo interno convivevano sensibilità diverse. Berlinguer volle che entrambe
emergessero.
Antonio
Bruno: E questo è
interessante.
Un partito
non è un organismo che pensa attraverso una sola mente.
È una rete
di conversazioni, relazioni, conflitti e decisioni.
L'unità
organizzativa non implica necessariamente uniformità di interpretazione.
Massimo
D'Alema: Ma in quel
momento la distanza era particolarmente forte.
Antonio Bruno: Allora le domando:
Quando una
comunità incontra un problema nuovo, è più utile eliminare rapidamente le
differenze oppure conservarle abbastanza a lungo da comprenderne il
significato?
Naturalmente
prima o poi occorre decidere.
Ma decidere
non significa necessariamente aver compreso.
E una
decisione può essere formalmente unitaria pur lasciando irrisolte le
contraddizioni che l'hanno preceduta.
9. Berlinguer e i figli: il politico incontra il padre
Antonio
Bruno: Lei
racconta che Berlinguer viveva il conflitto con i giovani anche dentro la
propria famiglia.
Sua figlia
Maria gli rimproverava di non comprenderli.
Il figlio
Marco aveva partecipato a una manifestazione di contestazione del PCI.
Vorrei
fermarmi su questo episodio.
Che cosa
accade quando il dissenso che affrontiamo come dirigenti politici entra nella
nostra casa?
Massimo
D'Alema: Diventa
qualcosa di più personale. Non possiamo più considerarlo soltanto una questione
organizzativa.
Antonio
Bruno: Ecco.
Il giovane
che contesta in piazza può essere classificato come estremista, oppositore o
avversario.
Ma quando
quel giovane è nostro figlio, quelle categorie diventano insufficienti.
Non perché
il comportamento cambi.
Ma perché
cambia la relazione.
Massimo
D'Alema: Berlinguer
era molto tormentato da questa situazione.
Antonio
Bruno: E allora le
pongo una domanda.
Perché
talvolta riusciamo a riconoscere l'umanità di chi dissente soltanto quando
appartiene alla nostra famiglia?
E ancora:
Possiamo
imparare a riconoscere negli altri giovani la stessa legittimità umana che
riconosciamo ai nostri figli, senza per questo approvarne ogni comportamento?
10. «Però sono figli nostri»: la rivoluzione del
riconoscimento
Antonio
Bruno: Lei ricorda
una frase pronunciata successivamente da Berlinguer a proposito dei giovani che
il PCI non riusciva a comprendere.
Dopo aver
riconosciuto che alcuni loro comportamenti erano inaccettabili, aggiunse:
«Però sono
figli nostri».
Vorrei
chiederle: che cosa cambia con questa frase?
Massimo
D'Alema: Cambia il
modo di considerare quei giovani. Non più soltanto avversari o contestatori, ma
persone con le quali esiste un legame storico e umano.
Antonio
Bruno: Ecco.
Questa frase
introduce una distinzione decisiva.
Posso non
condividere ciò che fai.
Posso
contrastare un tuo comportamento.
Posso
considerare inaccettabile la violenza.
Ma non per
questo devo negare la relazione che ci unisce.
Maturana
parla dell'accettazione dell'altro come legittimo altro nella convivenza.
Non
significa approvare tutto.
Significa
riconoscere che l'altro non perde la propria dignità quando è diverso da noi.
Massimo
D'Alema: Era il
senso più profondo del tentativo di mantenere aperto il dialogo.
Antonio
Bruno: E allora la
domanda diventa:
Quale mondo
emerge quando sostituiamo la distinzione amico-nemico con la possibilità di
riconoscere l'altro anche nel conflitto?
11. Luigi Longo e il quadro: che cosa conserviamo
quando tutto crolla?
Antonio
Bruno: Vorrei
arrivare a un episodio che considero uno dei più belli del capitolo.
Lei va a
trovare Luigi Longo a Genzano.
Nello studio
vede un piccolo quadro naïf.
Longo
racconta di averlo comprato a Madrid, quando la guerra di Spagna era ormai
perduta e bisognava fuggire.
Aveva
pochissimo tempo.
E decise di
acquistare un quadro.
Mi interessa
profondamente questo gesto.
Massimo
D'Alema: Colpì molto
anche me. Longo raccontava quella decisione con una naturalezza sorprendente.
Antonio
Bruno: Vorrei
domandarle:
Che cosa
vedeva Longo in quel quadro che noi non possiamo vedere?
Per noi è un
oggetto.
Per lui
poteva essere un ricordo, una bellezza, un frammento di vita da conservare
mentre tutto intorno crollava.
Non sappiamo
quale fosse il suo vissuto preciso.
Ma possiamo
interrogarci sul significato della scelta.
Quando siamo
costretti ad abbandonare qualcosa, che cosa decidiamo di portare con noi?
Massimo D'Alema: Longo portò con sé quel quadro
attraverso una storia personale straordinaria.
Antonio
Bruno: Ecco.
Forse non conserviamo
soltanto oggetti.
Conserviamo
relazioni, emozioni, possibilità di riconoscerci.
E mi
colpisce che un uomo impegnato in una guerra, mentre deve affrontare una
sconfitta, trovi il tempo di scegliere qualcosa di bello.
La bellezza
può essere un modo di conservare la propria umanità quando le circostanze
sembrano ridurci soltanto alla lotta e alla sopravvivenza?
12. Le donne del Settantasette: chi decide chi può
rappresentarci?
Antonio
Bruno: Lei
racconta che nella FGCI le giovani comuniste decisero di eleggere autonomamente
la propria coordinatrice, sottraendo quella scelta alle consuetudini
dell'organizzazione.
Vorrei
chiederle:
Che
differenza c'è tra concedere autonomia e riconoscere l'autonomia?
Massimo
D'Alema: Nel primo
caso qualcuno conserva il potere di autorizzarla. Nel secondo si riconosce la
capacità delle persone di decidere.
Antonio
Bruno:
Esattamente.
Se un
dirigente concede libertà, rimane il soggetto che stabilisce quanta libertà
l'altro possa esercitare.
Ma se
riconosce l'altro come soggetto autonomo, cambia la relazione.
Non si
tratta soltanto di modificare una procedura.
Si modifica
il modo in cui le persone vengono riconosciute.
Massimo
D'Alema: Il
movimento delle donne introdusse trasformazioni profonde nella cultura
politica.
Antonio
Bruno: E allora le
domando:
Come può
un'organizzazione dichiarare di voler liberare gli esseri umani se al proprio
interno conserva relazioni che impediscono ad alcuni di decidere per sé?
Questa
domanda non riguarda soltanto il PCI.
Riguarda
ogni comunità che proclama valori universali senza osservare come li pratica
nelle relazioni quotidiane.
13. Giusi: l'amore e la rinuncia
Antonio
Bruno: A Livorno
incontra Giusi Del Mugnaio.
Nasce una
relazione amorosa.
Lei racconta
che Giusi, per seguire il suo percorso, rinunciò a responsabilità politiche e
intraprese un'altra strada professionale.
Vorrei fermarmi
qui, senza giudicare una scelta che appartiene alla vostra esperienza.
Come
distinguiamo una rinuncia liberamente desiderata da una rinuncia che nasce
dalle aspettative della relazione?
Massimo
D'Alema: È difficile
stabilirlo dall'esterno. Giusi compì le proprie scelte dentro le circostanze
della nostra vita.
Antonio
Bruno: Ecco.
Non possiamo
attribuire a Giusi emozioni o motivazioni che non conosciamo.
Possiamo
però porre una domanda sulle condizioni della scelta.
Quando due
persone si amano, il progetto di vita di una deve necessariamente adattarsi a
quello dell'altra?
E ancora:
Che cosa
accade quando consideriamo naturale che sia sempre una delle due persone a
modificare il proprio percorso?
Non sto
cercando un colpevole.
Sto cercando
di osservare una relazione.
Perché anche
nell'amore possiamo riprodurre modi di vivere che abbiamo appreso senza averli
mai realmente interrogati.
14. Città Futura: il giornale come spazio di
conversazione
Antonio
Bruno: Nel 1977
nasce Città Futura.
Lei affida
la direzione a Nando Adornato e coinvolge giovani intellettuali e giornalisti.
Volete un
giornale aperto, capace di discutere senza trasformare ogni divergenza in una
guerra ideologica.
Vorrei
chiederle:
Un giornale
serve a comunicare ciò che sappiamo oppure a creare le condizioni per scoprire
ciò che ancora non sappiamo?
Massimo
D'Alema: Nel nostro
progetto doveva fare entrambe le cose. Ma soprattutto volevamo aprire un
confronto.
Antonio
Bruno: Ecco.
Un giornale
può essere uno strumento di conferma.
Può
rivolgersi a persone che condividono già le sue convinzioni, rafforzandole.
Oppure può
diventare uno spazio nel quale le convinzioni vengono messe alla prova.
Che cosa
accade quando un lettore incontra un'idea che contraddice ciò che considera
vero?
Può
rifiutarla.
Può
attaccarla.
Oppure può
domandarsi come sia possibile che un'altra persona osservi il mondo in modo
differente.
È qui che
nasce la possibilità di una conversazione epistemologicamente feconda.
15. Il vignettista che prende in giro Lenin
Antonio
Bruno: Lei
racconta che una vignetta di Daniele Panebarco su Lenin provocò reazioni tanto
forti che alcune sezioni del PCI impedirono la vendita di Città Futura.
Vorrei
chiederle:
Perché una
vignetta può apparire più pericolosa di una critica politica argomentata?
Massimo
D'Alema: Perché
l'ironia può mettere in discussione simboli nei quali una comunità riconosce la
propria identità.
Antonio
Bruno:
Esattamente.
Un simbolo
non è soltanto una rappresentazione.
Può
diventare il luogo nel quale conserviamo la nostra appartenenza.
Quando
qualcuno lo mette in discussione, possiamo vivere quel gesto come un attacco a
noi stessi.
Ma allora la
domanda è:
Se la mia
identità dipende dall'impossibilità di ridere di un simbolo, quanto è libera la
mia relazione con quel simbolo?
E ancora:
Una
convinzione diventa più forte quando impediamo di criticarla oppure quando
possiamo sottoporla a critica senza sentirci annientati?
16. Il dissenso: una minaccia o una possibilità di
conoscenza?
Antonio
Bruno: Lei racconta
le polemiche con Giorgio Amendola.
Amendola
rimprovera ai giovani di coltivare illusioni rivoluzionarie.
Lei gli
risponde che non bastano prediche e rimproveri.
Mi interessa
il modo in cui due generazioni osservano lo stesso problema.
Che cosa
vedeva Amendola che lei non vedeva?
Massimo
D'Alema: Amendola aveva
vissuto il fascismo, la guerra, la clandestinità e la ricostruzione. Era molto
attento alla stabilità delle istituzioni.
Antonio
Bruno: E lei che
cosa vedeva che Amendola faticava a riconoscere?
Massimo
D'Alema: Il
malessere di una generazione che non trovava risposte nella politica
tradizionale.
Antonio
Bruno: Ecco.
Non abbiamo
necessariamente un osservatore che vede tutto correttamente e un altro che
sbaglia.
Abbiamo due
storie che rendono visibili aspetti differenti della realtà.
Naturalmente
le loro affermazioni possono essere valutate criticamente.
Ma il
confronto diventa più produttivo quando ci domandiamo:
Quale
esperienza rende comprensibile il punto di vista dell'altro?
Questa
domanda non elimina il dissenso.
Lo rende
conoscibile.
17. Benedetto Petrone: quando la storia diventa un
corpo
Antonio
Bruno: Arriviamo
al 28 novembre 1977.
Bari.
Benedetto
Petrone, diciottenne militante comunista, viene assassinato durante
un'aggressione fascista.
Lei racconta
di aver visto il suo corpo e la madre che lo accarezzava.
Attorno,
donne vestite di nero intonavano lamenti funebri.
Vorrei
fermarmi.
Non sulla
spiegazione politica.
Sul corpo.
Che cosa
accade quando la violenza smette di essere una parola e diventa il corpo senza
vita di un ragazzo?
Massimo D'Alema: Diventa impossibile separare la
politica dal dolore umano. Ricordo ancora quella scena.
Antonio
Bruno: Ecco.
La
fenomenologia ci chiede di non perdere l'esperienza dietro le categorie.
Possiamo
parlare di fascismo.
Di violenza
politica.
Di ordine
pubblico.
Di
responsabilità dello Stato.
Ma nessuna
di queste espressioni restituisce interamente il vissuto di una madre che
accarezza il figlio morto.
Massimo
D'Alema: Fu un
momento di dolore e rabbia profondissimi.
Antonio
Bruno: E allora
vorrei porle una domanda.
Che cosa
accade alla nostra idea di giustizia quando incontriamo direttamente la
sofferenza prodotta dall'ingiustizia?
Forse smette
di essere soltanto un principio.
Diventa una
responsabilità concreta verso persone concrete.
18. Carlo Casalegno: quando il nemico diventa un padre
Antonio
Bruno: Il giorno
successivo alla morte di Benedetto Petrone muore Carlo Casalegno, giornalista
della Stampa, ferito in un attentato delle Brigate Rosse.
Suo figlio
Andrea, militante di Lotta Continua, condanna l'assassinio e critica la
disumanizzazione che può portare a giustificare l'uccisione di un padre.
Vorrei
domandarle:
Che cosa
accade quando una categoria politica viene attraversata da una relazione
affettiva?
Massimo
D'Alema: Andrea
Casalegno fu costretto a confrontarsi con la violenza in una forma tragicamente
personale.
Antonio
Bruno: Ecco.
Il
giornalista può essere classificato come appartenente a un sistema politico
avversato.
Ma è anche
un essere umano.
Un padre.
Una persona
che ama ed è amata.
La violenza
ideologica diventa possibile anche quando riduciamo qualcuno a una sola
categoria.
Non vediamo
più la persona.
Vediamo il
simbolo che le abbiamo attribuito.
Come
possiamo impedire che le nostre convinzioni trasformino gli altri in oggetti
sui quali esercitare la nostra idea di giustizia?
19. Il lago Balaton: quando interpretiamo il desiderio
dell'altro
Antonio
Bruno: Vorrei affrontare
anche l'episodio conclusivo del capitolo, quello del lago Balaton.
Lei incontra
una donna proveniente da Praga.
Non condividete
una lingua.
Comunicate
attraverso sguardi e sorrisi.
Lei
interpreta quei segnali come una possibile disponibilità sentimentale e decide
di raggiungere il balcone del suo appartamento.
Successivamente
viene invitato a lasciare il luogo.
Vorrei chiederle:
Come
possiamo sapere che cosa desidera un'altra persona quando non abbiamo costruito
una comunicazione sufficientemente chiara?
Massimo
D'Alema: In quel
caso mi lasciai guidare da un'interpretazione dei segnali che poteva essere
sbagliata.
Antonio Bruno: Ecco.
Questo è un
problema epistemologico ed etico.
Uno sguardo
non è una dichiarazione di consenso.
Un sorriso
non è una promessa.
Il desiderio
che provo non dimostra il desiderio dell'altro.
Quando
interpreto un comportamento attraverso ciò che desidero, sto conoscendo l'altro
oppure sto proiettando sull'altro la mia aspettativa?
Massimo
D'Alema: È una
distinzione importante.
Antonio
Bruno: E
aggiungerei che, nelle relazioni intime, il riconoscimento dell'altro richiede
attenzione ai confini e al consenso.
Non possiamo
sapere dal racconto quale fosse l'esperienza vissuta dalla donna.
Possiamo
però riconoscere che la nostra interpretazione non basta a stabilire ciò che
l'altro vuole.
Il rispetto
comincia anche dalla disponibilità a non considerare il nostro desiderio una
conoscenza del desiderio altrui.
20. L'ultima domanda: che cosa avrebbe potuto fare
diversamente il PCI?
Antonio
Bruno: Massimo,
vorrei concludere tornando alla sua riflessione sul 1977.
Lei scrive
che il PCI si trovava in una situazione drammatica.
Non poteva
entrare pienamente nel governo.
Non poteva
guidare l'opposizione.
Sosteneva
una politica di solidarietà nazionale che una parte crescente della società non
comprendeva.
E riconosce
che il partito aveva una responsabilità in quella crisi.
Vorrei
chiederle:
Quando oggi
diciamo che avremmo dovuto fare diversamente, stiamo osservando il passato
oppure lo stiamo ricostruendo con le conoscenze che abbiamo acquisito
successivamente?
Massimo
D'Alema: Lo
ricostruiamo inevitabilmente attraverso ciò che sappiamo oggi. Ma questo non
impedisce di riconoscere gli errori compiuti.
Antonio
Bruno: Certamente.
Non voglio
negare la responsabilità storica.
Voglio
distinguere il giudizio retrospettivo dalle possibilità che apparivano
praticabili allora.
Lei stesso
racconta che Berlinguer le disse di comprendere il dramma, ma di non vedere
altre strade.
Che cosa
significa non vedere altre strade?
Significa
che non esistono?
Oppure che
il nostro modo di osservare non riesce a renderle visibili?
Massimo D'Alema: È possibile che alcune alternative
non fossero riconoscibili dentro le condizioni politiche e culturali del
momento.
Antonio
Bruno: Ecco.
Questa è la
domanda che considero più importante.
Non possiamo
pretendere di conoscere un passato alternativo che non si è realizzato.
Ma possiamo
domandarci quali convinzioni, appartenenze e paure restringessero il campo
delle possibilità.
E possiamo
utilizzare questa comprensione nel presente.
Perché anche
oggi, quando diciamo che non esistono alternative, potremmo semplicemente non
riuscire a vederle.
La domanda
non è soltanto: «Che cosa avremmo dovuto fare?».
È:
«Come
stavamo facendo ciò che facevamo, al punto da non riuscire a immaginare altre
possibilità?»
Antonio Bruno — Riflessione conclusiva
Ho attraversato
idealmente il Settantasette cercando di non giudicarlo con la presunzione di
chi conosce già ciò che sarebbe accaduto.
Ho
incontrato una generazione che non riusciva più a immaginare il proprio futuro.
Un partito
che cercava di difendere la democrazia e contemporaneamente perdeva il rapporto
con una parte dei giovani.
Un sindacato
che voleva parlare in un'università e finì travolto da una violenza
inaccettabile.
Un
segretario, Enrico Berlinguer, che avvertiva la profondità della crisi ma non
riusciva a individuare una strada capace di ricomporre tutte le contraddizioni.
Ho
incontrato anche qualcosa di diverso.
Luigi Longo
che, mentre la guerra di Spagna volgeva alla sconfitta, trova il tempo di
acquistare un piccolo quadro.
Le giovani
comuniste che rivendicano il diritto di scegliere autonomamente le proprie
rappresentanti.
Un giornale,
Città Futura, che tenta di costruire uno spazio di conversazione invece
di un nuovo recinto ideologico.
E due
tragedie, quelle di Benedetto Petrone e Carlo Casalegno, che mostrano quanto
possa diventare disumana una politica incapace di riconoscere le persone oltre
le categorie nelle quali le colloca.
Ma
soprattutto ho incontrato una distinzione che considero fondamentale.
Comprendere
non significa giustificare.
Possiamo comprendere
le condizioni sociali che favoriscono una rivolta senza giustificare la
violenza.
Possiamo
comprendere le ragioni di un'organizzazione senza considerare giuste tutte le
sue decisioni.
Possiamo
comprendere le scelte di una persona senza negare le conseguenze che hanno
prodotto.
La
comprensione non elimina la responsabilità.
La rende più
consapevole.
Maturana mi
invita a domandare:
Come faccio
quello che faccio?
Von Foerster
mi invita a osservare l'osservatore.
La
fenomenologia mi invita a ritornare all'esperienza vissuta.
E l'etica mi
chiede di osservare le conseguenze delle mie azioni sulle altre persone e
sull'ambiente.
Da questo
capitolo porto con me una domanda che considero decisiva.
Che cosa
accade quando, per difendere il mondo nel quale crediamo, smettiamo di
ascoltare le persone che in quel mondo non riescono più a vivere?
Forse il
Settantasette ci insegna proprio questo.
Che una
comunità non conserva la propria vitalità eliminando le differenze.
La conserva
quando riesce a trasformare le differenze in possibilità di conversazione.
Quando
riconosce il dolore prima di classificarlo.
Quando
distingue la violenza dal dissenso.
Quando
comprende che il futuro non è qualcosa che qualcuno può imporre agli altri.
È qualcosa
che emerge dalle relazioni che costruiamo nel presente.
E allora
torno a Berlinguer.
Alla sua
difficoltà.
Alla sua
consapevolezza che qualcosa di profondo stava accadendo.
E
soprattutto a quelle parole sui giovani che non riusciva sempre a comprendere:
«Però sono
figli nostri».
Vorrei
allargare questa frase.
Non soltanto
i nostri figli.
Anche quelli
degli altri.
Anche quelli
che non condividono le nostre convinzioni.
Anche quelli
che ci contestano.
Anche quelli
che non comprendiamo.
Perché il
riconoscimento dell'altro non può dipendere dalla sua appartenenza alla nostra
comunità.
Deve nascere
dalla sua condizione di essere umano.
E forse una
città futura comincia proprio da qui.
Non da una
promessa di felicità.
Non da una
rivoluzione annunciata.
Non dalla
certezza di possedere la verità.
Ma dalla
possibilità di vivere insieme senza pretendere che gli altri debbano diventare
come noi per essere riconosciuti.
Antonio
Bruno Pietro
Quinto
episodio delle conversazioni immaginarie ispirate a Eravamo comunisti di
Massimo D'Alema, Feltrinelli. Capitolo 5: «Nella bufera del Settantasette».
Il nucleo epistemologico della conversazione
Quattro
distinzioni attraversano questo episodio:
- Fatto e interpretazione:
l'evento osservabile non coincide con il significato che ciascuno gli
attribuisce.
- Spiegazione e comprensione:
individuare le condizioni di un comportamento non significa giustificarlo.
- Appartenenza e riconoscimento:
possiamo conservare una comunità senza pretendere l'uniformità dei suoi
membri.
- Passato e ricostruzione: ciò
che sappiamo oggi modifica il nostro giudizio su ieri, ma non modifica le
conoscenze di cui disponevamo allora.
La questione
che unisce queste distinzioni è la responsabilità dell'osservatore: quali
possibilità rendiamo visibili, e quali escludiamo, attraverso il modo in cui
interpretiamo gli altri?

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