La memoria non è un archivio: è il modo in cui impariamo a vivere
La memoria non è un archivio:
è il modo in cui impariamo a vivere
Conversazione
immaginaria tra Antonio Bruno e Heinz von Foerster
Un dialogo
epistemologico e fenomenologico a partire da «Memory Without Record» (La
memoria senza registrazione), intervento presentato da Heinz von Foerster il 2
ottobre 1963 alla First Conference on Learning, Remembering, and Forgetting, a
Princeton.
Antonio
Bruno: Professore von Foerster, vorrei cominciare con una domanda
apparentemente semplice: che cosa facciamo quando ricordiamo?
Heinz von
Foerster: Caro Antonio, la domanda è meno semplice di quanto sembri.
Generalmente immaginiamo che ricordare significhi recuperare qualcosa che
abbiamo conservato. Pensiamo al cervello come a un archivio nel quale
depositiamo immagini, parole, avvenimenti e sensazioni. Quando ne abbiamo
bisogno, apriamo un cassetto e ritroviamo ciò che vi avevamo riposto.
Io propongo
di abbandonare questa metafora.
Antonio
Bruno: E di sostituirla con quale altra?
Heinz von
Foerster: Con quella di un sistema che, vivendo, modifica continuamente la
propria organizzazione. La memoria non sarebbe allora il deposito delle
esperienze passate, ma la trasformazione che quelle esperienze hanno prodotto
nel sistema.
Antonio
Bruno: Dunque non ricordo perché conservo il passato, ma perché il passato ha
modificato il mio modo di operare nel presente?
Heinz von
Foerster: Esattamente. E questa distinzione cambia radicalmente il problema
della memoria.
Antonio
Bruno: Mi viene da pensare che, se ciò è vero, non posso incontrare due volte
la stessa persona nello stesso modo. Anche quando la persona è la medesima, io
sono cambiato attraverso le esperienze che ho vissuto tra il primo e il secondo
incontro.
Heinz von
Foerster: È una conseguenza interessante della nostra impostazione. E
aggiungerei che anche l'altra persona è cambiata. L'incontro non è la
ripetizione di un evento precedente, ma una nuova interazione tra sistemi che
hanno una storia.
Antonio
Bruno: Allora il passato non ritorna mai veramente.
Heinz von
Foerster: Non come identica esperienza vissuta. Ciò che chiamiamo ricordo è
un'operazione che compiamo adesso, attraverso un'organizzazione che si è
trasformata nel tempo.
1. La macchina calcolatrice e l'illusione
dell'archivio
Antonio
Bruno: Nel suo intervento del 1963 lei utilizza una metafora molto curiosa: una
gigantesca tavola delle moltiplicazioni. Perché?
Heinz von
Foerster: Per mostrare quanto sia poco conveniente immaginare la conoscenza
come una collezione di risposte già registrate.
Supponiamo
di voler conservare tutti i risultati possibili delle moltiplicazioni tra
numeri di dieci cifre. Avremmo bisogno di un archivio di dimensioni
astronomiche.
Una piccola
calcolatrice meccanica, invece, può produrre quei risultati attraverso
l'organizzazione delle proprie componenti.
Antonio
Bruno: Quindi la macchina non ha bisogno di conservare tutte le risposte,
perché possiede una struttura capace di produrle.
Heinz von
Foerster: Precisamente. L'informazione necessaria per ottenere i risultati è
incorporata nell'organizzazione della macchina.
Antonio
Bruno: Ma una macchina del genere non impara.
Heinz von
Foerster: Ed è proprio questo il limite della metafora. Una calcolatrice
tradizionale esegue operazioni secondo regole prestabilite. Un organismo
vivente, invece, modifica il proprio modo di operare attraverso l'interazione
con l'ambiente.
Antonio
Bruno: Vorrei formulare una domanda epistemologica: quando affermiamo che un
individuo possiede una memoria, stiamo descrivendo qualcosa che abbiamo
osservato oppure stiamo introducendo una spiegazione del suo comportamento?
Heinz von
Foerster: Ecco una distinzione fondamentale. Osserviamo un organismo che
riconosce, anticipa, distingue e risponde diversamente in seguito
all'esperienza. Chiamiamo memoria questa capacità. Ma non dobbiamo confondere
il fenomeno osservato con il modello attraverso cui cerchiamo di spiegarlo.
Antonio
Bruno: In altre parole, la parola memoria non dimostra l'esistenza di un
archivio.
Heinz von
Foerster: Esattamente. Dare un nome a un fenomeno non significa averne spiegato
il funzionamento.
2. Imparare significa modificare il proprio modo di
operare
Antonio
Bruno: Vorrei portare il suo ragionamento nella vita quotidiana. Supponiamo che
io abbia vissuto un'esperienza dolorosa. Anni dopo, incontrando una situazione
simile, provo nuovamente paura. Sto recuperando un ricordo oppure sto operando
attraverso una struttura che quell'esperienza ha contribuito a modificare?
Heinz von
Foerster: Nel modello che propongo, la seconda interpretazione è
particolarmente feconda. L'esperienza ha modificato il sistema, e il sistema
risponde ora secondo la propria organizzazione attuale.
Antonio
Bruno: Allora la paura che sento oggi non è necessariamente quella di allora.
Heinz von
Foerster: Esatto. È un'esperienza presente. Possiamo ricostruirne una storia,
ma non dobbiamo confondere quella ricostruzione con l'esperienza stessa.
Antonio
Bruno: Questo mi porta a una domanda fenomenologica: quando provo paura, dove
si trova il passato?
Heinz von
Foerster: Potremmo rispondere che il passato non deve necessariamente trovarsi
da qualche parte sotto forma di registrazione. Le conseguenze delle esperienze
precedenti partecipano al modo in cui il sistema opera adesso.
Antonio
Bruno: Quindi, quando mi accorgo di avere un nodo alla gola, non sto osservando
direttamente il passato. Sto osservando ciò che accade nel mio corpo in questo
momento.
Heinz von
Foerster: Sì. E quando attribuisce quel nodo a un episodio precedente, compie
un'ulteriore operazione: costruisce una spiegazione.
Antonio
Bruno: Una spiegazione che potrebbe anche cambiare.
Heinz von
Foerster: Certamente. Perché lei stesso continua a cambiare.
3. Perché impariamo? Per anticipare il futuro
Antonio
Bruno: Lei sostiene che l'apprendimento consente agli organismi di formulare
inferenze induttive. Vorrei comprendere meglio.
Heinz von
Foerster: Un organismo deve confrontarsi con un ambiente nel quale gli eventi
non sono interamente prevedibili. Se riesce a individuare regolarità nelle
proprie interazioni, può anticipare alcuni eventi futuri.
Questo
aumenta le sue possibilità di sopravvivenza.
Antonio
Bruno: Quindi la memoria sarebbe orientata al futuro più che al passato?
Heinz von
Foerster: Questa è una buona formulazione della mia proposta. Le conseguenze
dell'esperienza passata consentono al sistema di affrontare ciò che potrebbe
accadere.
Antonio
Bruno: Ma qui incontro un problema. Se utilizzo ciò che ho imparato per prevedere
il futuro, non rischio di vivere un futuro immaginato invece del presente?
Heinz von
Foerster: È una domanda che introduce una distinzione importante. Anticipare
non significa conoscere con certezza. Un sistema che apprende deve confrontare
continuamente le proprie anticipazioni con le nuove interazioni.
Antonio
Bruno: Allora il problema non è prevedere, ma trasformare una previsione in una
certezza.
Heinz von
Foerster: Direi di sì. Un modello può essere utile senza essere una rappresentazione
definitiva del mondo.
Antonio
Bruno: Mi viene in mente una persona che, dopo un'esperienza sentimentale
dolorosa, anticipa continuamente la possibilità di essere ferita. Il suo
apprendimento le permette di riconoscere un pericolo, ma può anche impedirle di
incontrare qualcosa di nuovo.
Heinz von
Foerster: Questa è una possibile applicazione del nostro ragionamento. Una
struttura adattiva può diventare meno adeguata quando cambiano le circostanze.
Per questo l'apprendimento non dovrebbe essere concepito come un processo
concluso una volta per tutte.
Antonio
Bruno: Potrei allora dire che vivere significa continuare a rendere
modificabili le proprie anticipazioni?
Heinz von
Foerster: È una conclusione filosofica interessante. La formulerei così: un
sistema capace di apprendere deve poter modificare il proprio funzionamento in
relazione alle esperienze successive.
4. L'incertezza, l'entropia e l'ordine
Antonio
Bruno: Nel suo testo compare una parte matematica impegnativa. Lei introduce
l'entropia informazionale. Perché è necessaria per parlare di memoria?
Heinz von
Foerster: Perché desidero passare dalla metafora a una descrizione
quantitativa. Se sostengo che un sistema acquisisce organizzazione attraverso
l'esperienza, devo cercare un modo per descrivere l'incertezza e le sue
variazioni.
Utilizzo la
misura di Shannon:
\[
H=-\sum_{i=1}^{n}p_i\log_2 p_i \]
Dove \(p_i\)
rappresenta la probabilità di ciascuno stato possibile del sistema.
Antonio
Bruno: Dunque, se lancio una moneta equilibrata, ho due risultati equiprobabili
e un'incertezza di un bit.
Heinz von
Foerster: Precisamente. Se invece considero un dado equilibrato, l'incertezza è
maggiore, perché esistono sei risultati equiprobabili.
Antonio
Bruno: Ma che cosa accade quando il sistema impara?
Heinz von
Foerster: Possono modificarsi le probabilità dei suoi stati o delle transizioni
tra stati. Il comportamento può diventare più organizzato, e determinate
risposte possono diventare più prevedibili.
Antonio
Bruno: Lei definisce anche una misura relativa dell'ordine.
Heinz von
Foerster: Sì. Nel modello proposto:
\[
Q=1-\frac{H}{H_{\max}} \]
Quando
l'incertezza effettiva raggiunge quella massima, questa misura dell'ordine è
zero. Quando l'incertezza si annulla, la misura raggiunge uno.
Antonio
Bruno: Ma un organismo che impara non diventa necessariamente più prevedibile
in ogni comportamento.
Heinz von
Foerster: È proprio una delle obiezioni emerse durante la conferenza. Gordon
Bower osservò che si può insegnare a un animale a variare maggiormente le proprie
risposte.
La mia
risposta fu che l'apprendimento può ampliare il repertorio degli stati
disponibili. In tal caso aumenta anche l'incertezza massima possibile.
Antonio
Bruno: Quindi un sistema può diventare più complesso e, contemporaneamente, più
organizzato.
Heinz von
Foerster: Esattamente. Non dobbiamo identificare l'ordine con la semplice
ripetizione.
Antonio
Bruno: È una distinzione che trovo molto importante. Una persona può vivere in
modo estremamente ripetitivo senza necessariamente aver sviluppato una maggiore
capacità di affrontare la complessità.
Heinz von
Foerster: È una sua interpretazione, coerente con la distinzione tra regolarità
e organizzazione adattiva.
5. Il disordine può produrre nuove possibilità
Antonio
Bruno: Nel suo lavoro compare un'affermazione che mi incuriosisce
particolarmente: il rumore può arricchire l'organizzazione di un sistema.
Heinz von
Foerster: Nel modello che presento, una rete inizialmente molto semplice
subisce perturbazioni durante la propria formazione. Queste variazioni,
combinate con successivi processi adattivi, consentono alla rete di acquisire
capacità che non erano esplicitamente specificate nel programma iniziale.
Antonio
Bruno: Quindi qualcosa che appare come un errore può diventare una risorsa.
Heinz von
Foerster: In determinate condizioni, sì. Non ogni perturbazione produce
apprendimento, naturalmente. Ma non dobbiamo supporre che ogni deviazione
dall'ordine iniziale sia necessariamente un difetto.
Antonio
Bruno: Vorrei utilizzare una metafora agronomica. Quando semino, non determino
direttamente la forma di ogni radice, il percorso di ogni germoglio o il modo
in cui ogni pianta interagirà con il terreno. Predispongo condizioni, ma lo
sviluppo avviene attraverso una molteplicità di interazioni.
Heinz von
Foerster: La metafora è pertinente, purché non confondiamo il modello
matematico con l'intera complessità biologica. L'organizzazione di un vivente
non può essere ridotta a un elenco di istruzioni che specificano ogni dettaglio
della sua storia.
Antonio
Bruno: Allora educare non significa imprimere una forma già compiuta, ma
partecipare alla creazione delle condizioni nelle quali nuove capacità possono
emergere.
Heinz von
Foerster: È una conseguenza pedagogica possibile della nostra discussione.
Antonio
Bruno: E forse anche nella vita personale dovremmo smettere di considerare ogni
imprevisto come una deviazione da correggere.
Heinz von
Foerster: Potrebbe essere utile chiedersi quali nuove possibilità operative
emergano dall'imprevisto, invece di giudicarlo esclusivamente rispetto a un
programma precedente.
6. Riconoscere una persona senza conservarne tutte le
immagini
Antonio
Bruno: Lei cita Karl Pribram per spiegare il riconoscimento. È uno dei passaggi
che trovo più suggestivi.
Heinz von
Foerster: Immagini di incontrare Pribram. Il suo volto può apparire da
un'angolazione diversa, con un'espressione mai vista prima e in condizioni di
illuminazione differenti.
Se
riconoscerlo richiedesse di confrontare l'immagine presente con un archivio di
tutte le immagini precedenti, il problema diventerebbe estremamente complicato.
Propongo
invece che la rete nervosa abbia sviluppato capacità di astrazione e
categorizzazione.
Antonio
Bruno: Quindi riconosco una persona perché il mio sistema è capace di
individuare certe invarianti nelle trasformazioni.
Heinz von
Foerster: Esattamente. E queste capacità possono essere modificate attraverso
l'esperienza.
Antonio
Bruno: Mi viene da chiedere se questo valga anche per il riconoscimento di me
stesso.
Heinz von
Foerster: In quale senso?
Antonio
Bruno: Io mi chiamo Antonio Bruno. Sono nato molti anni fa. Ho attraversato
esperienze professionali, familiari, culturali e affettive. Quando dico «io»,
sto indicando una realtà che permane identica oppure sto producendo una
continuità attraverso il modo in cui oggi organizzo la mia storia?
Heinz von
Foerster: Qui ci spostiamo dal modello delle reti nervose a un problema
filosofico dell'identità personale. Ma la sua domanda è perfettamente
legittima.
Antonio
Bruno: Potrei dire che l'identità non è una fotografia conservata, ma una
continuità che si realizza attraverso trasformazioni?
Heinz von
Foerster: È una formulazione che merita di essere esplorata. La continuità non
richiede necessariamente l'immutabilità.
7. L'osservatore non è esterno a ciò che osserva
Antonio
Bruno: Vorrei introdurre ora una questione epistemologica che considero
decisiva. Quando ricostruisco il mio passato, chi compie la ricostruzione?
Heinz von
Foerster: Lei, nel presente.
Antonio
Bruno: E l'Antonio che ricostruisce oggi è lo stesso Antonio che visse
quell'esperienza?
Heinz von
Foerster: Non è identico quanto alla sua organizzazione e alla sua storia
successiva.
Antonio
Bruno: Allora il racconto che faccio oggi di un episodio vissuto quarant'anni
fa non può essere semplicemente una copia di quell'episodio.
Heinz von
Foerster: La sua ricostruzione è un'attività presente. Può essere vincolata da
testimonianze, documenti, tracce e regolarità, ma rimane un'operazione compiuta
da un osservatore.
Antonio
Bruno: Questo non significa che il passato non sia accaduto.
Heinz von
Foerster: Certamente no. Bisogna distinguere tra l'accadimento e le operazioni
attraverso le quali lo conosciamo, lo descriviamo e lo ricordiamo.
Antonio
Bruno: Mi sembra che questa distinzione impedisca due errori opposti. Il primo
è credere che la memoria riproduca fedelmente il passato. Il secondo è
concludere che, siccome ricordare è ricostruire, ogni ricostruzione sia
equivalente a qualsiasi altra.
Heinz von
Foerster: Una distinzione essenziale. Riconoscere il ruolo dell'osservatore non
significa rinunciare al rigore. Significa includere nell'indagine le operazioni
attraverso cui produciamo le nostre descrizioni.
Antonio
Bruno: Ecco allora la domanda che vorrei porre a ogni ricordo: come sto
facendo, oggi, quello che chiamo ricordare?
Heinz von
Foerster: Una domanda autenticamente cibernetica di secondo ordine.
8. Il ricordo doloroso e la possibilità di cambiare
Antonio
Bruno: Vorrei ora affrontare un problema che riguarda direttamente la vita
vissuta.
Se la
memoria non è un deposito immutabile, ma una modificazione dell'organizzazione
del sistema, allora è possibile trasformare il modo in cui un'esperienza
dolorosa continua a partecipare alla mia vita?
Heinz von
Foerster: Il nostro modello suggerisce che l'organizzazione di un sistema
adattivo non sia necessariamente definitiva. Ma dobbiamo essere prudenti:
questo non equivale a sostenere che ogni esperienza dolorosa possa essere
trasformata volontariamente o rapidamente.
Antonio
Bruno: Non sto pensando a cancellare il dolore. Sto pensando a osservare come
esso si manifesta oggi.
Per esempio,
mi accorgo che una parola pronunciata da qualcuno produce una tensione
nell'addome, un nodo alla gola, un senso di vergogna.
La domanda
abituale sarebbe: quale episodio del passato ha provocato tutto questo?
Io vorrei
invece chiedermi: che cosa sto facendo, adesso, mentre provo queste sensazioni?
Heinz von
Foerster: La seconda domanda orienta l'attenzione sul funzionamento presente
del sistema.
Antonio Bruno:
E mi permette di distinguere ciò che percepisco dalla spiegazione che ne
costruisco.
Heinz von
Foerster: Sì. La tensione corporea è parte della sua esperienza presente.
L'attribuzione di quella tensione a una determinata causa è un'ulteriore
operazione conoscitiva.
Antonio
Bruno: Potrei allora osservare il giudizio che sto formulando su me stesso
senza considerarlo necessariamente vero.
Heinz von
Foerster: Questo è un possibile sviluppo della sua riflessione fenomenologica.
Antonio
Bruno: Non sono obbligato a combattere il ricordo, né a dimostrare che sia
falso. Posso accorgermi di come partecipa al mio modo attuale di vivere.
Heinz von
Foerster: E questa osservazione può entrare a sua volta nella storia delle
interazioni che modificano il sistema.
Antonio
Bruno: Quindi anche il mio accorgermi può diventare un'esperienza
trasformativa.
Heinz von
Foerster: È un'ipotesi coerente con il modello adattivo, pur richiedendo
ulteriori considerazioni quando viene applicata alla psicologia individuale.
9. Che cosa significa vivere nel presente?
Antonio
Bruno: Vorrei ritornare al tempo. Se la memoria è organizzazione presente e
l'anticipazione del futuro è un'operazione presente, allora tutta la nostra
esperienza si svolge nel presente?
Heinz von
Foerster: Possiamo affermare che ricordare e anticipare sono operazioni che
avvengono adesso. Questo non elimina la distinzione tra passato, presente e
futuro, ma ci invita a osservare come tali dimensioni partecipino al nostro
funzionamento.
Antonio
Bruno: Mi sembra una distinzione fondamentale.
Quando
ricordo un amore giovanile, non torno realmente a quell'età. Sono l'uomo di
oggi che ricostruisce un'esperienza vissuta allora.
Quando
immagino ciò che potrebbe accadere domani, non sto vivendo domani. Sto
producendo oggi un'anticipazione.
Heinz von
Foerster: Esattamente.
Antonio
Bruno: Allora posso chiedermi: quale mondo faccio emergere quando utilizzo il
passato per temere il futuro?
Heinz von
Foerster: È una domanda che collega la nostra discussione alle riflessioni sull'osservatore
e sulla produzione dell'esperienza.
Antonio
Bruno: E se invece utilizzassi ciò che ho appreso per abitare più liberamente
il presente?
Heinz von
Foerster: Sarebbe una diversa modalità di relazione con la propria storia. Ma
non bisogna confondere la libertà con l'assenza di vincoli. La storia delle
nostre interazioni continua a partecipare alle nostre possibilità.
Antonio
Bruno: Quindi non posso decidere arbitrariamente di essere chiunque, ma posso
partecipare al cambiamento di ciò che divento.
Heinz von
Foerster: È una formulazione ragionevole.
10. Lo scopo dello scopo
Antonio
Bruno: Arriviamo alla domanda che vorrei porle come conclusione. Qual è lo
scopo della memoria?
Heinz von
Foerster: Nel quadro biologico che ho proposto nel 1963, l'apprendimento
consente di costruire inferenze induttive, riducendo l'incertezza rispetto ad
alcuni eventi futuri e contribuendo alla sopravvivenza.
Antonio
Bruno: E qual è lo scopo dello scopo?
Heinz von
Foerster: Qui la sua domanda cambia livello. Non chiede più soltanto quale
funzione svolga un meccanismo biologico, ma quale significato vogliamo
attribuire alle possibilità che esso rende disponibili.
Antonio
Bruno: Se lo scopo dell'apprendimento è anticipare il futuro per sopravvivere,
potrei chiedermi quale vita desidero conservare attraverso quella
sopravvivenza.
Heinz von
Foerster: È una domanda che non può essere risolta dalla teoria
dell'informazione.
Antonio
Bruno: Eppure è proprio quella che mi interessa.
Non desidero
imparare soltanto per evitare ciò che temo. Vorrei imparare per riconoscere ciò
che accade, per accogliere ciò che non avevo previsto, per non trasformare ogni
esperienza in un giudizio definitivo.
Vorrei che
la mia storia non diventasse una prigione.
Heinz von
Foerster: Allora lei sta utilizzando la nostra discussione per formulare una
propria posizione etica.
Antonio
Bruno: Sì. Perché mi accorgo che il problema non è soltanto come funziona la
memoria, ma che cosa faccio io con il modo in cui ricordo.
Heinz von
Foerster: Ed è proprio quando l'osservatore include se stesso nella propria
indagine che la questione epistemologica acquista una dimensione etica.
Antonio
Bruno: Vorrei concludere con un'ultima domanda. Se non sono la somma dei
ricordi che possiedo, chi sono?
Heinz von
Foerster: Potremmo dire che lei è un essere vivente la cui organizzazione
attuale porta le conseguenze di una storia di interazioni, e che continua a
trasformarsi attraverso nuove interazioni.
Antonio
Bruno: Allora non sono semplicemente ciò che mi è accaduto.
Heinz von Foerster:
No. Ma neppure è indipendente da ciò che le è accaduto.
Antonio
Bruno: Sono anche il modo in cui, oggi, continuo a vivere dopo tutto ciò che mi
è accaduto.
Heinz von
Foerster: Questa, Antonio, è la sua conclusione.
Antonio
Bruno: E mi sembra che mi restituisca qualcosa di molto importante: non la
possibilità di cambiare il passato, ma quella di non considerare il passato
come l'unica descrizione possibile di me.
Forse la
memoria non serve a riportarmi continuamente dove sono stato.
Forse serve anche
a permettermi di andare dove non sono ancora stato.
Riflessione conclusiva di Antonio Bruno
Sono
arrivato alla fine di questa conversazione con una convinzione diversa da
quella con cui l'avevo cominciata.
Credevo che
ricordare significasse ritrovare. Ora considero la possibilità che ricordare
significhi soprattutto operare attraverso ciò che l'esperienza ha trasformato
in me.
Non posso
tornare al ragazzo che ero, né all'uomo che sono stato quarant'anni fa. Posso
raccontarli, posso riconoscere la loro storia, posso perfino commuovermi
pensando a loro. Ma chi prova quella commozione sono io, adesso.
E allora mi
accorgo che non ho bisogno di correggere retroattivamente la mia vita per
continuare a viverla.
Quello che
ho fatto appartiene alla storia delle mie interazioni. Quello che farò emergerà
anche da come mi accorgo di ciò che faccio oggi.
La memoria
non è una sentenza pronunciata dal passato sul presente. È una delle condizioni
attraverso cui il presente prende forma.
E se posso
ancora apprendere, posso ancora trasformarmi.
Non per
diventare finalmente qualcuno che avrei dovuto essere.
Ma per
continuare a essere un vivente che incontra il mondo.
Forse la
libertà non consiste nel liberarsi della propria storia, ma nel non smettere di
apprendere da essa.
Nota
metodologica: il dialogo è una ricostruzione letteraria originale, non una
trascrizione di un incontro reale. Le argomentazioni sulla memoria come
modificazione dell'organizzazione, sulle reti adattive, sull'inferenza
induttiva, sull'entropia e sul riconoscimento derivano dal testo allegato di
von Foerster. Le domande fenomenologiche, gli esempi autobiografici e le
conclusioni etiche costituiscono un'elaborazione interpretativa attribuita ad
Antonio Bruno. Le risposte immaginarie di von Foerster non sono citazioni
letterali.

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