OGGI ASCOLTO | 11 OTTOBRE 2026
OGGI ASCOLTO
| 11 OTTOBRE 2026
Sangiovanni – “ok buonanotte”.
La felicità di non dover più correre
Un ragazzo
di ventitré anni racconta la fatica di vivere in un mondo che non trova mai il
tempo di fermarsi. E un uomo di sessantanove anni, ascoltandolo, riconosce
quarant'anni della propria vita. Perché la musica ha questo straordinario
potere: cancellare le distanze tra le generazioni e farci incontrare dove non
pensavamo di poterci ritrovare.
Ci sono
canzoni che bisogna ascoltare più volte per comprenderle. E ce ne sono altre
che non hanno bisogno di presentazioni. Arrivano, bussano e, prima ancora che
tu abbia deciso di aprire, sono già dentro casa.
A me è
successo con ok buonanotte, il nuovo brano di Sangiovanni.
Mi ha preso
subito. E non soltanto per quel ritmo allegro, quasi sbarazzino, che ti fa
venire voglia di accompagnarlo con il piede. Mi ha preso perché, dietro quella
leggerezza, ho riconosciuto qualcosa che conosco molto bene: la fatica di
vivere correndo.
Io ho corso
per quarant'anni.
Ho corso per
lavorare, per affermarmi, per raggiungere obiettivi che, una volta raggiunti,
diventavano immediatamente il punto di partenza per altri obiettivi. Ho corso
dentro quella grande competizione che chiamiamo successo, come se la vita fosse
una montagna sulla quale non fosse consentito fermarsi a guardare il panorama.
E quando mi
fermavo, magari per ascoltare una canzone, per contemplare un paesaggio, per
godermi la bellezza di un pomeriggio senza appuntamenti, provavo perfino
vergogna.
Sì,
vergogna.
Come se
sottrarre un'ora alla produttività fosse un piccolo furto. Come se la
contemplazione fosse un lusso riservato a chi non aveva abbastanza ambizioni.
Eppure,
proprio in quelle soste, sentivo qualcosa che oggi riconosco come una delle
forme più autentiche della felicità.
La bellezza
di fermarsi senza avere già programmato la ripartenza.
Nel 1999 mi
capitò quella che si potrebbe chiamare una tegola in testa. Una di quelle
esperienze che arrivano quando pensi di essere al massimo della tua corsa e
che, improvvisamente, ti obbligano a guardare la vita da un'altra prospettiva.
Avrei potuto
fermarmi.
Avrei potuto
domandarmi dove stessi andando e, soprattutto, perché.
Invece
accelerai.
Partenze a
razzo, una dopo l'altra. Nuove mete, nuovi traguardi, nuove responsabilità.
Fino a raggiungere le vette più alte che avevo davanti.
Non rinnego
nulla di quella storia. Sarebbe come rinnegare l'uomo che sono diventato. Ma
oggi posso osservarla senza doverla giustificare.
Ed ecco che
arriva questo ragazzo, Sangiovanni, e con una canzone di pochi minuti mi
racconta quella parte della mia esistenza.
È curioso,
sapete?
Giovanni
Pietro Damian potrebbe essere mio nipote. Ho una figlia della sua generazione,
ma è arrivata quando avevo quarant'anni. Se fossi diventato padre vent'anni
prima, oggi potrei tranquillamente essere nonno di un ragazzo come lui.
E invece
siamo qui, io e Giovanni Pietro, a incontrarci attraverso una canzone.
Mi piace
anche il suo nome. Pietro. Un nome che mi è particolarmente caro.
Ma torniamo
alla musica.
ok
buonanotte, pubblicata il 9 ottobre 2026, porta le firme di Sangiovanni,
Alessandro La Cava, Pietro Celona, in arte CELO, che ne cura anche la
produzione, e Pietro Posani.
Un lavoro di
squadra, come spesso accade nella musica pop contemporanea.
E tuttavia,
quando il brano comincia, non sento quattro autori. Sento una voce, quella di
Giovanni Pietro, che riesce a trasformare le preoccupazioni quotidiane in una
piccola commedia umana.
Il lavoro,
le tasse, la spesa, il conto in banca, il cane da portare fuori, il tempo che
manca, il desiderio di fare l'amore quando invece ci si ritrova a discutere.
Tutta la
vita ordinaria entra nella canzone.
E ci entra
senza solennità, senza la pretesa di impartire lezioni, senza quel tono
lamentoso che talvolta accompagna i racconti della fatica contemporanea.
Sangiovanni
sembra dirci che siamo diventati talmente occupati a organizzare la vita da non
trovare più il tempo per viverla.
E lo dice
sorridendo.
Questo mi
interessa moltissimo.
Perché la
leggerezza non è necessariamente superficialità. A volte è il modo più
intelligente per raccontare qualcosa di doloroso senza aggiungere altro dolore.
Il
linguaggio è semplice, diretto, snello. Le parole sembrano quelle di una
conversazione tra amici, eppure arrivano allo stomaco e al cuore.
E poi c'è la
melodia.
Ah, la
melodia!
Io
appartengo a una generazione cresciuta con la convinzione che una canzone
dovesse poter essere cantata. Doveva avere una linea melodica capace di
sopravvivere anche quando si spegnevano gli strumenti.
Qui quella
linea c'è.
C'è il pop
italiano, naturalmente. Ci sono le contaminazioni urban, il ritmo
contemporaneo, una produzione pensata per arrivare immediatamente all'ascoltatore.
Ma sotto
tutto questo c'è una costruzione melodica che mi riporta a una tradizione molto
più antica.
Mi viene
perfino da scomodare Giuseppe Verdi.
Qualcuno
sorriderà.
Sangiovanni
come un nuovo Verdi?
Non sto
paragonando le rispettive grandezze artistiche. Sto pensando a una parentela
più profonda: la capacità della melodia di raccontare la vita e di farsi
ricordare.
L'opera
dell'Ottocento raccontava passioni, conflitti, gelosie, desideri, paure,
attraverso melodie che il pubblico portava con sé uscendo dal teatro.
La canzone
popolare contemporanea, quando funziona, fa qualcosa di simile.
Racconta il
nostro tempo attraverso una melodia che possiamo portare con noi mentre
camminiamo, lavoriamo, guidiamo.
E allora sì,
mi piace immaginare Giovanni Pietro come un piccolo Verdi del nostro presente.
Non per attribuirgli una corona che non ha chiesto, ma per riconoscere che la
musica continua a raccontare gli esseri umani, anche quando cambiano gli
strumenti e i linguaggi.
E sapete
qual è la cosa più bella?
Che questa
canzone parla di stress, ma non mi trasmette stress.
Mi trasmette
una voglia di liberazione.
Quasi che
quel suo ok buonanotte non fosse soltanto il saluto di chi è stanco, ma anche
un modo per congedarsi da tutte quelle pretese che ci siamo lasciati imporre.
Buonanotte
alla competizione.
Buonanotte
all'obbligo di dimostrare continuamente qualcosa.
Buonanotte
all'idea che ogni minuto debba servire a raggiungere un risultato.
Oggi ho
sessantanove anni.
Ho
abbandonato la competizione, almeno quella che mi obbligava a misurarmi
continuamente con gli altri. Non ho abbandonato il desiderio di conoscere,
studiare, cantare, innamorarmi della bellezza.
Anzi.
Forse
proprio perché non devo più vincere niente, posso finalmente accogliere quello
che la vita mi presenta.
Vivo quello
che emerge.
E se emerge
una canzone, la canto.
Questa la
canterò, ve lo assicuro.
E non mi
nasconderò per farlo.
Mi viene in
mente, sorridendo, quella storia della donna che, quando accadde ciò che
accadde, rimase acquattata sotto il letto, con il cellulare spento e le mani
sulle orecchie. Un'immagine buffa, quasi surreale, di chi vorrebbe sottrarsi al
mondo quando il mondo diventa troppo rumoroso.
Forse
abbiamo tutti, qualche volta, desiderato un rifugio simile.
Ma oggi non
voglio nascondermi sotto nessun letto.
Voglio
ascoltare la musica.
Voglio
cantare.
Voglio
fermarmi quando incontro qualcosa di bello, senza dover chiedere il permesso a
nessuno, nemmeno a quella parte di me che per quarant'anni mi ha ripetuto che bisognava
correre.
E qui c'è
forse il significato più importante che questa canzone ha assunto per me.
Sangiovanni
canta la fatica di trovare il tempo.
Io,
ascoltandolo, mi accorgo che il tempo non era qualcosa che mi mancava. Era
qualcosa che continuavo a riempire.
La
differenza è enorme.
Perché se
penso che il tempo mi manchi, continuerò a inseguirlo.
Se invece mi
accorgo di quello che sto facendo con il mio tempo, posso scegliere.
Posso
perfino scegliere di non fare nulla.
Di stare
fermo.
Di
contemplare.
Di ascoltare
una canzone fino alla fine e poi ricominciare da capo, soltanto perché mi
piace.
Senza uno
scopo ulteriore.
Senza una
vetta da conquistare.
E allora,
caro Giovanni Pietro, lasciami dire una cosa.
Tu hai
scritto, insieme ai tuoi compagni di viaggio, una canzone che parla della tua
generazione. Ma hai finito per raccontare anche la mia.
Perché
cambiano le età, cambiano i lavori, cambiano i telefoni, cambiano le
preoccupazioni. Ma quella sensazione di essere sempre in ritardo sulla propria
vita attraversa le generazioni.
E attraversa
anche la musica.
La
differenza è che oggi, mentre tu canti il bisogno di fermarti, io posso
ascoltarti da un luogo nel quale fermarmi non mi fa più paura.
E non provo
più vergogna.
Mi piace
pensare che un giorno anche tu possa conoscere questa libertà, senza dover
necessariamente aspettare i sessantanove anni.
Bella,
bella, bella.
Questa
canzone è bella tre volte.
Per quello
che racconta.
Per come lo
racconta.
E per quello
che mi ha fatto ritrovare di me.
E se domani
mattina mi sveglierò senza avere nessuna montagna da scalare, non penserò di
aver perso un'occasione.
Penserò di
avere finalmente davanti un panorama.
E magari,
prima ancora di fare colazione, metterò di nuovo Sangiovanni.
Ok,
buonanotte.
Ma stavolta
non per chiudere una giornata.
Per
cominciarne una senza fretta.
Antonio
Bruno Pietro
Oggi ascolto
– 11 ottobre 2026

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