Oggi ascolto Mina – Vento di passione


Oggi ascolto Mina – Vento di passione

C’è una parola che nella musica, chissà perché, qualche volta viene pronunciata quasi fosse un’accusa: cover.

Nessuno che ascoltando Mina cantare Vento di passione faccia quella faccia un po’ disgustata, o almeno scettica, che conosco bene. Quella che precede la sentenza:

«Eh, però è una cover».

Già. Una cover.

Come se cantare una canzone scritta o interpretata da un altro significasse automaticamente fare qualcosa di meno autentico. Come se le canzoni avessero un proprietario per sempre e non potessero invece attraversare corpi, voci, età, esperienze diverse.

Con Mina, naturalmente, nessuno osa.

Mina è Mina.

E allora la parola cover improvvisamente scompare. Diventa «interpretazione», «rilettura», magari persino «reinvenzione». Ed è curioso, perché il gesto è esattamente quello che migliaia di cantanti compiono ogni sera: prendere una canzone nata altrove e vedere che cosa accade quando passa attraverso la propria voce.

Ma veniamo al mio ascolto.

Io sono totalmente immerso in questa voce rauca della piena maturità. Non è una voce che accarezza soltanto la melodia: a tratti sembra graffiarla. E proprio quel graffio mi fa pensare: «Che bello!».

Perché la perfezione, nella musica, qualche volta interessa meno della vita.

E qui dentro di vita ce n’è tanta.

Vento di passione porta naturalmente con sé Pino Daniele. E quando una canzone porta con sé Pino, porta anche quella sua maniera particolare di far convivere pensiero e corpo, malinconia e desiderio, Napoli e il mondo.

L’amore può anche «girare nella testa», ma io, ascoltando Mina, penso che non sia vero fino in fondo.

L’amore gira nel corpo.

Entra nel respiro, stringe lo stomaco, cambia il battito. Un ricordo può cominciare come un’immagine lontana e, senza chiedere permesso, diventare una sensazione presente. La persona magari non c’è più, il tempo è passato, la storia è finita, eppure qualcosa accade adesso.

Questo fa la musica.

Pino Daniele l’ha scritto. Mina lo canta. E io lo sento.

Poi ci sono quella chitarra e quel pianoforte.

La chitarra è un flusso continuo. Mi prende, mi porta in alto e, quando penso di essermi sistemato lassù, arriva una picchiata impossibile e mi riporta giù. Fino a me.

Ma dentro quello stesso flusso c’è il pianoforte.

E mi sembra quasi che faccia un altro mestiere. La chitarra vola, il pianoforte dà un luogo a quel volo. I tasti entrano senza interrompere il movimento, come piccole onde dentro un’onda più grande. Non sento più distintamente: adesso la voce, adesso la chitarra, adesso il pianoforte. A un certo punto è tutto un unico fluire.

Il pianoforte accompagna Mina senza rincorrerla. Lascia spazio alla voce, poi compare, suggerisce una direzione, apre una porta e si ritira. E quando la chitarra sembra voler prendere il cielo, lui rimane lì sotto, quasi a ricordarle che ogni volo ha bisogno di una terra dalla quale partire e alla quale tornare.

È questo che mi affascina: la musica non procede più per strumenti separati, ma diventa corrente. Mina ci sta dentro con la voce, la chitarra la attraversa, il pianoforte la sostiene. E io, ascoltando, entro nella stessa corrente.

Forse è proprio questo il vento del titolo.

Non qualcosa che si possa vedere o afferrare, ma qualcosa che passa attraverso tutto: voce, corde, tasti, memoria.

E corpo.

Ed è forse questo il punto che mi interessa.

Una grande interpretazione non cancella chi ha scritto una canzone e neppure chi l’ha cantata prima. Aggiunge una storia alla storia.

Mina non deve dimostrare di essere Pino Daniele. Sarebbe assurdo. Deve essere Mina mentre incontra una canzone di Pino Daniele.

Ed è precisamente ciò che accade.

Per questo torno alla parola cover.

Io, oltre a scrivere le mie canzoni, ho cantato migliaia di canzoni degli altri. Alcune forse bene, altre meno bene. Alcune erano lontanissime da me finché non ho cominciato a cantarle; altre sembravano conoscermi prima ancora che io conoscessi loro.

E allora vorrei chiedere una piccola cosa a chi ascolta.

Quando sentite qualcuno cantare una canzone resa famosa da un altro, non cominciate dalla domanda: «È una cover?».

Certo che lo è.

Ma non importa.

Domandatevi piuttosto: che cosa è diventata questa canzone passando attraverso questa persona?

Ascoltate la voce. Il respiro. Le esitazioni. Le imperfezioni. Una parola pronunciata diversamente. Una nota trattenuta mezzo secondo in più. Cercate la persona che sta dentro la canzone.

Fatelo con Mina.

Ma fatelo anche con chi Mina non è.

Fatelo persino con me.

Ascoltate le mie canzoni degli altri con la stessa curiosità con cui oggi ascoltate Mina cantare Vento di passione.

Perché una canzone non muore quando cambia voce.

Qualche volta è proprio allora che ricomincia a vivere.

 


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