Come eserciterete il potere senza trasformare la vostra visione nella Verità che deve imporsi agli altri?
Come
eserciterete il potere senza trasformare la vostra visione nella Verità che
deve imporsi agli altri?
Nel 2027 potrebbero
tenersi le elezioni politiche, perché la legislatura iniziata nel 2022
arriva alla sua scadenza quinquennale, salvo scioglimento anticipato; la
Costituzione stabilisce infatti che Camera e Senato sono eletti per cinque
anni. (Senato) Per le amministrative, invece, si voterà
nei comuni chiamati al rinnovo secondo le rispettive scadenze; le date e
l’elenco ufficiale vengono definiti nell’ambito del procedimento elettorale. (Dait)
Partendo da
questo, io parlo non con candidati reali o con un partito particolare, ma con candidati
immaginari di orientamenti diversi, mettendoli tutti davanti alla stessa
domanda: come eserciterete il potere senza trasformare la vostra visione
nella Verità che deve imporsi agli altri?
Antonio Bruno incontra i
candidati del 2027
E se governare significasse non avere sempre ragione?
Antonio
Bruno: Tra qualche
mese molti di voi chiederanno ai cittadini di affidargli una responsabilità.
Alcuni aspireranno al Parlamento, altri a diventare sindaci o consiglieri
comunali. Avrete programmi differenti e vi presenterete dicendo,
inevitabilmente, che le vostre proposte sono migliori di quelle degli
avversari.
Ma vorrei
farvi una domanda diversa.
Candidato A: Quale?
Antonio
Bruno: Quando
sarete eletti, sarete capaci di pensare che potreste avere torto?
Candidato A: Se pensassi di avere torto non mi
candiderei.
Antonio
Bruno: È proprio
questo che mi preoccupa.
Candidato B: Però un candidato deve avere
convinzioni.
Antonio
Bruno: Certamente.
Non sto proponendo uomini e donne senza convinzioni. Sto chiedendo qualcosa di
molto più difficile: avere convinzioni senza trasformarle in verità assolute.
Candidato C: Ma alla fine bisogna decidere.
Antonio
Bruno: Certo che
bisogna decidere. Un governo decide, un Parlamento vota, un sindaco firma
provvedimenti. Il problema non è decidere.
Il problema
è: che cosa fate mentre decidete?
Candidato A: Non capisco.
Antonio
Bruno: Heinz von
Foerster pone una questione radicale. Quando qualcuno afferma di possedere la
verità, inevitabilmente colloca chi non è d'accordo dalla parte dell'errore.
Provate a
pensare alla politica.
Io dico:
«Questa è la soluzione».
Tu dici:
«No, è quest'altra».
Se
trasformiamo le nostre proposte in verità, non siamo più due persone che
propongono mondi differenti. Diventiamo quello che ha ragione e quello che ha
torto.
Candidato B: Ma la politica vive anche di
contrapposizione.
Antonio
Bruno: Sì. Ma
contrapporsi non significa necessariamente delegittimarsi.
Potresti
dire:
«Questa è la
soluzione che propongo, queste sono le ragioni, questi sono i dati sui quali mi
baso e queste sono le conseguenze che prevedo».
È molto
diverso dal dire:
«Chi non
vuole ciò che voglio io non capisce nulla».
Candidato C: In campagna elettorale, però,
bisogna convincere.
Antonio
Bruno: Ecco
un'altra parola interessante: convincere.
Perché devo
convincerti?
Candidato C: Per ottenere il tuo voto.
Antonio
Bruno: Prima del
voto, certamente, ciascuno presenta le proprie proposte. Ma dopo?
Se sarai
eletto sindaco, governerai anche il cittadino che non ti ha votato.
Se entrerai
in Parlamento, rappresenterai una funzione istituzionale che non appartiene
soltanto ai tuoi elettori.
Che cosa farai
dell'altro?
Candidato A: Lo ascolterò.
Antonio
Bruno: Non
rispondere ciò che pensi sia giusto rispondere. Proviamo a osservare davvero.
Un cittadino
entra nel tuo ufficio e contesta una decisione alla quale hai lavorato per
mesi.
Che cosa
accade dentro di te?
Candidato A: Probabilmente cercherei di
spiegargli perché abbiamo deciso così.
Antonio
Bruno: Vedi? Sei
già partito dalla spiegazione.
Candidato A: Che cosa dovrei fare?
Antonio
Bruno: Prima
potresti ascoltare.
Candidato B: Sembra banale.
Antonio
Bruno: Proviamo
allora a farlo sul serio.
Il cittadino
dice: «Sindaco, secondo me avete sbagliato».
Tu senti
immediatamente il bisogno di rispondere.
Fermati un
istante.
Mi accorgo.
Che cosa sta
accadendo?
Candidato B: Mi stanno contestando.
Antonio
Bruno: No. Questa
è già un'interpretazione.
Che cosa
percepisci?
Candidato B: Una persona davanti a me che parla.
Forse sento tensione. Magari mi irrigidisco.
Antonio
Bruno: Bene.
Che cosa sto
facendo?
Candidato B: Sto preparando la risposta mentre
lui parla.
Antonio
Bruno: E quindi
forse non lo stai ascoltando.
Candidato B: Probabilmente no.
Antonio
Bruno: Adesso la
domanda che considero decisiva:
che cosa
stai conservando facendo quello che fai?
Candidato B: La mia decisione?
Antonio
Bruno: Forse.
Candidato B: La mia autorevolezza.
Antonio
Bruno: Forse.
Candidato C: L'immagine di amministratore
competente.
Antonio
Bruno: Forse anche
quella.
Candidato A: Oppure la necessità di non apparire
debole.
Antonio
Bruno: Ecco.
Immaginate
quanto cambierebbe la politica se un amministratore, davanti a una critica,
riuscisse almeno qualche volta a chiedersi:
«Che cosa
sto cercando di conservare in questo momento?»
La città?
Il bene
pubblico?
La mia
decisione?
Il mio
partito?
Il consenso?
La mia
immagine?
Il bisogno
di dimostrare che avevo ragione?
Sono cose
molto diverse.
Candidato C: Ma governare significa anche
assumersi responsabilità. Non possiamo mettere continuamente tutto in discussione.
Antonio
Bruno: Sono
d'accordo. La riflessione non deve produrre paralisi.
Alla fine
bisogna scegliere.
Ma tra
l'impulso e la scelta può esserci uno spazio.
In quello
spazio posso accorgermi di ciò che sto facendo.
Candidato A: E poi?
Antonio
Bruno: Posso
chiedermi quali mondi producono le diverse possibilità.
Se approvo
questo provvedimento, quale mondo contribuisco a far emergere?
Se ne
approvo un altro, quale mondo emerge?
Chi ne
beneficia?
Chi ne
sopporta il costo?
Quali
conseguenze non avevo considerato?
Candidato B: E poi scelgo.
Antonio
Bruno: Sì.
E dici:
«Ho scelto».
Non:
«Non c'era
alternativa».
Candidato B: Ma qualche volta non ci sono
alternative.
Antonio
Bruno: Anche dire
che non esistono alternative è un'affermazione dell'osservatore. Sarebbe utile
almeno domandarsi quali alternative non stiamo vedendo.
Candidato A: Lei sta immaginando una politica
senza verità?
Antonio
Bruno: Sto
immaginando una politica nella quale nessuno possa dichiararsi proprietario
della verità.
Non
significa rinunciare ai fatti.
Se un ponte
è lungo cento metri, possiamo misurarlo.
Se il
bilancio comunale presenta determinate entrate e determinate spese, possiamo
verificarle.
Se una legge
contiene un articolo, possiamo leggerlo.
Il problema
comincia quando dal dato passiamo alla scelta politica e fingiamo che la nostra
scelta sia contenuta inevitabilmente nel dato.
Candidato C: Perché due persone possono partire
dagli stessi dati e proporre politiche differenti.
Antonio
Bruno:
Esattamente.
Ed è lì che
comincia la democrazia.
Candidato B: Ma se nessuno possiede la verità,
che cosa tiene insieme una comunità?
Antonio
Bruno: Von
Foerster propone una parola che trovo potentissima:
fiducia.
Candidato B: Fiducia nella politica? Non sarà
facile.
Antonio
Bruno: Infatti la
fiducia non si proclama. Si costruisce.
Immaginate
un sindaco che dica:
«Questa è la
decisione che abbiamo preso. Questi sono i dati disponibili. Queste sono le
ragioni. Questi sono gli effetti che prevediamo. Queste sono le conseguenze che
non sappiamo prevedere. Tra un anno verificheremo che cosa è accaduto e, se
necessario, cambieremo».
Candidato A: Qualcuno lo accuserebbe di
debolezza.
Antonio
Bruno: Ed eccoci
al punto.
Perché
riconoscere l'incertezza dovrebbe essere debolezza?
Forse
abbiamo costruito un'immagine del politico secondo cui chi governa deve sapere
sempre tutto.
Candidato C: E quindi il politico finisce per
fingere di sapere.
Antonio
Bruno: Oppure teme
di dire le parole più difficili per chi esercita il potere:
«Non lo so».
Candidato B: O ancora peggio: «Mi sono
sbagliato».
Antonio
Bruno: Pensate che
rivoluzione sarebbe.
Non l'errore
nascosto.
Non l'errore
attribuito a chi governava prima.
Non l'errore
trasformato in successo attraverso la comunicazione.
Semplicemente:
«Abbiamo
fatto questa scelta. I risultati mostrano che non ha funzionato come
prevedevamo. Cambiamo».
Candidato A: Ma in politica l'avversario
approfitterebbe immediatamente dell'ammissione.
Antonio
Bruno: Certamente.
Ed è per
questo che il cambiamento non può riguardare soltanto chi governa.
Deve
riguardare anche chi si oppone.
Immaginiamo
che voi due siate avversari.
Candidato A: Va bene.
Candidato B: Cominciamo.
Antonio
Bruno: Il
candidato A propone qualcosa.
Il candidato
B potrebbe domandarsi:
«Dove posso
colpirlo?»
Oppure:
«C'è
qualcosa nella sua proposta che posso utilizzare per migliorare la mia?»
Candidato B: Questo sarebbe quasi scandaloso.
Antonio
Bruno: Perché?
Candidato B: Perché dovrei riconoscere
pubblicamente che l'avversario ha avuto una buona idea.
Antonio
Bruno: E che cosa
perderesti?
Candidato B: Forse consenso.
Antonio
Bruno: O forse
conserveresti una cosa diversa: la comunità che vorresti governare.
Candidato C: Quindi maggioranza e opposizione
non dovrebbero più combattere?
Antonio
Bruno: Devono
confrontarsi anche duramente. Una democrazia senza conflitto sarebbe sospetta.
Ma c'è una
differenza enorme tra il conflitto delle idee e la distruzione dell'altro.
Posso dirti:
«Non
condivido la tua proposta».
Senza dire:
«Tu sei il
problema».
Posso
combattere una decisione senza trasformare chi l'ha presa in un nemico.
Candidato A: E allora quale domanda vorrebbe
fare a noi candidati prima delle elezioni?
Antonio
Bruno: Non vi
chiederei soltanto:
«Che cosa
promettete?»
Vi
chiederei:
«Come farete
quello che promettete?»
E
soprattutto:
«Che cosa
vorrete conservare mentre governerete?»
Il potere?
Il consenso?
Il partito?
La vostra
carriera?
Oppure la
possibilità che persone differenti continuino a vivere insieme?
Candidato B: E se fossimo eletti?
Antonio
Bruno: Vi
proporrei sei domande da tenere sulla scrivania.
Quando
dovrete prendere una decisione:
Che cosa sta
accadendo?
Che cosa
percepisco?
Che cosa sto
facendo?
Che cosa sto
conservando facendo ciò che faccio?
Quali mondi
differenti possono emergere dalle alternative possibili?
Che cosa
scelgo, assumendomene la responsabilità?
Candidato C: Sarebbe una politica molto diversa.
Antonio
Bruno: Non
necessariamente migliore in ogni decisione. Sarebbe una politica più consapevole
del fatto che chi governa rimane un osservatore umano.
Candidato A: Quindi potremmo sbagliare.
Antonio
Bruno: Certamente.
Candidato B: Potremmo cambiare idea.
Antonio
Bruno: Me lo
auguro, quando l'esperienza lo richiede.
Candidato C: Potremmo perfino riconoscere che
una proposta dell'opposizione funziona.
Antonio
Bruno: Sarebbe
interessante.
Candidato A: E l'opposizione potrebbe
riconoscere che qualcosa fatto dalla maggioranza funziona.
Antonio
Bruno: Ancora più
interessante.
Candidato B: Alla fine, però, qualcuno deve
governare.
Antonio
Bruno: Certamente.
Ma governare
potrebbe non significare:
«Ho vinto,
quindi ho ragione».
Potrebbe
significare:
«I cittadini
mi hanno affidato temporaneamente una responsabilità. Adesso devo esercitarla
sapendo che il mondo che vedo non è l'unico mondo possibile».
I candidati
rimangono in silenzio.
Antonio
Bruno li guarda.
Antonio
Bruno: E allora,
quando nel 2027 salirete sui palchi e direte agli italiani che cosa volete
fare, raccontateci certamente i vostri programmi.
Ma provate
anche a dirci qualcosa che raramente sentiamo in una campagna elettorale:
come
intendete ascoltare chi non vi voterà.
Perché il
giorno dopo le elezioni non esisteranno soltanto vincitori e sconfitti.
Esisterà
ancora una comunità.
E forse il
compito più difficile della politica non è dimostrare chi possiede la verità.
È fare in
modo che persone che vedono mondi differenti possano continuare a costruire un
mondo nel quale vivere insieme.
Questa
conversazione applica alla politica il nucleo del testo di von Foerster: uscire
dalla divisione rigida tra chi «ha ragione» e chi «ha torto», senza rinunciare
a verifiche, decisioni e responsabilità. Nel testo originale, infatti, von
Foerster collega esplicitamente la pretesa di verità al tentativo di dominare
altre concezioni e propone di spostare l'attenzione verso responsabilità
individuale, pluralità e fiducia.

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