Cambiare il potere o cambiare la conversazione?
Cambiare il potere o cambiare la conversazione?
Ieri sera,
durante una conversazione curata da Toti Calò, ho ascoltato la lettura
di un articolo di Pier Paolo Pasolini. E, mentre le parole di Pasolini
prendevano voce, mi sono accorto che potevano essere ascoltate da un luogo
diverso da quello nel quale erano state scritte.
Pasolini
vede il potere. Lo vede con una lucidità che ancora oggi sorprende. Vede la
trasformazione della società italiana, l'affermarsi della produzione, della
tecnica e del consumo, l'omologazione che progressivamente sostituisce
differenze, particolarismi, culture. Nel testo, il nuovo potere non si limita a
governare gli uomini: entra nel loro linguaggio, nei desideri, nei modi di
pensare e perfino nel modo di percepire se stessi.
Eppure,
proprio mentre ascoltavo, mi è sorta una domanda.
Da quale
conversazione Pasolini osserva tutto questo?
Perché
Pasolini non è fuori dalla cultura che descrive. Nessun osservatore lo è. Se la
cultura non è qualcosa che semplicemente ci contiene, ma accade nel continuo
intrecciarsi delle nostre conversazioni, allora anche la denuncia di Pasolini è
una delle conversazioni attraverso le quali quella cultura viene continuamente
generata.
Ed è qui che
qualcosa cambia.
Pasolini denuncia il potere, ma dentro quale
relazione?
Nel racconto
pasoliniano ritornano continuamente delle opposizioni: Chiesa e modernità,
Stato e oppositori, neocapitalismo e vecchio mondo, produzione e diversità
culturale. Cambiano i protagonisti, ma la relazione sembra conservare una
struttura: qualcuno contro qualcun altro.
Il movimento
potrebbe essere sintetizzato così:
io esisto →
tu mi minacci → devo prevalere → il mio mondo deve sostituire il tuo.
E allora la
domanda non è più soltanto se Pasolini avesse ragione nella sua diagnosi. Una
domanda forse ancora più interessante è:
che cosa
viene conservato mentre cambiano coloro che esercitano il potere?
Possiamo
sostituire un potere con un altro, una classe dirigente con un'altra, una
cultura dominante con quella che fino a ieri era dominata. Ma, se resta
invariata la configurazione relazionale, rischiamo di cambiare gli attori
continuando a rappresentare la stessa scena.
Il dominato
prende il posto del dominante. Il vincitore diventa vinto e il vinto vincitore.
Ma la
conversazione rimane quella della competizione.
L'altro come legittimo altro
È qui che la
prospettiva di Humberto Maturana introduce, per me, una distinzione
decisiva.
Non basta
difendere la diversità. Occorre qualcosa di più radicale: riconoscere
l'altro come legittimo altro nella convivenza.
Non
significa essere d'accordo con lui.
Non
significa approvare tutto ciò che fa.
Non
significa rinunciare alle proprie convinzioni.
Significa
qualcosa di molto più profondo: la tua esistenza non deve essere negata perché
possa affermarsi la mia.
E questo
riconoscimento, per diventare convivenza, deve essere reciproco:
io riconosco
la tua legittimità e tu riconosci la mia. Nessuno dei due deve diventare
l'altro per poter convivere con lui.
Questa
distinzione è fondamentale perché il riconoscimento della persona non comporta
l'accettazione indiscriminata delle sue azioni. Posso riconoscerti come
legittimo altro e contemporaneamente non accettare un tuo comportamento che
nega me o un'altra persona.
Anche Pasolini è dentro la conversazione
Forse questo
è il punto che ieri sera, ascoltando Toti Calò leggere Pasolini, mi ha
interrogato maggiormente.
Pasolini
denuncia l'omologazione perché ama profondamente la differenza. Ma mentre
difende la differenza continua spesso a distinguere il mondo attraverso
categorie oppositive.
E allora la
domanda maturaniana può essere rivolta persino a lui:
quale mondo
fa emergere Pasolini mentre distingue gli altri nel modo in cui li distingue?
Non si
tratta di processare Pasolini.
E neppure di
stabilire, mezzo secolo dopo, se avesse ragione o torto.
Si tratta di
osservare l'osservatore.
E quindi di
domandargli idealmente:
Pier Paolo,
come fai quello che fai quando descrivi questo mondo? E che cosa conservi
mentre lo fai?
Il testo
allegato suggerisce una risposta affascinante: Pasolini conserva certamente la
diversità, la memoria, l'espressività e il mondo umanistico che ama; ma
potrebbe conservare, insieme ad essi, anche una modalità oppositiva della
relazione.
E allora la domanda riguarda noi
A questo
punto Pasolini può quasi uscire di scena.
Perché la
domanda ritorna su di noi.
Quando
critico qualcuno, che cosa conservo?
Quando
combatto qualcosa che considero ingiusto, quale relazione sto generando?
Quando
voglio cambiare la società, quale società sto già facendo emergere nel modo
stesso in cui cerco di cambiarla?
Posso
parlare di pace continuando a distinguere amici e nemici.
Posso
invocare pluralismo pretendendo che l'altro pensi come me.
Posso
combattere il potere desiderando, in fondo, soltanto che il potere passi nelle
mani di chi considero giusto.
Ed ecco
perché la domanda più radicale non è più soltanto:
chi deve
prevalere?
Diventa:
come
possiamo convivere nella differenza riconoscendoci reciprocamente come
legittimi altri, senza che l'esistenza dell'uno richieda la negazione
dell'altro?
Forse è questa
la riflessione che mi porto dalla conversazione di ieri sera curata da Toti
Calò.
Possiamo
cambiare governi, istituzioni, ideologie, classi dirigenti e sistemi economici.
Ma, se continuiamo a conservare la medesima configurazione emotiva del
competere, prevalere, controllare e correggere l'altro, potremmo continuare a
generare, sotto nomi differenti, mondi sorprendentemente simili.
Per questo
oggi, dopo aver ascoltato Pasolini, sento che la domanda non è soltanto quale
mondo vogliamo.
La domanda
viene prima:
quale
conversazione vogliamo conservare mentre facciamo emergere quel mondo?
Perché forse
le trasformazioni più profonde non cominciano quando qualcuno finalmente vince.
Cominciano
quando non abbiamo più bisogno che qualcuno perda.
E allora non
abbiamo semplicemente cambiato opinione, governo o ideologia.
Abbiamo
cambiato conversazione.
E cambiando
conversazione possiamo cominciare a fare emergere un altro mondo.
Bibliografia essenziale
- Pasolini, Pier Paolo, articolo letto durante la
conversazione curata da Toti Calò, 19 settembre 2026.
- Maturana, Humberto R.; Varela,
Francisco J., L'albero
della conoscenza. Un nuovo meccanismo per spiegare le radici biologiche
della conoscenza umana, Garzanti, Milano.
- Maturana, Humberto R., Autocoscienza e realtà,
Raffaello Cortina Editore, Milano.
- Testo di riflessione e analisi
fornito dall'autore, settembre 2026.

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