PERCHÉ ANDARE A FUNGHI?
PERCHÉ ANDARE A FUNGHI?
Conversazione con Antonio Bruno
Interlocutore: Antonio, perché andare a funghi?
Antonio Bruno: Potrei risponderti: per trovare i funghi. Ma
sarebbe la risposta meno interessante.
Interlocutore: E allora qual è quella interessante?
Antonio Bruno: Che si va a funghi per andare a funghi. Il
fungo, paradossalmente, viene dopo. È un po' come quando cammini senza avere
fretta di arrivare: improvvisamente scopri che il cammino non era il mezzo. Era
già ciò che cercavi.
Interlocutore: Quindi il cesto pieno non è lo scopo?
Antonio Bruno: Può esserlo, naturalmente. Ma se diventa
l'unico scopo rischiamo di portarci nel bosco la stessa logica con cui viviamo
fuori dal bosco: risultato, prestazione, quantità, successo. Quanti ne hai
trovati? Quanti chili? Dove? In quanto tempo? E invece il bosco può insegnarci
qualcosa di completamente diverso.
Interlocutore: Che cosa?
Antonio Bruno: A esserci.
Interlocutore: Sembra semplice.
Antonio Bruno: È semplicissimo. Ed è proprio per questo che
è difficile. Nel bosco non hai bisogno di fare molte cose contemporaneamente.
Cammini. Guardi. Annusi. Ascolti. Ti chini. Sposti una foglia. Osservi il
terreno. Alzi gli occhi verso gli alberi. Senti l'umidità. Il corpo torna ad
abitare il luogo nel quale si trova.
Interlocutore: Quasi una liberazione.
Antonio Bruno: Sì, purché non trasformiamo anche la libertà
in un'altra ideologia. Per me la cosa interessante è molto più concreta. Nel
bosco, per qualche ora, posso sottrarmi alla continua richiesta di essere
altrove rispetto a dove sono.
Interlocutore: Telefono, notifiche, appuntamenti...
Antonio Bruno: Ma anche pensieri. Il problema non è
soltanto lo smartphone. Potrei spegnere il telefono e continuare ad avere nella
testa un'agenda intera. Il bosco invece domanda attenzione. Se cerchi veramente
i funghi, guardi veramente.
Interlocutore: E che cosa cambia?
Antonio Bruno: Cambia il modo di osservare. All'inizio
cerchi un oggetto: il fungo. Poi, lentamente, cominci a vedere
relazioni. Quel tipo di albero. Quell'umidità. Quella pendenza. La luce. Le
foglie. Il muschio. La pioggia dei giorni precedenti. La stagione. Il terreno.
Non vedi più elementi separati: cominci a vedere una configurazione.
Interlocutore: Quindi il fungo non è solo?
Antonio Bruno: Nulla è solo. Ed è forse questa una delle
cose più belle che il bosco rende immediatamente percepibili. Il fungo che
vediamo è soltanto una manifestazione visibile di una rete di relazioni molto
più vasta. E mentre cerchiamo lui, potremmo accorgerci che anche noi siamo
dentro quella rete.
Interlocutore: Qui entra in scena il "raccoglitore che
è in noi"?
Antonio Bruno: Sì, ma non lo immagino come un omino
preistorico nascosto da qualche parte nel cervello. Mi interessa come
esperienza. Per una parte enorme della storia umana i nostri antenati hanno
dovuto prestare attenzione a tracce, stagioni, piante, animali, acqua, terreno.
Cercare significava osservare.
Interlocutore: Oggi invece?
Antonio Bruno: Oggi spesso cerchiamo sapendo già che cosa
dobbiamo trovare. Digitiamo una parola e pretendiamo una risposta. Nel bosco
no. Il bosco non ha il pulsante "cerca".
Interlocutore: Bella questa.
Antonio Bruno: E soprattutto non garantisce il risultato.
Interlocutore: Puoi camminare per ore e tornare senza un
fungo.
Antonio Bruno: Esatto. Ed è qui che accade qualcosa di
interessante. Se torno senza funghi, ho fallito?
Interlocutore: Secondo la logica del risultato, sì.
Antonio Bruno: E secondo la mia esperienza?
Interlocutore: No.
Antonio Bruno: Allora abbiamo scoperto qualcosa. Posso
compiere un'attività senza che il suo valore dipenda dal risultato finale.
Interlocutore: Una piccola rivoluzione.
Antonio Bruno: Per chi è abituato a pensare devo
riuscire, certamente. Il bosco ti dice: puoi cercare e non trovare. Puoi
camminare senza produrre. Puoi trascorrere tre ore senza dimostrare niente a
nessuno.
Interlocutore: E senza sentirti in colpa.
Antonio Bruno: Esatto. E allora la domanda cambia. Non più:
quanti funghi ho trovato? Ma: come sto facendo quello che sto
facendo?
Interlocutore: Una domanda molto maturaniana.
Antonio Bruno: Certamente. Mi accorgo che sto cercando. Che
cosa percepisco? Vedo le foglie, sento il terreno sotto gli scarponi, l'odore
dell'umidità, il vento sulla faccia, un ramo che scricchiola. Che cosa sto
facendo? Cammino lentamente e osservo.
Interlocutore: E che cosa conservi facendo quello che fai?
Antonio Bruno: Questa è forse la domanda decisiva. Conservo
l'attenzione. Conservo la curiosità. Conservo il rapporto con il mio corpo.
Conservo il piacere della scoperta. Conservo una relazione con ciò che mi
circonda nella quale non tutto deve essermi utile.
Interlocutore: Anche il fungo?
Antonio Bruno: Anche il fungo. Posso trovarlo, guardarlo e
lasciarlo dov'è.
Interlocutore: Allora non sei più soltanto un raccoglitore.
Antonio Bruno: Sono un osservatore che può anche
raccogliere.
Interlocutore: Nel testo si parla di una lampada coperta da
cento coperte nere.
Antonio Bruno: È una bella immagine. Noi aggiungiamo
continuamente strati: impegni, ruoli, aspettative, doveri, obiettivi, giudizi.
Poi entri nel bosco e, senza fare grandi discorsi, qualche coperta cade.
Interlocutore: Finché compare la luce.
Antonio Bruno: Forse. Ma starei attento anche qui a non
trasformare il bosco in una terapia obbligatoria. Non devo ritrovare
me stesso andando a funghi. Posso semplicemente andare a funghi.
Interlocutore: Senza dover diventare migliore?
Antonio Bruno: Senza dover diventare niente.
Interlocutore: Questa forse è la libertà di cui parlavamo
all'inizio.
Antonio Bruno: Credo di sì. Non la libertà proclamata. La
libertà vissuta. Per qualche ora non devo produrre, convincere, vincere,
arrivare, dimostrare.
Cammino.
Guardo.
E magari, sotto una foglia, appare un porcino.
Interlocutore: E allora?
Antonio Bruno: Allora mi chino e sorrido.
Interlocutore: Perché hai raggiunto lo scopo?
Antonio Bruno: No.
Interlocutore: Perché hai trovato un fungo?
Antonio Bruno: Anche. Ma soprattutto perché un attimo prima
non c'era e adesso l'ho visto.
Interlocutore: Era già lì.
Antonio Bruno: Certo.
Interlocutore: Quindi che cosa è cambiato?
Antonio Bruno: Io.
Interlocutore: In che senso?
Antonio Bruno: È cambiato il mio vedere.
E forse è questo il segreto dell'andare a funghi: crediamo di
entrare nel bosco per trovare qualcosa. Qualche volta ne usciamo avendo
scoperto un modo diverso di guardare.
Il fungo, in fondo, è l'incidente felice.
Il bosco era la ricerca.

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