IO, L’OSSERVATORE Conversazione di Antonio Bruno con Heinz von Foerster

 


IO, L’OSSERVATORE

Conversazione di Antonio Bruno con Heinz von Foerster

Antonio Bruno: Professore von Foerster, il suo libro si intitola Observing Systems, “Sistemi che osservano”. Comincerei proprio da qui. Perché non sistemi osservati, ma sistemi che osservano?

Heinz von Foerster: Perché per molto tempo la scienza si è comportata come se l’osservatore non esistesse. C’era un mondo là fuori e uno scienziato che lo descriveva da un luogo apparentemente neutrale.

Antonio Bruno: Come se dicesse: “Io non c’entro. Le cose stanno così”.

Heinz: Esattamente. La cibernetica di primo ordine studia i sistemi osservati. La cibernetica di secondo ordine comincia quando ci accorgiamo che anche colui che osserva è un sistema.

Antonio: Quindi entra in scena l’osservatore.

Heinz: Non entra in scena, Antonio. Si accorge di esserci sempre stato.

Antonio: Questa distinzione per me è fondamentale. Perché allora, quando dico: “Questa è la realtà”, dovrei forse correggermi e dire: “Questa è la realtà che emerge nel mio osservare”.

Heinz: Adesso cominciamo a capirci.


IL MONDO NON CONTIENE ISTRUZIONI

Antonio: Varela, presentando il suo pensiero, riporta una sua affermazione che mi ha colpito: “The environment contains no information. The environment is as it is.”

Heinz: L’ambiente è com’è.

Antonio: Questa frase rovescia moltissime nostre convinzioni. Noi pensiamo continuamente che qualcosa là fuori ci dica che cosa dobbiamo vedere.

Heinz: Ma chi produce la distinzione?

Antonio: L’osservatore.

Heinz: E chi dice: “questo è bello”, “questo è brutto”, “questo è pericoloso”, “questo è desiderabile”, “questo è insopportabile”?

Antonio: Sempre l’osservatore.

Heinz: Allora non chiederti soltanto che cosa c’è davanti a te. Domandati che cosa fai tu affinché ciò che hai davanti emerga per te in quel modo.

Antonio: Ed eccoci alla domanda che ormai mi accompagna: come faccio quello che faccio?

Heinz: È una domanda cibernetica molto seria.



NON CHE COSA VEDO, MA COME FACCIO A VEDERLO

Antonio: Facciamo un esempio semplicissimo. Guardo un albero.

Heinz: E dici: “C’è un albero”.

Antonio: Certo.

Heinz: Ma l’albero che distingui non entra nel tuo sistema nervoso come un piccolo albero.

Antonio: Arrivano perturbazioni.

Heinz: E il tuo sistema opera secondo la propria organizzazione e la propria struttura.

Antonio: Questo mi porta direttamente a Maturana.

Heinz: Non casualmente. Humberto ed io abbiamo conversato molto.

Antonio: Allora il punto non è negare l’esistenza dell’albero.

Heinz: Certamente no. Il punto è molto più interessante: non puoi utilizzare ciò che percepisci per dimostrare che ciò che percepisci esista indipendentemente dalle operazioni attraverso le quali lo percepisci.

Antonio: Quindi non sto dicendo: “Non esiste niente”.

Heinz: Stai dicendo: “Io sono responsabile delle distinzioni che faccio.”


LA REALTÀ STABILE

Antonio: Lei dice anche che il sistema nervoso è organizzato in modo da computare una realtà stabile.

Heinz: Altrimenti non potremmo vivere.

Antonio: Vedo questa scrivania oggi, torno domani e continuo a distinguerla come “la stessa scrivania”.

Heinz: Esatto. La stabilità che sperimenti non dimostra che tu abbia accesso a una realtà indipendente dall’osservatore. Mostra la stabilità delle tue operazioni ricorsive.

Antonio: E qui arriva un’altra sua espressione che trovo bellissima: eigenbehaviour.

Heinz: Comportamento proprio.

Antonio: Varela ricorda la sua formula: Objects: tokens for eigenbehaviour.

Heinz: Gli oggetti possono essere compresi come simboli di comportamenti propri, stabilità che emergono attraverso ricorsioni.

Antonio: Quindi io opero, torno a operare, distinguo, torno a distinguere e alcune configurazioni si conservano.

Heinz: E quel mondo diventa per te evidente.

Antonio: Tanto evidente che dimentico di aver partecipato alla sua costituzione.

Heinz: Ed è proprio allora che l’osservatore scompare dalla propria descrizione.



L’ILLUSIONE DELL’OGGETTIVITÀ

Antonio: Lei formula la concezione classica dell’oggettività più o meno così: le proprietà dell’osservatore non devono entrare nella descrizione delle sue osservazioni.

Heinz: Sì.

Antonio: E poi propone qualcosa di radicalmente diverso: nella post-oggettività la descrizione delle osservazioni dovrebbe rivelare le proprietà dell’osservatore.

Heinz: Perché ogni descrizione implica colui che descrive.

Antonio: Allora quando dico: “Quella persona è arrogante”, potrei fermarmi.

Heinz: E domandarti?

Antonio: Come faccio a distinguere quella persona come arrogante?

Heinz: Molto bene.

Antonio: Quali gesti distinguo? Quali parole? Quale storia ricostruisco? Quali aspettative avevo? Quale emozione abito mentre osservo?

Heinz: Ora non stai più soltanto parlando dell’altro.

Antonio: Sto osservando il mio osservare.

Heinz: Benvenuto nella cibernetica di secondo ordine.


IL PASSATO CHE COSTRUISCO ADESSO

Antonio: Proviamo ad andare ancora oltre. Io ricordo qualcosa accaduto quarant’anni fa.

Heinz: Quando lo ricordi?

Antonio: Adesso.

Heinz: Dove esiste, in questo momento, quel ricordo?

Antonio: Nella mia esperienza presente.

Heinz: Allora fai attenzione a non confondere l’evento storico con l’operazione presente del ricordare.

Antonio: Questo per me è diventato molto concreto. Posso accorgermi: sto ricostruendo il passato nel presente.

Heinz: Esatto.

Antonio: E posso fare la stessa cosa col futuro: sto costruendo adesso uno scenario di qualcosa che ancora non è accaduto.

Heinz: Vedi come cambia tutto quando compare l’osservatore?

Antonio: Moltissimo. Perché il futuro smette di essere qualcosa che “sta arrivando” e diventa uno scenario che sto producendo adesso.

Heinz: E allora aumentano le possibilità.


VEDERE SIGNIFICA IMPARARE AD AGIRE

Antonio: Un altro dei suoi aforismi riportati da Varela dice: “If you want to see, learn how to act.”

Heinz: Se vuoi vedere, impara ad agire.

Antonio: Questo distrugge l’idea dell’osservatore passivo.

Heinz: L’osservazione è operazione.

Antonio: E allora anche la conoscenza non è semplicemente una fotografia del mondo.

Heinz: È un fare.

Antonio: Qui sento vicinissimo Maturana: todo hacer es conocer y todo conocer es hacer.

Heinz: Perché conoscere e vivere non sono attività separabili come spesso immaginiamo.


DAL “DEVO” AL “POSSO”

Antonio: A questo punto voglio fare un passo personale. Per molto tempo una frase poteva apparirmi ovvia: “Devo fare questa cosa.”

Heinz: Chi produce quel “devo”?

Antonio: Io.

Heinz: Interessante.

Antonio: Molto interessante! Perché quando non vedo me stesso come osservatore, il “devo” sembra provenire dalla realtà. È come se fosse scritto nelle cose.

Heinz: E quando osservi il tuo osservare?

Antonio: Posso accorgermi che “devo” è una distinzione che sto facendo.

Heinz: E quindi?

Antonio: Posso domandarmi che cosa accade se sostituisco “devo” con “posso”.

Heinz: Che differenza emerge?

Antonio: Una differenza enorme. “Devo” restringe. “Posso” apre. Ma “posso” non significa necessariamente “lo faccio”.

Heinz: Naturalmente.

Antonio: Significa: posso farlo e posso non farlo.

Heinz: E così aumenta il numero delle possibilità.


L’IMPERATIVO ETICO

Antonio: Ed eccoci al suo famoso imperativo: agisci sempre in modo da aumentare il numero delle possibilità.

Heinz: Con una precisazione importante: non voglio trasformare neppure questa frase in un comando rivolto agli altri.

Antonio: Infatti lei arrivò a riformularla rivolgendola a se stesso: “Heinz, agisci sempre in modo che aumenti il numero delle possibilità”.

Heinz: Perché l’etica comincia da me, non dall’ordine che impartisco a te.

Antonio: Questo mi interessa moltissimo. Io non devo convincere l’altro ad abitare il mio mondo.

Heinz: Altrimenti riduci le possibilità.

Antonio: Posso conversare con lui.

Heinz: E vedere quale mondo emerge nella conversazione.

Antonio: Senza sapere prima quale debba essere.

Heinz: Altrimenti non sarebbe una conversazione. Sarebbe un programma.


IO SONO DENTRO IL MONDO CHE DESCRIVO

Antonio: Mi sembra allora che tutto il percorso conduca a una frase semplicissima: io sono dentro il mondo che descrivo.

Heinz: Sì.

Antonio: Non posso tirarmi fuori e dire: “Adesso vi spiego come stanno veramente le cose”.

Heinz: Puoi dirlo.

Antonio: Ma sarebbe comunque Antonio Bruno che dice: “Vi spiego come stanno veramente le cose”.

Heinz: Esattamente!

Antonio: E qualcuno potrebbe osservare Antonio Bruno mentre lo dice.

Heinz: E Antonio potrebbe osservare se stesso mentre viene osservato.

Antonio: E potremmo andare avanti all’infinito.

Heinz: Questa è la ricorsività.


MI ACCORGO

Antonio: Allora provo a condensare tutto in un gesto quotidiano.

Mi accorgo.

Heinz: Continua.

Antonio: Percepisco attraverso i sensi e attraverso il mio sentire.

Poi mi domando: che cosa sto facendo?

Poi: come faccio quello che faccio?

Mi accorgo se sto ricostruendo un passato.

Mi accorgo se sto costruendo scenari futuri.

Osservo ciò che tendo a conservare mentre faccio ciò che faccio.

E, infine, vedo quali possibilità emergono.

Heinz: E chi sceglie?

Antonio: Io.

Heinz: E chi è responsabile della scelta?

Antonio: Io.

Heinz: Adesso però attenzione alla parola “responsabilità”.

Antonio: Perché potrei trasformarla immediatamente in un nuovo “devo”.

Heinz: Esatto.

Antonio: Allora preferisco dire: posso scegliere.


IL MONDO NASCE MENTRE DANZIAMO

Heinz: E adesso, Antonio, dimmi: dov’è il mondo?

Antonio: Non posso indicarlo come qualcosa che semplicemente mi sta davanti.

Heinz: Perché?

Antonio: Perché mentre vivo, distinguo. Mentre distinguo, agisco. Mentre agisco, cambia ciò che posso distinguere. E mentre tutto questo accade, gli altri fanno lo stesso.

Heinz: E dunque?

Antonio: Il mondo che include me nasce mentre danziamo.

Heinz: Questa mi piace.

Antonio: E allora non devo imparare i passi prima di cominciare.

Heinz: Puoi farlo.

Antonio: Posso anche non farlo.

Heinz: Adesso mi piace ancora di più.

Antonio: Posso ascoltare la musica, sentire il corpo, vedere chi danza con me e accorgermi del passo che sta emergendo.

Heinz: E se sbagli passo?

Antonio: Posso accorgermene.

Heinz: E poi?

Antonio: Posso fare un altro passo.

Heinz: Ecco.

Antonio: Tutto qui?

Heinz: Tutto qui.

Antonio: Mi sembra pochissimo.

Heinz: Prova a viverlo.

Antonio: Allora diventa enorme.

Heinz: Precisamente.

E Antonio Bruno sorride.

Non perché abbia finalmente scoperto come è fatto il mondo.

Ma perché si è accorto di qualcosa di molto più vicino:

c’è anche lui, nel mondo che osserva.

E da quel momento la domanda cambia.

Non più soltanto:

«Che cosa sta accadendo?»

ma:

«Come faccio ciò che faccio mentre accade?»

E, subito dopo:

«Quali possibilità posso lasciare aperte?»

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