Quelli che scorrono e quelli che non scorrono

 


Quelli che scorrono e quelli che non scorrono

Qualche giorno fa parlavo con una persona che conosco, e mentre parlavo mi sono accorto che stavo per chiamarla amico, ma la parola si è fermata prima di uscire, perché ci sono parole che adoperiamo con troppa facilità e forse amico è una di queste.

Amico viene da amore.

E se l'amore è riconoscere l'altro come legittimo nella sua esistenza accanto a noi, allora l'amicizia pretende qualcosa di più della frequentazione, della confidenza, perfino dell'affetto. Pretende reciprocità.

Io posso riconoscere te.

Ma tu puoi riconoscere me?

La persona con cui parlavo mi raccontava che sui social preferisce non sgrollare. Non vuole sapere quello che fanno gli altri. In questo modo, diceva, si difende.

La parola che mi rimase addosso fu proprio questa: difendersi.

Io invece sgrollo.

Sgrollo parecchio.

Passano davanti ai miei occhi persone che conosco da una vita e persone incontrate una sola volta, persone che non vedo da quarant'anni e persone viste ieri. Qualcuno fotografa il pranzo, qualcuno il nipote, qualcuno scrive di politica, qualcuno racconta una malattia, qualcuno mette una canzone, qualcuno mostra il mare, qualcuno proclama la propria felicità e forse è felice davvero, qualcuno proclama la propria felicità e forse vorrebbe soltanto esserlo.

Ma io questo non posso saperlo.

Posso vedere soltanto ciò che vedo.

E allora continuo a sgrollare.

Non per stabilire chi abbia ragione.

Non per decidere chi dovrebbe vivere diversamente.

Guardo le persone descrivere se stesse.

È una cosa straordinaria, se ci si pensa: milioni di esseri umani che ogni giorno lasciano minuscole tracce dicendo, in qualche modo, eccomi, oggi sono stato qui.

Non tutto quello che vedo mi piace.

Questo è importante.

Riconoscere la legittimità dell'altro non significa che debba piacermi ciò che fa. Posso trovare una sua opinione assurda, un comportamento sgradevole, una scelta incomprensibile. Posso non voler fare quello che fa lui. Posso persino decidere di non frequentarlo.

E tuttavia posso continuare a dire: tu sei legittimo nel mondo che fai emergere vivendo, così come io sono legittimo nel mio.

Forse è proprio qui che comincia la parte difficile.

Perché durante quella conversazione io sapevo qualcosa.

Una confidenza raccolta tempo prima mi aveva fatto comprendere che quella persona non riusciva a riconoscere me nello stesso modo in cui io riconoscevo lui.

Non era necessario discuterne.

Non dovevo convincerlo.

Non dovevo dimostrargli che si sbagliava.

Semplicemente mi accorsi di una asimmetria.

Io dicevo, dentro di me: tu puoi essere quello che sei.

Ma dall'altra parte non tornava la stessa frase.

Ed ecco perché quella parola, amico, si era fermata.

Non per risentimento.

Non per punizione.

Non perché avessi deciso che lui fosse una persona cattiva.

Anzi.

Proprio riconoscendolo pienamente legittimo dovevo riconoscere anche la sua possibilità di non riconoscere me.

Ed è una situazione curiosa.

Quasi un paradosso.

Ti riconosco così profondamente da riconoscere persino il tuo non riconoscermi.

Ma allora che cosa rimane?

Rimane una persona che conosco.

Rimane una conversazione.

Rimane forse dell'affetto.

Rimane la possibilità di incontrarsi, parlare, ridere, raccontarsi qualcosa.

Rimane moltissimo.

Ma non necessariamente rimane l'amicizia.

Perché l'amicizia non può essere costruita da uno solo.

È come una porta che possiede due maniglie, una da ciascun lato. Io posso aprire la mia. Posso lasciarla aperta per tutto il tempo che desidero. Posso perfino vedere l'altro attraverso il vetro.

Ma non posso girare la maniglia che si trova dalla sua parte.

Forse è questa la cosa che ho imparato da quella conversazione.

E curiosamente l'ho imparata parlando di un dito che scorre sopra uno schermo.

Lui non sgrolla per non vedere.

Io sgrollo perché vedere non mi obbliga a giudicare.

Davanti a me continuano a passare vite.

Una donna festeggia un compleanno. Un uomo fotografa un tramonto. Qualcuno scrive una cosa che non condivido. Un altro pubblica dieci fotografie che non avrei mai pubblicato. Uno racconta qualcosa che considero bellissimo, un altro qualcosa che mi lascia completamente indifferente.

Sgrollo.

Vedo.

Distinguo.

A volte mi piace.

A volte no.

E continuo.

Forse la libertà dell'altro comincia proprio nel punto in cui smetto di pretendere che debba vivere in un modo che permetta a me di approvarlo.

E forse l'amicizia comincia un poco più avanti.

Nel punto in cui due persone, incontrandosi, riescono entrambe a dirsi, senza bisogno di pronunciarlo:

Ti vedo.

Non sei come me.

Non devi esserlo.

Eppure, per me, hai diritto di essere esattamente lì dove sei.

Quando questa frase viaggia in entrambe le direzioni, allora forse possiamo usare quella parola enorme.

Amicizia.

Quando invece viaggia in una sola direzione, non occorre condannare nessuno.

Basta accorgersene.

E continuare a sgrollare.

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