Che cosa conserva la politica mentre promette il futuro?

 


Che cosa conserva la politica mentre promette il futuro?

Ho ascoltato Beppe Grillo conversare con Fedez e Mr. Marra. A un certo punto Grillo pone una questione che mi ha colpito: dov'è una visione della società futura? Dove immaginiamo di essere nel 2050? In quale società desideriamo vivere?

In fondo dice di desiderare una politica capace di costruire una visione di futuro orientata al benessere di tutti.

Mi sono fermato su questa affermazione.

Perché credo che, se chiedessimo alle persone se desiderano una società nella quale ci sia benessere per tutti, difficilmente qualcuno risponderebbe di no.

Il problema comincia subito dopo.

Che cosa significa "benessere"?

Che cosa significa "tutti"?

E soprattutto: come facciamo quello che facciamo mentre diciamo di voler realizzare quel benessere?

Grillo ha fondato il Movimento 5 Stelle. Quel Movimento è diventato il partito più votato alle elezioni politiche del 2018. Milioni di persone hanno affidato a quella esperienza politica una parte delle proprie aspettative.

Eppure il futuro immaginato non è semplicemente diventato presente.

Non lo dico per stabilire se quell'esperienza sia riuscita o fallita. Mi interessa un'altra cosa.

Forse continuiamo a pensare alla società come se fosse una macchina banale.

Inseriamo una causa e aspettiamo l'effetto.

Voto questo partito, quel partito governa, quel partito realizza il programma, il mondo cambia.

Ma una società non funziona così.

Una società è fatta di esseri umani che osservano altri esseri umani, che conversano, reagiscono, cambiano idea, modificano il proprio comportamento e, modificandolo, cambiano continuamente anche il mondo nel quale gli altri devono agire.

Non esiste un futuro già pronto verso il quale qualcuno possa semplicemente condurci.

Esistono, nel presente, descrizioni del futuro.

E quelle descrizioni partecipano alla costruzione del presente.

È questo che mi interessa.

Anche quando Donald Trump promette un pagamento di 5.000 dollari agli americani adulti subordinandolo a determinate condizioni politiche ed elettorali, sta facendo qualcosa nel presente attraverso la descrizione di qualcosa che dovrebbe accadere nel futuro.

Non esistono ancora quei 5.000 dollari nelle tasche dei cittadini.

Esiste oggi la loro promessa.

E quella promessa può entrare oggi nelle conversazioni, nelle aspettative e nelle decisioni delle persone.

Il futuro viene portato nel presente per produrre un comportamento nel presente.

Ed ecco che mi accorgo di qualcosa.

Forse è proprio questa una delle conversazioni che conserviamo da moltissimo tempo nella vita pubblica:

io ti descrivo un futuro desiderabile e tu, oggi, mi affidi il potere necessario per tentare di realizzarlo.

Possono cambiare le promesse.

Può essere il benessere.

Può essere la sicurezza.

Può essere la libertà.

Può essere l'uguaglianza.

Possono essere persino 5.000 dollari.

Cambiano i contenuti, cambiano i partiti, cambiano i leader, cambiano le ideologie.

Ma che cosa stiamo conservando?

Questa domanda per me cambia completamente il modo di osservare la politica.

Non mi basta più domandarmi: che cosa vuole ottenere?

Mi interessa domandarmi: come fa quello che fa?

E, ancora di più:

che cosa conserva mentre fa quello che fa?

Qui ritrovo Heinz von Foerster.

Il suo imperativo etico — agisci sempre in modo da aumentare il numero delle possibilità — mi appare improvvisamente come una domanda politica molto più profonda di qualsiasi promessa elettorale.

Una politica aumenta le possibilità delle persone oppure le riduce?

Una conversazione politica apre possibilità oppure mi mette davanti a un'alternativa già confezionata?

Mi rende partecipe della costruzione del mondo oppure mi chiede semplicemente di scegliere chi dovrà costruirlo per me?

Non ho una risposta universale.

E forse proprio il desiderio di trovarne una sarebbe ancora una volta il tentativo di ridurre le possibilità.

Posso però osservare.

Posso accorgermi.

Posso domandarmi che cosa percepisco, che cosa sto facendo e che cosa sto conservando mentre faccio quello che faccio.

Posso farlo anche quando voto.

Anzi, soprattutto quando voto.

Perché anche io sono dentro la conversazione politica.

Non sono uno spettatore esterno.

Quando ascolto Grillo, Trump o qualunque altra persona che mi descrive il futuro, quella descrizione entra nel mio mondo soltanto attraverso di me.

Sono io che ascolto.

Sono io che distinguo.

Sono io che attribuisco significato.

Sono io che scelgo.

E allora la questione politica cambia ancora.

Non è più soltanto:

"Quale futuro mi promettono?"

Diventa:

"Quale mondo facciamo emergere, qui e ora, mentre conversiamo del futuro?"

E ancora:

"Quale relazione stiamo conservando mentre diciamo di voler cambiare il mondo?"

Forse è proprio qui il paradosso.

Possiamo desiderare un mondo completamente nuovo continuando a produrlo attraverso le stesse relazioni.

Possiamo cambiare le parole senza cambiare la conversazione.

Possiamo promettere il futuro conservando perfettamente il passato.

Ed è per questo che oggi, davanti a una promessa politica, non mi interessa soltanto sapere se sarà mantenuta.

Mi interessa osservare qualcosa che viene prima:

come facciamo ciò che facciamo mentre cerchiamo il consenso?

Perché il futuro non è ancora accaduto.

La relazione attraverso la quale lo stiamo facendo emergere, invece, sta accadendo proprio adesso.

 

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