Ho cantato Vento di Passione

 


Ho cantato Vento di Passione

Ci sono canzoni che sembrano appartenere a chi le ha cantate per primo. E poi ce ne sono altre che, proprio perché sono grandi, a un certo punto smettono di appartenere a qualcuno.

Vento di Passione è una di queste.

L’hanno cantata Pino Daniele e Giorgia, e già questo potrebbe bastare a mettere soggezione a chiunque abbia voglia di avvicinarsi a quelle note. Poi c’è stata Mina, con quella profondità della voce che non ha bisogno di dimostrare più niente a nessuno.

Tre mondi.

Pino Daniele aveva quella voce sottile, quasi fragile, che sembrava fare il contrario di quello che ci hanno insegnato sulle grandi voci: invece di occupare lo spazio, entrava nelle fessure. Faceva il blues senza gridarlo. Una voce capace di arrivare al cuore quasi chiedendo permesso.

Giorgia, Giorgia Todrani, possiede invece uno strumento vocale che sembra moltiplicare le possibilità. Sale, scende, modula, trattiene, libera. A volte ascoltandola viene da pensare che abbia trovato qualche gradino in più sulla scala che porta in paradiso.

E poi Mina.

La Mina matura non deve più salire da nessuna parte. È già arrivata. La sua voce può stare ferma e, proprio restando ferma, scavare.

E allora uno potrebbe domandarsi: che cosa ci faccio io, con la mia voce, dentro una canzone passata attraverso interpreti così?

La risposta che mi sono dato cantandola è molto semplice: ci sto con la mia voce.

Perché una bella canzone non è destinata ai fenomeni.

Una bella canzone può essere cantata da chiunque. Può essere fischiettata mentre si cammina. Può accompagnare un viaggio in automobile, una sera d’estate, una cucina mentre si prepara il pranzo. Può diventare compagnia.

Ed è forse questa la differenza tra l’esibizione e il canto.

Io non avevo bisogno di essere Pino Daniele, Giorgia o Mina. Avevo soltanto bisogno di essere quello che ero mentre cantavo.

Questa volta, peraltro, la mia interpretazione è riuscita anche a passare attraverso le misteriose frontiere dei social, senza incontrare quella che scherzosamente chiamo la “mannaia” delle case discografiche. Altre cover mi sono state bloccate o limitate per questioni legate ai diritti.

È un meccanismo che continuo a trovare curioso.

Le piattaforme e i titolari dei diritti hanno sistemi e regole molto più complessi di quanto possa apparire a chi, come me, canta semplicemente per il piacere di farlo. Eppure rimane una considerazione: quando una canzone continua a essere cantata, reinterpretata, ascoltata, condivisa, continua anche a vivere.

Una canzone dimenticata non produce emozioni.

Una canzone che passa da una voce all’altra attraversa invece le generazioni, entra nei locali, nelle feste, nei concerti, nelle case. Diventa memoria collettiva.

Ma la cosa più interessante mi è accaduta mentre cantavo.

Che cosa ho provato?

Calma.

Una calma riflessiva.

Non ho provato ciò che provo ascoltando Pino Daniele, Giorgia o Mina. Perché quella era la loro esperienza della canzone. Cantandola, invece, stava emergendo la mia.

E dentro quella calma è comparso un ricordo.

Il ricordo di te.

Di noi che ci siamo amati quella volta lì, per quel tempo e in quel luogo.

Niente eternità.

Niente promesse retroattive.

Un tempo. Un luogo. Due persone.

Mi sono tornati i sorrisi. Il suono della tua voce. Gli sguardi. Perfino il profumo del tuo corpo.

La musica possiede questo strano potere: non riporta indietro il passato, perché il passato non torna. Fa qualcosa di forse ancora più sorprendente.

Lo fa accadere nuovamente nel presente come ricordo.

Mentre cantavo sapevo perfettamente che tu non eri lì.

E sapevo anche che quell’uomo che ero allora non esiste più esattamente nello stesso modo.

Eppure qualcosa accadeva.

Nel presente stavo ricostruendo quel passato. Non lo stavo rivivendo: lo stavo facendo emergere attraverso la mia memoria, il mio corpo e la mia voce di oggi.

Forse è anche per questo che cantiamo.

Non necessariamente per dimostrare quanto siamo bravi.

Non per diventare qualcun altro.

Cantiamo perché, per quei quattro minuti, una melodia ci permette di incontrare qualcosa che abbiamo vissuto e di guardarlo dal luogo nel quale siamo arrivati oggi.

Così Vento di Passione, dopo Pino Daniele, dopo Giorgia, dopo Mina, per qualche minuto è diventata anche la mia canzone.

Non perché l'abbia cantata meglio.

Semplicemente perché l’ho cantata io.

Con la voce che ho.

Con la vita che ho vissuto.

E con un ricordo che, mentre cantavo, è tornato a risuonare dentro di me.

Consapevole, questa volta, che era proprio questo: un ricordo.

Una ricostruzione del passato nel presente.

E forse è già abbastanza.

E per oggi è tutto.

 

Commenti

Post popolari in questo blog

Oscar Farinetti - La fortuna di nascere in Italia.

Gli esami di Stato del 1976

MESCIU ANTONIU LETTERE MEJU CU LU TIENI COMU AMICU...