Ascoltando il discorso di Pedro Sánchez all’Assemblea Generale dell’ONU
Ascoltando il discorso di Pedro Sánchez
all’Assemblea Generale dell’ONU.
Ascolto il discorso di Pedro Sánchez all’Assemblea Generale dell’ONU. Dice
cose molto concrete: vuole rafforzare le Nazioni Unite, riformare il Consiglio
di Sicurezza, limitare il diritto di veto, rafforzare la Corte Penale
Internazionale, rilanciare il disarmo nucleare e regolamentare social network e
intelligenza artificiale. Parla delle guerre, dell’Ucraina, del Libano,
dell’Iran e di Gaza. Rivendica inoltre le scelte compiute dalla Spagna.
Mentre lo ascolto, però, mi accorgo di una cosa: Sánchez non sta
semplicemente descrivendo il mondo. Lo distingue.
Distingue aggressori e aggrediti, legalità e illegalità, cooperazione e
sopraffazione, progresso e reazione. E attraverso queste distinzioni propone il
mondo nel quale desidera vivere.
Qui mi vengono incontro Maturana, von Foerster, Bateson e Varela.
Non mi interessa soltanto stabilire se Sánchez abbia ragione o torto. Mi
interessa osservare come fa quello che fa.
Dice di volere la pace: il suo modo di parlare aumenta le possibilità della
conversazione oppure consolida la contrapposizione?
Dice di volere un ordine internazionale fondato sul diritto: le regole
vengono applicate allo stesso modo agli amici e agli avversari?
Dice che nessun Paese dovrebbe essere contemporaneamente giudice e parte in
causa: siamo capaci di applicare questa affermazione anche a noi stessi?
E soprattutto: che cosa conserviamo facendo ciò che facciamo?
Perché possiamo dichiarare di volere la pace e, nello stesso tempo,
conservare relazioni fondate sulla paura e sul nemico. Possiamo invocare il
dialogo continuando a parlare soltanto con chi condivide le nostre premesse.
Possiamo difendere il diritto internazionale quando ci conviene e interpretarlo
diversamente quando riguarda noi o i nostri alleati.
Bateson mi suggerisce allora di non guardare soltanto chi compie la prima
azione, ma anche il circuito che si genera: io agisco, tu reagisci, io
interpreto la tua reazione come conferma di ciò che pensavo di te e reagisco ancora.
Alla fine entrambi possiamo essere convinti che sia sempre l’altro a
costringerci ad agire.
Von Foerster mi impedisce di mettermi fuori da questo circuito: anch’io
sono l’osservatore che distingue.
E Maturana mi riporta alla domanda per me decisiva: quale convivenza
desidero conservare?
Io desidero una convivenza nella quale possa dire che non condivido ciò che
fai, possa anche contrastarlo quando lo ritengo necessario, senza avere bisogno
di negare la tua legittimità come essere umano.
Per questo il discorso di Sánchez mi lascia soprattutto una domanda che non
riguarda soltanto lui, la Spagna o le Nazioni Unite. Riguarda anche me:
quando dico di volere un mondo di pace, il modo concreto in cui
parlo, giudico, distinguo e mi relaziono con chi non la pensa come me fa
emergere davvero quel mondo?
È lì che la pace smette di essere una parola pronunciata dalla tribuna
dell’ONU e diventa una pratica quotidiana.
Quale mondo facciamo emergere?
Una
conversazione con Antonio Bruno a partire da Maturana, von Foerster, Bateson e
Varela
Interlocutore: Antonio, hai ascoltato questo
discorso alle Nazioni Unite. Si parla di multilateralismo, pace, diritto
internazionale, femminismo, migrazioni, intelligenza artificiale, guerre. Sei
d’accordo?
Antonio
Bruno: La domanda
mi interessa, ma ne farei subito un’altra.
Interlocutore: Quale?
Antonio
Bruno: Come
faccio quando dico di essere d’accordo?
Interlocutore: Sembra una domanda strana.
Antonio
Bruno: Lo è
soltanto se penso che il mondo sia già lì, completamente fatto, e che io debba
semplicemente descriverlo correttamente. Da Humberto Maturana ho imparato a
spostare l’attenzione dall’oggetto osservato all’operazione dell’osservatore.
Prima di
domandarmi se ciò che ascolto sia giusto o sbagliato, posso domandarmi: che
cosa faccio io mentre ascolto queste parole? Quali distinzioni opero? Quali
emozioni sorgono? Quale mondo faccio emergere distinguendo in questo modo?
Interlocutore: Quindi non esiste una realtà?
Antonio
Bruno: Non direi
questo. Sarebbe una banalizzazione del costruttivismo.
Non sto
dicendo che posso decidere arbitrariamente che una guerra non esiste, che una
persona morta sia viva o che una bomba non distrugga.
Sto dicendo
qualcosa di diverso: ciò che chiamo “realtà” entra nella mia esperienza
attraverso le distinzioni che compio come osservatore.
Maturana mi
costringe a ricordare una cosa semplicissima e sconvolgente: tutto ciò che
viene detto è detto da un osservatore.
E
quell’osservatore sono anch’io.
Interlocutore: Nel discorso vengono distinti
aggressori e aggrediti, legalità e illegalità, progressisti e reazionari,
cooperazione e sopraffazione.
Antonio
Bruno: Ecco il
punto.
Le
distinzioni sono necessarie. Senza distinzione non potrei neppure parlare.
Ma Heinz von
Foerster mi suggerirebbe di osservare l’osservatore che compie quelle
distinzioni.
Quando dico
“aggressore”, sto facendo qualcosa.
Quando dico
“reazionario”, sto facendo qualcosa.
Quando dico
“giusto”, “ingiusto”, “nemico”, “alleato”, “democratico”, “autoritario”, non
sto semplicemente fotografando il mondo.
Sto
partecipando linguisticamente alla costruzione del mondo nel quale
successivamente agirò.
Interlocutore: Allora non dovremmo più giudicare
nulla?
Antonio
Bruno: No. Sarebbe
un altro automatismo.
Posso
distinguere, scegliere, approvare, rifiutare. Posso dire che desidero vivere in
un mondo piuttosto che in un altro.
La
differenza sta nel non nascondermi dietro una presunta oggettività che
trasformi la mia scelta in una proprietà intrinseca dell’universo.
Posso dire:
“Io desidero
un mondo nel quale i conflitti vengano affrontati attraverso il diritto e la
conversazione.”
È diverso
dal dire:
“La realtà
dimostra che chi non condivide la mia posizione è dalla parte sbagliata della
storia.”
Nel primo
caso mi assumo la responsabilità della mia preferenza.
Interlocutore: È qui che entra von Foerster?
Antonio
Bruno: Sì. Von
Foerster porta l’osservatore dentro il sistema osservato.
E allora la
politica cambia aspetto.
Io non posso
più descrivere tranquillamente “gli altri” come se stessi guardando un acquario
dall'esterno.
Io sono
nell’acquario.
Le mie
parole modificano la rete di conversazioni alla quale appartengo.
Se descrivo
continuamente qualcuno come nemico, quella descrizione entra nella relazione.
L’altro
reagisce.
Io reagisco
alla sua reazione.
Lui reagisce
alla mia.
E dopo
qualche passaggio entrambi possiamo dire:
“Vedi? Avevo
ragione su di lui.”
Abbiamo
costruito ricorsivamente proprio il mondo che pensavamo semplicemente di
descrivere.
Interlocutore: Qui sento Bateson.
Antonio
Bruno: Moltissimo.
Bateson mi
impedisce di isolare un comportamento dal circuito relazionale nel quale esso
avviene.
La domanda
non è soltanto:
“Chi ha
cominciato?”
Può
diventare:
“Quale
configurazione relazionale stiamo conservando attraverso questa successione di
azioni e reazioni?”
A colpisce
B.
B risponde
ad A.
A interpreta
la risposta di B come conferma della pericolosità di B.
B interpreta
la nuova azione di A come conferma dell’aggressività di A.
Ognuno
punteggia la sequenza partendo dal comportamento dell’altro.
Ed ecco che
compare una causalità circolare.
Interlocutore: Ma questo rischia di mettere tutti
sullo stesso piano.
Antonio
Bruno: No. Ed è
importante dirlo.
Osservare la
circolarità di una relazione non significa cancellare responsabilità,
asimmetrie di potere, violazioni o conseguenze concrete.
Significa
aggiungere una domanda.
Oltre a
domandarmi chi abbia fatto cosa, posso chiedermi:
quale
circuito relazionale continua a riprodurre ciò che diciamo di voler
interrompere?
Questa
seconda domanda non sostituisce la prima.
La amplia.
Interlocutore: Nel discorso ricorre continuamente
il futuro: i nostri figli, le generazioni che verranno, il mondo che lasceremo
loro.
Antonio
Bruno: Ed è qui
che Varela mi interessa particolarmente.
Il futuro
non è qualcosa che io posso osservare davanti a me come osservo questo tavolo.
Il futuro
viene fatto emergere nel presente attraverso ciò che facciamo adesso.
Varela
parlerebbe di enazione.
Non abbiamo
semplicemente un mondo già pronto davanti a noi al quale adattarci
passivamente. Organismo e ambiente emergono nella storia delle loro reciproche
interazioni.
Trasportato
con prudenza nella dimensione sociale, questo mi porta a una domanda:
quale mondo
stiamo facendo emergere mentre diciamo di voler costruire un mondo migliore?
Interlocutore: Spiegati.
Antonio
Bruno: Supponiamo
che io dica:
“Voglio
costruire una società fondata sulla pace.”
Benissimo.
Ma poi
osservo come faccio quello che faccio.
Se per
costruire la pace ho continuamente bisogno di produrre nemici, umiliare chi
dissente, eliminare la legittimità dell’altro, allora devo accorgermi della
contraddizione.
Non basta il
nome che attribuisco al mio obiettivo.
Devo
osservare la configurazione relazionale che conservo mentre cerco di
raggiungerlo.
Ed ecco che
per me torna Maturana.
Interlocutore: In quale senso?
Antonio
Bruno: Nella
centralità delle emozioni.
Noi
occidentali ci raccontiamo spesso che la politica sia soprattutto razionalità:
programmi, numeri, trattati, istituzioni, norme.
Ma ogni
dominio razionale poggia su premesse accettate a partire da un dominio
emozionale.
Dietro il
mio ragionamento posso trovare paura.
Oppure
desiderio di controllo.
Oppure
fiducia.
Oppure
desiderio di vendetta.
Oppure
desiderio di convivenza.
Perciò, davanti
a un discorso politico, oggi mi interessa chiedermi non soltanto:
“Che cosa
propone?”
ma anche:
“Da quale
emozione nasce il mondo relazionale che questa proposta rende possibile?”
Interlocutore: Prendiamo il passaggio sulla
riforma delle Nazioni Unite.
Antonio
Bruno: Posso
osservarlo proprio così.
Il discorso
sostiene che occorra rafforzare il sistema multilaterale, riformare il
Consiglio di Sicurezza e ridurre le asimmetrie nella rappresentanza.
Io potrei
immediatamente schierarmi a favore o contro.
Oppure posso
fermarmi un momento e osservare.
Che cosa
desidero conservare?
Una
convivenza nella quale alcuni Stati possano imporre stabilmente la propria
volontà?
Oppure una
convivenza nella quale si tenti di coordinare le condotte attraverso
istituzioni condivise?
A quel punto
non sto più cercando la soluzione politica che l'universo mi ordina di
scegliere.
Sto
esplicitando il mondo nel quale desidero vivere.
Interlocutore: Questo vale anche per
l’intelligenza artificiale? Nel discorso si chiede una regolamentazione
rigorosa.
Antonio
Bruno: Certamente.
Anche qui
potremmo cadere nella macchina banale di von Foerster.
Input,
output.
Faccio una
domanda alla macchina e pretendo la risposta corretta.
Faccio una
legge e pretendo il comportamento previsto.
Faccio una
campagna elettorale e pretendo il voto.
Do un ordine
e pretendo l’obbedienza.
Ma gli
esseri umani non sono macchine banali.
La stessa
sollecitazione può produrre comportamenti differenti perché ciascun essere
umano possiede una storia, una struttura, una rete relazionale.
La
tentazione del potere, invece, è spesso quella di banalizzare l’altro,
renderlo prevedibile.
Interlocutore: E la democrazia?
Antonio
Bruno: Potrei
guardarla proprio da qui.
Una
democrazia non consiste soltanto nell'avere procedure per contare i voti.
È anche una
particolare modalità di convivenza nella quale devo riuscire a vivere con
qualcuno che non posso determinare completamente.
L’altro può
sorprendermi.
Può non
votare come desidero.
Può non
capire quello che considero evidente.
Può vedere
un mondo differente dal mio.
E rimane
comunque un interlocutore con il quale devo coordinare la convivenza.
Questa, per
me, è una questione enorme.
Interlocutore: Torniamo allora al discorso. Dopo
averlo ascoltato, qual è la tua conclusione?
Antonio
Bruno: Non voglio
una conclusione.
Interlocutore: Perché?
Antonio
Bruno: Perché sto
imparando che non devo necessariamente chiudere ogni esperienza.
Posso
osservarla.
Mi accorgo.
Percepisco
ciò che accade in me.
Osservo cosa
sto facendo.
Ricostruisco
il passato che porto dentro quella percezione.
Vedo gli
scenari futuri che sto producendo.
Mi domando
che cosa sto conservando facendo quello che faccio.
E poi
scelgo.
Interlocutore: E cosa conserveresti, ascoltando
questo discorso?
Antonio
Bruno: Questa è
finalmente la domanda che mi interessa.
Non: “Chi ha
ragione?”
Ma:
“Che cosa
desidero conservare nel mio vivere insieme agli altri?”
Desidero
conservare la possibilità della conversazione.
Desidero
conservare la legittimità dell’altro senza che questo significhi condividere
tutto ciò che l’altro fa o dice.
Desidero
conservare la possibilità di dissentire senza trasformare automaticamente il
dissenso in inimicizia.
Desidero
conservare istituzioni nelle quali i conflitti possano essere trattati senza
ricorrere alla distruzione reciproca.
E
soprattutto desidero conservare la consapevolezza che anch’io partecipo al
mondo che critico.
Interlocutore: Quindi Maturana, von Foerster,
Bateson e Varela ti portano fuori dalla politica?
Antonio
Bruno: Al
contrario.
Mi ci
portano dentro fino in fondo.
Perché non
posso più dire:
“È colpa
loro.”
e fermarmi
lì.
Posso
certamente attribuire responsabilità per azioni concrete. Ma poi arriva la
domanda più difficile:
“E io, come
faccio quello che faccio?”
E subito
dopo:
“Quale mondo
faccio emergere mentre faccio ciò che faccio?”
Bateson
aggiungerebbe: quali relazioni e quali circuiti sto alimentando?
Von
Foerster: quali distinzioni sto producendo come osservatore e quale
responsabilità assumo per esse?
Varela:
quale mondo emerge nell’azione stessa del mio vivere?
Maturana,
infine, mi riporta alla convivenza e all’emozione dalla quale nasce.
Interlocutore: E se dovessi condensare tutto in
una sola domanda?
Antonio
Bruno: Forse
questa:
“Il mondo
che dico di desiderare è lo stesso mondo che contribuisco a far emergere
attraverso il mio modo di vivere con gli altri?”
Non conosco
una risposta definitiva.
Ma posso
accorgermene mentre vivo.
E questo
cambia tutto.
Perché il
mondo che include me non è qualcosa che io costruisco da solo e poi consegno
agli altri.
Nasce mentre
danziamo.
Discorso completo di Pedro Sánchez
all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite
Nel sistema multilaterale. Dobbiamo rinnovarlo, rafforzarlo affinché possa
svolgere in questo secolo lo stesso ruolo centrale che ha svolto nel XX secolo.
Farlo, evidentemente, non sarà facile, ma la buona notizia è che tutto
l’orientamento di cui abbiamo bisogno è qui, nella Carta delle Nazioni Unite.
In questa Carta sono stati scritti alcuni dei nostri capitoli migliori dai
nostri predecessori, uomini e donne che avevano visto il mondo bruciare e che,
nonostante ciò, ebbero il coraggio di immaginare un futuro migliore.
Quegli uomini e quelle donne lasciarono in questa Carta la loro saggezza e
la loro speranza e non ci chiesero di conservarla in una vetrina. Ci chiesero
di rispettarla, di difenderla e di tornare ad essa in momenti come quello
attuale, caratterizzati dall’incertezza e da una straordinaria difficoltà.
Oggi attraversiamo uno di questi momenti e, pertanto, è nostro dovere essere
all’altezza del coraggio e dell’ambizione presenti nel testo della Carta delle
Nazioni Unite.
Per questo, signore e signori, dobbiamo riformare il Consiglio di Sicurezza
affinché tutte le regioni del mondo abbiano una rappresentanza equa e affinché
si ponga fine al diritto di veto dei membri permanenti.
Perché, come indica la Carta delle Nazioni Unite, nessun Paese deve essere
contemporaneamente giudice e parte in causa, per quanto potente esso sia.
Dobbiamo quindi rafforzare gli altri principali organismi, riorganizzare
agenzie, fondi e programmi, dotandoli di maggiori risorse e di una maggiore
capacità esecutiva, affinché possano avere un impatto più decisivo sulle grandi
sfide che attanagliano l’umanità.
Dobbiamo rafforzare organismi come la Corte Penale Internazionale affinché
possano indagare, perseguire e sanzionare coloro che violano le norme.
L’umanità ha impiegato secoli per sostituire il diritto del più forte con la
forza del diritto e noi non possiamo essere la generazione che percorre questo
cammino in senso contrario.
Per questo stesso motivo dobbiamo ricostruire l’architettura della non
proliferazione e del disarmo nucleare, per evitare che una politica di
sicurezza mal concepita ci trascini verso un nuovo conflitto mondiale.
Dobbiamo inoltre imporre ai tecnoligarchi una regolamentazione rigorosa, che
controlli il funzionamento dei social network e lo sviluppo dell’intelligenza
artificiale. Perché, in fin dei conti, il futuro dei nostri figli e delle
nostre figlie deve venire prima delle tasche di questi tecnoligarchi.
Evidentemente, fare tutte queste cose richiederà impegno, tempo e una
leadership forte, capace di costruire accordi, di ascoltare, di guardare oltre
la realtà conosciuta e di immaginare un’alternativa migliore.
E la mia scelta per questa leadership è chiara.
Nove uomini hanno occupato la Segreteria Generale di questa organizzazione
nei suoi ottant’anni di vita. Adesso tocca a una donna, a una donna latinoamericana.
Perché, signore e signori, come può un’organizzazione che pretende di
parlare a nome dell’intera umanità non avere mai avuto una donna alla propria
guida?
Come può il sistema delle Nazioni Unite rappresentare tutti i continenti se
da tre decenni non consentiamo al terzo continente più popolato di occupare
questo incarico?
Le Nazioni Unite sono nate con la promessa che tutti gli esseri umani
avrebbero avuto un posto in questa casa e, pertanto, è arrivato il momento di
realizzare la metà ancora incompiuta di quella promessa.
È arrivato il momento che una donna dell’America Latina occupi la Segreteria
Generale delle Nazioni Unite. Si tratta di un debito storico che dobbiamo
saldare.
E oggi più che mai, quando il femminismo viene attaccato, quando migliaia di
donne sono vittime del maschilismo, della violenza e della xenofobia, dobbiamo
riaffermare ancora più fermamente questo impegno.
E voglio che sia chiaro: non dico questo perché penso che le donne abbiano
qualcosa da dimostrare. Lo dico perché è il mondo che deve dimostrare a se
stesso che sul cammino dell’uguaglianza non si torna indietro.
Nel mio Paese, signore e signori, in Spagna, furono le donne le prime a
mostrare che la sicurezza non nasce dalla forza, bensì dal progresso sociale.
Furono donne coraggiose, come Clara Campoamor, le prime a difendere in
Parlamento la rinuncia alla guerra come forma di relazione con il mondo e a
sostenere che la scelta dell’empatia e della pace dovesse essere sempre la
strada da seguire.
Magari molti leader che sono saliti su questo podio nel corso di questa
settimana avessero avuto la metà del coraggio e della lucidità che ebbe Clara
Campoamor.
Il femminismo, signore e signori, è una delle principali forze di
trasformazione e di progresso che il mondo abbia conosciuto nell’ultimo secolo
ed è ormai tempo che la sua forza guidi questa istituzione in maniera molto più
chiara e determinata.
Per questi e altri motivi, signore e signori, credo che, per entrare con il
piede giusto in questa nuova fase decisiva della storia delle Nazioni Unite, le
Nazioni Unite avranno bisogno di una Segretaria Generale latinoamericana.
E credo inoltre che, affinché non sia sola, avrà a sua volta bisogno del
sostegno di governi coraggiosi, disposti a fare ciò che è giusto, per quanto
alto possa essere il prezzo da pagare.
E questa, signore e signori, è l’opzione, la strada che ha scelto la Spagna.
Guardate: negli ultimi otto anni il mio Paese si è opposto a tutte le guerre
di aggressione ovunque siano state scatenate, sia in Ucraina, sia in Libano,
sia in Iran.
Ci siamo rifiutati di aumentare la nostra spesa militare fino al 5% del
prodotto interno lordo e abbiamo fatto tutto ciò che era nelle nostre
possibilità per evitare aggressioni contrarie alla Carta delle Nazioni Unite,
sanzionando gli aggressori russi, imponendo un embargo sulle armi al governo di
Netanyahu in Israele, impedendo che il nostro territorio venga utilizzato per
condurre un’aggressione contraria alla legalità internazionale e condannando
senza sfumature quello che definiamo il genocidio che Netanyahu continua a
perpetrare a Gaza.
Abbiamo inoltre mobilitato risorse per fare di più.
E di fronte alla “motosega”, che ha tagliato quasi un terzo degli aiuti
mondiali allo sviluppo in appena due anni, la Spagna ha raddoppiato i propri
investimenti nella cooperazione, ha aumentato il proprio contributo al sistema
multilaterale addirittura del 60% e lo abbiamo fatto restando sempre fedeli ai
nostri principi.
Nemmeno in momenti difficili come quello che sta vivendo la città spagnola
di Ceuta, dove la disuguaglianza, la disperazione e la disinformazione hanno
alimentato una delle più importanti crisi di immigrazione irregolare degli
ultimi anni.
So che in momenti come questi la tentazione è quella di scegliere la
scorciatoia, cedere alla paura, trasformare il migrante in un nemico e violare
la legalità.
Ma il mio Paese, la Spagna, non lo farà. E naturalmente non lo farà neppure
una città spagnola come Ceuta, perché i suoi cittadini stanno dimostrando che è
possibile affrontare una crisi senza rinunciare alla decenza, mantenendo la
legalità e rispettando i diritti umani.
E ne usciremo più forti proprio per questo, perché la Spagna non sceglie la
strada più facile: sceglie sempre la strada più giusta.
E voglio inoltre riconoscere che il mondo questo lo sa.
Le forze reazionarie che vogliono distruggere questo ordine multilaterale
non smettono di attaccarci proprio per questo.
Vogliono che ci intimoriamo, vogliono che ci arrendiamo, vogliono che
finiamo per credere che gli Obiettivi di sviluppo sostenibile siano cause
perse, che difendere il bene comune sia ingenuo, che cooperare sia un atto di
debolezza.
Ebbene, io sono qui e salgo su questa tribuna per dire loro forte e chiaro
che si sbagliano e che non resteremo in silenzio.
Noi spagnoli non faremo un passo indietro. Non smetteremo di credere che
l’umanità possa continuare a progredire e che, tutti insieme, uomini e donne,
possiamo costruire un mondo migliore.
E non faremo un passo indietro perché vogliamo mantenere il nostro impegno
verso i nostri figli e le nostre figlie, verso i loro sogni, perché sappiamo
che fra alcuni anni quelle generazioni future guarderanno indietro, studieranno
questo decennio decisivo e ci domanderanno quale ruolo abbia svolto ciascuno di
noi.
Ci domanderanno, giustamente: che cosa abbiamo fatto quando alcuni Paesi
hanno cominciato a infrangere le regole e altri hanno deciso di voltarsi
dall’altra parte?
Ci domanderanno: che cosa abbiamo fatto quando difendere ciò in cui
credevamo ha cominciato ad avere un prezzo elevato?
E quando ciò accadrà, vogliamo poter dire loro che non abbiamo smesso di
lottare.
Vogliamo poter dire loro che abbiamo dato tutto noi stessi per lasciare loro
un mondo più pacifico, più sostenibile e, naturalmente, più giusto.
Questo è ciò che speriamo di poter dire loro e questo è l’impegno che voglio
lasciare da questa tribuna, non a nome mio, ma a nome del Paese che
rappresento: la Spagna.
Molte grazie.
A nome dell’Assemblea, ringrazio il Presidente del Governo della Spagna.
Ho eliminato anche le diciture come “0 secondi”, “1 minuto e 18 secondi”,
ecc., ricomponendo il testo come un discorso continuo e leggibile.

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