Ascoltando il discorso di Pedro Sánchez all’Assemblea Generale dell’ONU

 


Ascoltando il discorso di Pedro Sánchez all’Assemblea Generale dell’ONU.

 

Ascolto il discorso di Pedro Sánchez all’Assemblea Generale dell’ONU. Dice cose molto concrete: vuole rafforzare le Nazioni Unite, riformare il Consiglio di Sicurezza, limitare il diritto di veto, rafforzare la Corte Penale Internazionale, rilanciare il disarmo nucleare e regolamentare social network e intelligenza artificiale. Parla delle guerre, dell’Ucraina, del Libano, dell’Iran e di Gaza. Rivendica inoltre le scelte compiute dalla Spagna.

Mentre lo ascolto, però, mi accorgo di una cosa: Sánchez non sta semplicemente descrivendo il mondo. Lo distingue.

Distingue aggressori e aggrediti, legalità e illegalità, cooperazione e sopraffazione, progresso e reazione. E attraverso queste distinzioni propone il mondo nel quale desidera vivere.

Qui mi vengono incontro Maturana, von Foerster, Bateson e Varela.

Non mi interessa soltanto stabilire se Sánchez abbia ragione o torto. Mi interessa osservare come fa quello che fa.

Dice di volere la pace: il suo modo di parlare aumenta le possibilità della conversazione oppure consolida la contrapposizione?

Dice di volere un ordine internazionale fondato sul diritto: le regole vengono applicate allo stesso modo agli amici e agli avversari?

Dice che nessun Paese dovrebbe essere contemporaneamente giudice e parte in causa: siamo capaci di applicare questa affermazione anche a noi stessi?

E soprattutto: che cosa conserviamo facendo ciò che facciamo?

Perché possiamo dichiarare di volere la pace e, nello stesso tempo, conservare relazioni fondate sulla paura e sul nemico. Possiamo invocare il dialogo continuando a parlare soltanto con chi condivide le nostre premesse. Possiamo difendere il diritto internazionale quando ci conviene e interpretarlo diversamente quando riguarda noi o i nostri alleati.

Bateson mi suggerisce allora di non guardare soltanto chi compie la prima azione, ma anche il circuito che si genera: io agisco, tu reagisci, io interpreto la tua reazione come conferma di ciò che pensavo di te e reagisco ancora. Alla fine entrambi possiamo essere convinti che sia sempre l’altro a costringerci ad agire.

Von Foerster mi impedisce di mettermi fuori da questo circuito: anch’io sono l’osservatore che distingue.

E Maturana mi riporta alla domanda per me decisiva: quale convivenza desidero conservare?

Io desidero una convivenza nella quale possa dire che non condivido ciò che fai, possa anche contrastarlo quando lo ritengo necessario, senza avere bisogno di negare la tua legittimità come essere umano.

Per questo il discorso di Sánchez mi lascia soprattutto una domanda che non riguarda soltanto lui, la Spagna o le Nazioni Unite. Riguarda anche me:

quando dico di volere un mondo di pace, il modo concreto in cui parlo, giudico, distinguo e mi relaziono con chi non la pensa come me fa emergere davvero quel mondo?

È lì che la pace smette di essere una parola pronunciata dalla tribuna dell’ONU e diventa una pratica quotidiana.

Quale mondo facciamo emergere?

Una conversazione con Antonio Bruno a partire da Maturana, von Foerster, Bateson e Varela

Interlocutore: Antonio, hai ascoltato questo discorso alle Nazioni Unite. Si parla di multilateralismo, pace, diritto internazionale, femminismo, migrazioni, intelligenza artificiale, guerre. Sei d’accordo?

Antonio Bruno: La domanda mi interessa, ma ne farei subito un’altra.

Interlocutore: Quale?

Antonio Bruno: Come faccio quando dico di essere d’accordo?

Interlocutore: Sembra una domanda strana.

Antonio Bruno: Lo è soltanto se penso che il mondo sia già lì, completamente fatto, e che io debba semplicemente descriverlo correttamente. Da Humberto Maturana ho imparato a spostare l’attenzione dall’oggetto osservato all’operazione dell’osservatore.

Prima di domandarmi se ciò che ascolto sia giusto o sbagliato, posso domandarmi: che cosa faccio io mentre ascolto queste parole? Quali distinzioni opero? Quali emozioni sorgono? Quale mondo faccio emergere distinguendo in questo modo?

Interlocutore: Quindi non esiste una realtà?

Antonio Bruno: Non direi questo. Sarebbe una banalizzazione del costruttivismo.

Non sto dicendo che posso decidere arbitrariamente che una guerra non esiste, che una persona morta sia viva o che una bomba non distrugga.

Sto dicendo qualcosa di diverso: ciò che chiamo “realtà” entra nella mia esperienza attraverso le distinzioni che compio come osservatore.

Maturana mi costringe a ricordare una cosa semplicissima e sconvolgente: tutto ciò che viene detto è detto da un osservatore.

E quell’osservatore sono anch’io.


Interlocutore: Nel discorso vengono distinti aggressori e aggrediti, legalità e illegalità, progressisti e reazionari, cooperazione e sopraffazione.

Antonio Bruno: Ecco il punto.

Le distinzioni sono necessarie. Senza distinzione non potrei neppure parlare.

Ma Heinz von Foerster mi suggerirebbe di osservare l’osservatore che compie quelle distinzioni.

Quando dico “aggressore”, sto facendo qualcosa.

Quando dico “reazionario”, sto facendo qualcosa.

Quando dico “giusto”, “ingiusto”, “nemico”, “alleato”, “democratico”, “autoritario”, non sto semplicemente fotografando il mondo.

Sto partecipando linguisticamente alla costruzione del mondo nel quale successivamente agirò.

Interlocutore: Allora non dovremmo più giudicare nulla?

Antonio Bruno: No. Sarebbe un altro automatismo.

Posso distinguere, scegliere, approvare, rifiutare. Posso dire che desidero vivere in un mondo piuttosto che in un altro.

La differenza sta nel non nascondermi dietro una presunta oggettività che trasformi la mia scelta in una proprietà intrinseca dell’universo.

Posso dire:

“Io desidero un mondo nel quale i conflitti vengano affrontati attraverso il diritto e la conversazione.”

È diverso dal dire:

“La realtà dimostra che chi non condivide la mia posizione è dalla parte sbagliata della storia.”

Nel primo caso mi assumo la responsabilità della mia preferenza.


Interlocutore: È qui che entra von Foerster?

Antonio Bruno: Sì. Von Foerster porta l’osservatore dentro il sistema osservato.

E allora la politica cambia aspetto.

Io non posso più descrivere tranquillamente “gli altri” come se stessi guardando un acquario dall'esterno.

Io sono nell’acquario.

Le mie parole modificano la rete di conversazioni alla quale appartengo.

Se descrivo continuamente qualcuno come nemico, quella descrizione entra nella relazione.

L’altro reagisce.

Io reagisco alla sua reazione.

Lui reagisce alla mia.

E dopo qualche passaggio entrambi possiamo dire:

“Vedi? Avevo ragione su di lui.”

Abbiamo costruito ricorsivamente proprio il mondo che pensavamo semplicemente di descrivere.


Interlocutore: Qui sento Bateson.

Antonio Bruno: Moltissimo.

Bateson mi impedisce di isolare un comportamento dal circuito relazionale nel quale esso avviene.

La domanda non è soltanto:

“Chi ha cominciato?”

Può diventare:

“Quale configurazione relazionale stiamo conservando attraverso questa successione di azioni e reazioni?”

A colpisce B.

B risponde ad A.

A interpreta la risposta di B come conferma della pericolosità di B.

B interpreta la nuova azione di A come conferma dell’aggressività di A.

Ognuno punteggia la sequenza partendo dal comportamento dell’altro.

Ed ecco che compare una causalità circolare.

Interlocutore: Ma questo rischia di mettere tutti sullo stesso piano.

Antonio Bruno: No. Ed è importante dirlo.

Osservare la circolarità di una relazione non significa cancellare responsabilità, asimmetrie di potere, violazioni o conseguenze concrete.

Significa aggiungere una domanda.

Oltre a domandarmi chi abbia fatto cosa, posso chiedermi:

quale circuito relazionale continua a riprodurre ciò che diciamo di voler interrompere?

Questa seconda domanda non sostituisce la prima.

La amplia.


Interlocutore: Nel discorso ricorre continuamente il futuro: i nostri figli, le generazioni che verranno, il mondo che lasceremo loro.

Antonio Bruno: Ed è qui che Varela mi interessa particolarmente.

Il futuro non è qualcosa che io posso osservare davanti a me come osservo questo tavolo.

Il futuro viene fatto emergere nel presente attraverso ciò che facciamo adesso.

Varela parlerebbe di enazione.

Non abbiamo semplicemente un mondo già pronto davanti a noi al quale adattarci passivamente. Organismo e ambiente emergono nella storia delle loro reciproche interazioni.

Trasportato con prudenza nella dimensione sociale, questo mi porta a una domanda:

quale mondo stiamo facendo emergere mentre diciamo di voler costruire un mondo migliore?


Interlocutore: Spiegati.

Antonio Bruno: Supponiamo che io dica:

“Voglio costruire una società fondata sulla pace.”

Benissimo.

Ma poi osservo come faccio quello che faccio.

Se per costruire la pace ho continuamente bisogno di produrre nemici, umiliare chi dissente, eliminare la legittimità dell’altro, allora devo accorgermi della contraddizione.

Non basta il nome che attribuisco al mio obiettivo.

Devo osservare la configurazione relazionale che conservo mentre cerco di raggiungerlo.

Ed ecco che per me torna Maturana.


Interlocutore: In quale senso?

Antonio Bruno: Nella centralità delle emozioni.

Noi occidentali ci raccontiamo spesso che la politica sia soprattutto razionalità: programmi, numeri, trattati, istituzioni, norme.

Ma ogni dominio razionale poggia su premesse accettate a partire da un dominio emozionale.

Dietro il mio ragionamento posso trovare paura.

Oppure desiderio di controllo.

Oppure fiducia.

Oppure desiderio di vendetta.

Oppure desiderio di convivenza.

Perciò, davanti a un discorso politico, oggi mi interessa chiedermi non soltanto:

“Che cosa propone?”

ma anche:

“Da quale emozione nasce il mondo relazionale che questa proposta rende possibile?”


Interlocutore: Prendiamo il passaggio sulla riforma delle Nazioni Unite.

Antonio Bruno: Posso osservarlo proprio così.

Il discorso sostiene che occorra rafforzare il sistema multilaterale, riformare il Consiglio di Sicurezza e ridurre le asimmetrie nella rappresentanza.

Io potrei immediatamente schierarmi a favore o contro.

Oppure posso fermarmi un momento e osservare.

Che cosa desidero conservare?

Una convivenza nella quale alcuni Stati possano imporre stabilmente la propria volontà?

Oppure una convivenza nella quale si tenti di coordinare le condotte attraverso istituzioni condivise?

A quel punto non sto più cercando la soluzione politica che l'universo mi ordina di scegliere.

Sto esplicitando il mondo nel quale desidero vivere.


Interlocutore: Questo vale anche per l’intelligenza artificiale? Nel discorso si chiede una regolamentazione rigorosa.

Antonio Bruno: Certamente.

Anche qui potremmo cadere nella macchina banale di von Foerster.

Input, output.

Faccio una domanda alla macchina e pretendo la risposta corretta.

Faccio una legge e pretendo il comportamento previsto.

Faccio una campagna elettorale e pretendo il voto.

Do un ordine e pretendo l’obbedienza.

Ma gli esseri umani non sono macchine banali.

La stessa sollecitazione può produrre comportamenti differenti perché ciascun essere umano possiede una storia, una struttura, una rete relazionale.

La tentazione del potere, invece, è spesso quella di banalizzare l’altro, renderlo prevedibile.


Interlocutore: E la democrazia?

Antonio Bruno: Potrei guardarla proprio da qui.

Una democrazia non consiste soltanto nell'avere procedure per contare i voti.

È anche una particolare modalità di convivenza nella quale devo riuscire a vivere con qualcuno che non posso determinare completamente.

L’altro può sorprendermi.

Può non votare come desidero.

Può non capire quello che considero evidente.

Può vedere un mondo differente dal mio.

E rimane comunque un interlocutore con il quale devo coordinare la convivenza.

Questa, per me, è una questione enorme.


Interlocutore: Torniamo allora al discorso. Dopo averlo ascoltato, qual è la tua conclusione?

Antonio Bruno: Non voglio una conclusione.

Interlocutore: Perché?

Antonio Bruno: Perché sto imparando che non devo necessariamente chiudere ogni esperienza.

Posso osservarla.

Mi accorgo.

Percepisco ciò che accade in me.

Osservo cosa sto facendo.

Ricostruisco il passato che porto dentro quella percezione.

Vedo gli scenari futuri che sto producendo.

Mi domando che cosa sto conservando facendo quello che faccio.

E poi scelgo.


Interlocutore: E cosa conserveresti, ascoltando questo discorso?

Antonio Bruno: Questa è finalmente la domanda che mi interessa.

Non: “Chi ha ragione?”

Ma:

“Che cosa desidero conservare nel mio vivere insieme agli altri?”

Desidero conservare la possibilità della conversazione.

Desidero conservare la legittimità dell’altro senza che questo significhi condividere tutto ciò che l’altro fa o dice.

Desidero conservare la possibilità di dissentire senza trasformare automaticamente il dissenso in inimicizia.

Desidero conservare istituzioni nelle quali i conflitti possano essere trattati senza ricorrere alla distruzione reciproca.

E soprattutto desidero conservare la consapevolezza che anch’io partecipo al mondo che critico.


Interlocutore: Quindi Maturana, von Foerster, Bateson e Varela ti portano fuori dalla politica?

Antonio Bruno: Al contrario.

Mi ci portano dentro fino in fondo.

Perché non posso più dire:

“È colpa loro.”

e fermarmi lì.

Posso certamente attribuire responsabilità per azioni concrete. Ma poi arriva la domanda più difficile:

“E io, come faccio quello che faccio?”

E subito dopo:

“Quale mondo faccio emergere mentre faccio ciò che faccio?”

Bateson aggiungerebbe: quali relazioni e quali circuiti sto alimentando?

Von Foerster: quali distinzioni sto producendo come osservatore e quale responsabilità assumo per esse?

Varela: quale mondo emerge nell’azione stessa del mio vivere?

Maturana, infine, mi riporta alla convivenza e all’emozione dalla quale nasce.


Interlocutore: E se dovessi condensare tutto in una sola domanda?

Antonio Bruno: Forse questa:

“Il mondo che dico di desiderare è lo stesso mondo che contribuisco a far emergere attraverso il mio modo di vivere con gli altri?”

Non conosco una risposta definitiva.

Ma posso accorgermene mentre vivo.

E questo cambia tutto.

Perché il mondo che include me non è qualcosa che io costruisco da solo e poi consegno agli altri.

Nasce mentre danziamo.

Discorso completo di Pedro Sánchez all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite

 

 

Nel sistema multilaterale. Dobbiamo rinnovarlo, rafforzarlo affinché possa svolgere in questo secolo lo stesso ruolo centrale che ha svolto nel XX secolo.

Farlo, evidentemente, non sarà facile, ma la buona notizia è che tutto l’orientamento di cui abbiamo bisogno è qui, nella Carta delle Nazioni Unite.

In questa Carta sono stati scritti alcuni dei nostri capitoli migliori dai nostri predecessori, uomini e donne che avevano visto il mondo bruciare e che, nonostante ciò, ebbero il coraggio di immaginare un futuro migliore.

Quegli uomini e quelle donne lasciarono in questa Carta la loro saggezza e la loro speranza e non ci chiesero di conservarla in una vetrina. Ci chiesero di rispettarla, di difenderla e di tornare ad essa in momenti come quello attuale, caratterizzati dall’incertezza e da una straordinaria difficoltà.

Oggi attraversiamo uno di questi momenti e, pertanto, è nostro dovere essere all’altezza del coraggio e dell’ambizione presenti nel testo della Carta delle Nazioni Unite.

Per questo, signore e signori, dobbiamo riformare il Consiglio di Sicurezza affinché tutte le regioni del mondo abbiano una rappresentanza equa e affinché si ponga fine al diritto di veto dei membri permanenti.

Perché, come indica la Carta delle Nazioni Unite, nessun Paese deve essere contemporaneamente giudice e parte in causa, per quanto potente esso sia.

Dobbiamo quindi rafforzare gli altri principali organismi, riorganizzare agenzie, fondi e programmi, dotandoli di maggiori risorse e di una maggiore capacità esecutiva, affinché possano avere un impatto più decisivo sulle grandi sfide che attanagliano l’umanità.

Dobbiamo rafforzare organismi come la Corte Penale Internazionale affinché possano indagare, perseguire e sanzionare coloro che violano le norme.

L’umanità ha impiegato secoli per sostituire il diritto del più forte con la forza del diritto e noi non possiamo essere la generazione che percorre questo cammino in senso contrario.

Per questo stesso motivo dobbiamo ricostruire l’architettura della non proliferazione e del disarmo nucleare, per evitare che una politica di sicurezza mal concepita ci trascini verso un nuovo conflitto mondiale.

Dobbiamo inoltre imporre ai tecnoligarchi una regolamentazione rigorosa, che controlli il funzionamento dei social network e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Perché, in fin dei conti, il futuro dei nostri figli e delle nostre figlie deve venire prima delle tasche di questi tecnoligarchi.

Evidentemente, fare tutte queste cose richiederà impegno, tempo e una leadership forte, capace di costruire accordi, di ascoltare, di guardare oltre la realtà conosciuta e di immaginare un’alternativa migliore.

E la mia scelta per questa leadership è chiara.

Nove uomini hanno occupato la Segreteria Generale di questa organizzazione nei suoi ottant’anni di vita. Adesso tocca a una donna, a una donna latinoamericana.

Perché, signore e signori, come può un’organizzazione che pretende di parlare a nome dell’intera umanità non avere mai avuto una donna alla propria guida?

Come può il sistema delle Nazioni Unite rappresentare tutti i continenti se da tre decenni non consentiamo al terzo continente più popolato di occupare questo incarico?

Le Nazioni Unite sono nate con la promessa che tutti gli esseri umani avrebbero avuto un posto in questa casa e, pertanto, è arrivato il momento di realizzare la metà ancora incompiuta di quella promessa.

È arrivato il momento che una donna dell’America Latina occupi la Segreteria Generale delle Nazioni Unite. Si tratta di un debito storico che dobbiamo saldare.

E oggi più che mai, quando il femminismo viene attaccato, quando migliaia di donne sono vittime del maschilismo, della violenza e della xenofobia, dobbiamo riaffermare ancora più fermamente questo impegno.

E voglio che sia chiaro: non dico questo perché penso che le donne abbiano qualcosa da dimostrare. Lo dico perché è il mondo che deve dimostrare a se stesso che sul cammino dell’uguaglianza non si torna indietro.

Nel mio Paese, signore e signori, in Spagna, furono le donne le prime a mostrare che la sicurezza non nasce dalla forza, bensì dal progresso sociale.

Furono donne coraggiose, come Clara Campoamor, le prime a difendere in Parlamento la rinuncia alla guerra come forma di relazione con il mondo e a sostenere che la scelta dell’empatia e della pace dovesse essere sempre la strada da seguire.

Magari molti leader che sono saliti su questo podio nel corso di questa settimana avessero avuto la metà del coraggio e della lucidità che ebbe Clara Campoamor.

Il femminismo, signore e signori, è una delle principali forze di trasformazione e di progresso che il mondo abbia conosciuto nell’ultimo secolo ed è ormai tempo che la sua forza guidi questa istituzione in maniera molto più chiara e determinata.

Per questi e altri motivi, signore e signori, credo che, per entrare con il piede giusto in questa nuova fase decisiva della storia delle Nazioni Unite, le Nazioni Unite avranno bisogno di una Segretaria Generale latinoamericana.

E credo inoltre che, affinché non sia sola, avrà a sua volta bisogno del sostegno di governi coraggiosi, disposti a fare ciò che è giusto, per quanto alto possa essere il prezzo da pagare.

E questa, signore e signori, è l’opzione, la strada che ha scelto la Spagna.

Guardate: negli ultimi otto anni il mio Paese si è opposto a tutte le guerre di aggressione ovunque siano state scatenate, sia in Ucraina, sia in Libano, sia in Iran.

Ci siamo rifiutati di aumentare la nostra spesa militare fino al 5% del prodotto interno lordo e abbiamo fatto tutto ciò che era nelle nostre possibilità per evitare aggressioni contrarie alla Carta delle Nazioni Unite, sanzionando gli aggressori russi, imponendo un embargo sulle armi al governo di Netanyahu in Israele, impedendo che il nostro territorio venga utilizzato per condurre un’aggressione contraria alla legalità internazionale e condannando senza sfumature quello che definiamo il genocidio che Netanyahu continua a perpetrare a Gaza.

Abbiamo inoltre mobilitato risorse per fare di più.

E di fronte alla “motosega”, che ha tagliato quasi un terzo degli aiuti mondiali allo sviluppo in appena due anni, la Spagna ha raddoppiato i propri investimenti nella cooperazione, ha aumentato il proprio contributo al sistema multilaterale addirittura del 60% e lo abbiamo fatto restando sempre fedeli ai nostri principi.

Nemmeno in momenti difficili come quello che sta vivendo la città spagnola di Ceuta, dove la disuguaglianza, la disperazione e la disinformazione hanno alimentato una delle più importanti crisi di immigrazione irregolare degli ultimi anni.

So che in momenti come questi la tentazione è quella di scegliere la scorciatoia, cedere alla paura, trasformare il migrante in un nemico e violare la legalità.

Ma il mio Paese, la Spagna, non lo farà. E naturalmente non lo farà neppure una città spagnola come Ceuta, perché i suoi cittadini stanno dimostrando che è possibile affrontare una crisi senza rinunciare alla decenza, mantenendo la legalità e rispettando i diritti umani.

E ne usciremo più forti proprio per questo, perché la Spagna non sceglie la strada più facile: sceglie sempre la strada più giusta.

E voglio inoltre riconoscere che il mondo questo lo sa.

Le forze reazionarie che vogliono distruggere questo ordine multilaterale non smettono di attaccarci proprio per questo.

Vogliono che ci intimoriamo, vogliono che ci arrendiamo, vogliono che finiamo per credere che gli Obiettivi di sviluppo sostenibile siano cause perse, che difendere il bene comune sia ingenuo, che cooperare sia un atto di debolezza.

Ebbene, io sono qui e salgo su questa tribuna per dire loro forte e chiaro che si sbagliano e che non resteremo in silenzio.

Noi spagnoli non faremo un passo indietro. Non smetteremo di credere che l’umanità possa continuare a progredire e che, tutti insieme, uomini e donne, possiamo costruire un mondo migliore.

E non faremo un passo indietro perché vogliamo mantenere il nostro impegno verso i nostri figli e le nostre figlie, verso i loro sogni, perché sappiamo che fra alcuni anni quelle generazioni future guarderanno indietro, studieranno questo decennio decisivo e ci domanderanno quale ruolo abbia svolto ciascuno di noi.

Ci domanderanno, giustamente: che cosa abbiamo fatto quando alcuni Paesi hanno cominciato a infrangere le regole e altri hanno deciso di voltarsi dall’altra parte?

Ci domanderanno: che cosa abbiamo fatto quando difendere ciò in cui credevamo ha cominciato ad avere un prezzo elevato?

E quando ciò accadrà, vogliamo poter dire loro che non abbiamo smesso di lottare.

Vogliamo poter dire loro che abbiamo dato tutto noi stessi per lasciare loro un mondo più pacifico, più sostenibile e, naturalmente, più giusto.

Questo è ciò che speriamo di poter dire loro e questo è l’impegno che voglio lasciare da questa tribuna, non a nome mio, ma a nome del Paese che rappresento: la Spagna.

Molte grazie.

A nome dell’Assemblea, ringrazio il Presidente del Governo della Spagna.

Ho eliminato anche le diciture come “0 secondi”, “1 minuto e 18 secondi”, ecc., ricomponendo il testo come un discorso continuo e leggibile.

 

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