Leggendo la lettera di D’Alema al Fatto Quotidiano del 9 giugno 2019




Insomma chi viene prima?
C’è prima di ogni cosa il benessere delle persone?
Oppure c’è, prima di ogni cosa, la produzione di beni materiali e servizi a prezzi sempre più bassi?
Perché delle due l’una: o si pensa al benessere degli umani o si pensa a ottenere prezzi più bassi.
Come dici? Che le due cose sono conciliabili? Ma no che non lo sono!
Se c’è un’automobile che ha le caratteristiche di un Suv e viene prodotta in Zambia e messa sul mercato al costo di 1.000 Euro, tutte le altre fabbriche di Suv che producono a prezzi più alti non diminuiscono la produzione: le altre fabbriche CHIUDONO!
Quello che tutti chiamano il mercato, la libera concorrenza e chi più ne ha, più ne metta, ha come conclusione, come effetto finale l’espulsione di quelli che producono a prezzi più alti, la disoccupazione dei lavoratori, l’impoverimento di quel territorio in cui c’era quella fabbrica. E’ come la lotta spietata tra tutti gli Highlander (gli immortali del film) in cui si avvisano gli spettatori che alla fine “NE RIMARRA’ SOLO UNO”
Non si tratta di avere delle conversazioni che si basano sulla tutela dei lavoratori difendendoli nell’economia della concorrenza del mercato. Perché quelli che si accalcano che difendono? Difendono tutti i lavoratori che sono in mezzo a una strada del Mercatone Uno? Quelli della Pernigotti? I lavoratori della Magneti Marelli? Che difendono?
Quale produzione della fervida immaginazione umana può difendere chicchessia nella economia di mercato basata sulla concorrenza? Ma per favore.
La verità è che sino a quando le fabbriche italiane hanno fatto chiudere le fabbriche dei paesi in cui si esportavano le merci prodotte in Italia si è ottenuto che parte della ricchezza scippata a quei lavoratori stranieri invece di finire tutta quanta nelle tasche della finanza internazionale, finisse in forma di briciole, nelle tasche dei lavoratori italiani.
Oggi forse qualche briciola della ricchezza che la finanza cinese ha sottratto all’Italia e all’occidente, cadrà dal tavolo imbandito per la finanza cinese per finire in forma di briciole nelle tasche dei lavoratori cinesi.
Leggo le preoccupazioni che manifesta il Presidente Massimo D’Alema ma non leggo alcuna proposta circa la soluzione del problema della concorrenza del mercato che riduce in miseria i lavoratori e impedisce la creazione di nuovi posti di lavoro per i giovani.
Di questo ci dobbiamo occupare, tutti, nessuno escluso. Io ho la proposta di Marchionne, si Sergio Marchionne. In un’intervista, lui che si occupava di automobili, disse che la forma di organizzazione migliore per la produzione è quella del Monopolio.
Tutto ciò che si produce ha la finalità della pubblica utilità, tutto anche i calzini e le pinze per i capelli. E allora coraggio, tutti verso il Monopolio per fornire beni e servizi all’intera umanità. Perché non scordiamoci mai che l’Unica Società è quella dell’intera umanità.

Antonio Bruno Ferro

I padroni? Non esistono più.
Alda De Pascalis ha commentato: Beh forse la sua proposta parte proprio da una mediazione tra élite e masse popolari. Perché essendo interdipendenti una non può escludere l’altra...
Oggi manca totalmente la protezione del lavoro, quella che patteggia con il produttore di lavoro. Questa totale mancanza di regole tra le due parti che isola i due comparti contrapponendoli.
Senza la fiducia tra datore di lavoro e lavoratore non può esserci crescita e stabilità per nessuno dei due.
Io ho commentato: Alda De Pascalis il fatto è che tutto il mercato è in mano alla finanza internazionale che non può essere attribuita a nessuna persona in particolare. Il capitalismo è divenuto obsoleto e non esistono più i Padroni, c'è un flusso di denaro che si sposta a seconda dei rendimenti maggiori che può ottenere schiacciando le persone. Questo è il problema, non c'è la possibilità di individuare il datore di lavoro. Io propongo il Monopolio come soluzione economica che elimina totalmente questo inconveniente anche se potrebbe determinarne degli altri, Ma qui ci dovrebbe essere una elaborazione culturale verso la democrazia che sarebbe bastevole per rendere confortevole la vita di tutte le persone. Tutte le persone intendo tutta l'umanità.

La lettera di Massimo D’Alema
Questa sinistra ha perso
il popolo perché
non pensa più al lavoro
» MASSIMO D’ALEMA
Gentile direttore, la
ringrazio, e in particolare
ringrazio
la collega Silvia
Truzzi, per l’attenzione riservata
ai temi sollevati nella
mia intervista a R e p u b b l ica.
In effetti l’esigenza di ricostruire
un rapporto con i
ceti popolari e innanzitutto
con il mondo del lavoro appare
assolutamente prioritaria
sulla via della ricostruzione
del centrosinistra.
SONO RIMASTOcolpi -
to e dispiaciuto per
l’assenza di reazioni
nel campo politico
cui si rivolge il mio
preoccupato appello,
salvo qualche sgraziata
sortita priva di rispetto
e di intelligenza a dimostrazione
che il centrosinistra
è, malgrado gli
apprezzabili sforzi di
Nicola Zingaretti, ancora
infestato dai residui
di un ceto politico
che sembra non aver imparato
nulla dalla lezione
di questi anni, neppure
sul piano dello stile. Vorrei
però tornare su un punto
sollevato per inciso da
Silvia Truzzi, si tratta del
riferimento alla volontà di
“sospendere l’articolo 18”
che sarebbe stata manifestata
dal mio governo. Non
ho alcun intento polemico,
tantomeno di natura personale,
anche perché la
collega si è limitata a riprendere
una ricostruzione leggendaria
che ha avuto corso
e continua ad averne. Ma
questa ricostruzione non è
vera.
Mi consentirà di citare
ciò che io dissi nella
famosa discussione con
Cofferati che si svolse al
Congresso del Pds
d el l’Eur: “Io sono convinto
che l’articolo 18 vada
difeso. Non siamo divisi
su questo punto. Questa
polemica finisce per
oscurare il vero problema.
L’articolo 18 protegge
una minoranza dei lavoratori
italiani. La totalità
dei giovani ne è esclusa
così come i parasubordinati
e il grande mondo
dei dipendenti delle aziende
al di sotto dei 15 lavoratori”.
E aggiungevo concludendo:
“Sarebbe un errore farsi
chiudere sulla difensiva dai
falsi modernizzatori. È la sinistra
che deve lavorare a ridefinire
i diritti del lavoro alla
luce delle grandi trasformazioni
in atto”.
È in questa ottica che il governo
propose una serie di
misure volte a incoraggiare
la crescita dimensionale
delle imprese. Tra queste,
l’idea di continuare per un
periodo transitorio ad applicare
alle imprese che superano
i 15 dipendenti la normativa
precedente.
In tale
s e n s o c e r t amente
era prevista
la non automatica
applicazione
delle tutele
ai nuovi beneficiari.
Ma
con l’o bi e tt iv o
evidente di accrescere,
sia pure
gradualmente,
in modo significativo
la
platea dei lavoratori
protetti. Si può condividere
o meno questa impostazione
e, all’epoca, Cofferati
non la condivise ritenendo
che si dovesse mantenere
la rigidità della normativa
esistente; tuttavia nessuno
può disconoscere che
quella discussione fu, tutta
interna alla sinistra, sul modo
migliore di difendere i lavoratori.
“Una discussione
in famiglia”, l’ha definita uno
studioso attento come
Piero Ignazi, nella quale non
vi furono mai nell’am bito
del centrosinistra accenti
antisindacali o antioperai.
La realtà è che nel corso di
questi lunghi anni non siamo
riusciti a costruire un
nuovo patto sociale
capace di
tenere insieme
crescita economica,
diritti del
lavoro e welfare,
malgrado i
tentativi compiuti
in questa
direzione (penso
alle politiche
contro la precarietà
fatte dal
cen tros inis tra
q u a n d o t o rnammo
al governo
nel 2006). Si è assistito
a una progressiva erosione
del rapporto tra il centrosinistra
e il mondo frammentato
del lavoro subordinato,
in particolare dei lavoratori
precari e meno protetti.
Questo logoramento ha assunto
la forma di un collasso
e di una “rottura sentimentale”
quando hanno preso il
sopravvento “i falsi modernizzatori”.
Da qui bisogna con pazienza
ripartire se si vuole
ricostruire una prospettiva
politica e non semplicemente
aspettare che i populisti
di vario colore portino il
paese alla rovina. Per questo
mi pare abbastanza ozioso
e anche culturalmente
datato un dibattito sulle
alleanze politiche al centro
o a sinistra con la ripetizione
di uno slogan “dobbiamo
conquistare i moderati”che
ebbe un senso alcuni decenni
fa ma che appare oggi persino
surreale.
NON SI ESCE dal populismo
senza riconquistare la fiducia
del popolo. E per la sinistra,
anche per rendere meno
ambiguo questo concetto
di popolo, il punto di partenza
non può che essere il lavoro.
In fondo la forza dei
grandi partiti fu proprio
quella di garantire una connessione
tra élite e masse popolari
o per usare un’espres -
sione gramsciana tra “intel -
lettuali e semplici”. Se lo scenario
rimane quello di uno
scontro tra il popolo e la “ca -
sta dei privilegiati” non c’è
spazio per la sinistra e più ci
si allea con i moderati più si
diventa bersaglio del populismo
e del qualunquismo.
scheda
n MASSIMO
D’ALEMA
risponde qui
alla rubrica
di Silvia Truzzi
pubblicata
sul Fatto
Quotidiano
mercoledì
scorso.
D’Alema, 70
anni, è oggi
presidente
dell’associazione
Italianieuropei.
È stato
presidente
del Consiglio
tra il 1998
e il 2000,
ministro
degli Esteri,
tra 2006
e 2008 e
parlamentare
fino al 2013.
In contrasto
con la linea
dell’allora
segretario
Renzi, ha
lasciato il Pd
insieme a Pier
Luigi Bersani
e altri
fondatori



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