OGGI ASCOLTO | GIO EVAN – GRAN LAVORO
OGGI ASCOLTO | GIO EVAN – GRAN LAVORO
Caro Giovanni, non abbiamo fatto un gran lavoro.
Abbiamo vissuto.
Una
riflessione di Antonio Bruno, con il calore del racconto musicale e umano
Ci sono
canzoni che ti piacciono dalla prima nota. E poi ci sono canzoni che, mentre le
ascolti, ti fanno venire voglia di telefonare a chi le ha scritte. Non per
complimentarti soltanto. Per discutere. Per raccontargli una storia. Magari la
tua.
A me è successo
stamattina ascoltando Gran lavoro, di Gio Evan, all'anagrafe Giovanni
Giancaspro.
Una bella
canzone. Di quelle che entrano in casa senza fare rumore, si siedono accanto a
te e cominciano a parlare.
C'è una
musica gentile, un pop d'autore che ogni tanto sembra incontrare la leggerezza
intelligente di Dario Brunori. C'è una melodia sbarazzina, dolce, delicata. E
poi ci sono quei bambini del coro, che arrivano come se qualcuno avesse
spalancato una finestra e lasciato entrare la vita.
Giovanni
racconta una donna che ha attraversato ferite, cadute, separazioni, partenze.
Una donna che ha imparato a stare bene anche quando si perde, che ha trovato il
coraggio di essere se stessa, che può finalmente guardarsi allo specchio senza
chiedere il permesso al mondo.
E lui le
dice: «Gran lavoro».
Ecco,
Giovanni, è proprio qui che vorrei fermarti.
Perché sono
d'accordo con te su quasi tutto. Sulla bellezza della libertà, sulla
gratitudine, sul coraggio di attraversare la vita, sulla possibilità di
ritrovare la serenità.
Ma non sono
d'accordo su quella parola.
Lavoro.
E meno
ancora sull'aggettivo.
Grande.
Vedi,
Giovanni, io credo che quella donna non abbia fatto nessun lavoro. E nemmeno
tu. E nemmeno io.
Credo che ci
sia accaduta la vita.
E non è una
distinzione da poco.
Perché
quando chiamiamo lavoro la trasformazione di noi stessi, rischiamo di
immaginare che esista un risultato da raggiungere, un compito da assolvere, una
fatica necessaria per diventare finalmente persone migliori.
Come se la
serenità fosse una promozione conquistata dopo anni di servizio.
Ma la vita
non è un concorso. E la felicità non è una medaglia.
Ho passato
questi ultimi giorni a ricostruire dieci anni della mia infanzia e della mia
adolescenza. Dal 1963 al 1972. Dai sei ai quattordici anni.
Sono
tornato, con la memoria, nelle stanze di casa mia, nelle strade del paese, tra
i giochi e le voci di quel tempo.
Ho
incontrato di nuovo mio padre, mia madre, mia sorella Daniela, Maria Rosaria, i
miei nonni Pietro e Memmi, nonna Maria di Lequile, mio cugino Maurizio, zia
Maria.
E sai che
cosa è successo?
Mi sono
accorto di una cosa che non avevo mai visto così chiaramente.
Ero
circondato dall'amore.
Non un amore
astratto, di quelli che si trovano nei libri di filosofia. Un amore fatto di
persone, di gesti, di presenze. Di qualcuno che ti aspetta, di qualcuno che ti
parla, di qualcuno che ti vuole bene senza sentire il bisogno di spiegarlo.
E
quell'amore, mentre ricostruivo la mia infanzia, è diventato presente.
Non ho
semplicemente ricordato di essere stato amato.
Mi sono
sentito amato adesso.
E la mia
infanzia è diventata bellissima.
Attenzione,
Giovanni. Non sto dicendo che il passato sia cambiato. Gli avvenimenti di
allora sono quelli che sono stati. Sto dicendo qualcosa che mi sembra molto più
interessante: è cambiato il mondo che faccio emergere oggi quando
ricostruisco quel passato.
È una
questione che avrebbe appassionato Humberto Maturana e Francisco Varela.
Noi non
siamo spettatori immobili di un mondo già confezionato. Viviamo in una continua
storia di incontri, di perturbazioni reciproche, di trasformazioni strutturali.
Incontriamo
una donna, un uomo, un animale, un albero. Ascoltiamo una canzone.
Attraversiamo una strada. Sentiamo un odore che improvvisamente ci restituisce
una cucina di sessant'anni fa.
E qualcosa
accade.
Non perché
quell'incontro ci impartisca un ordine, ma perché nella relazione emergono
possibilità che prima non vedevamo.
Ci
trasformiamo vivendo.
E
partecipiamo, a nostra volta, alla trasformazione del mondo che abitiamo.
Non sempre,
naturalmente, questa storia produce serenità.
Ci sono
persone che continuano a ricostruire un'infanzia infelice. Altre che rivivono
un amore finito. Altre ancora che abitano un trauma come se il tempo non fosse
mai passato.
Ma anche lì
c'è una possibilità straordinaria.
Accorgersi.
Accorgersi
che il passato non sta accadendo nuovamente. Che siamo noi, nel presente, a far
emergere una determinata esperienza di quel passato.
E allora
possiamo domandarci: come faccio quello che faccio? Come costruisco questo
ricordo? Che cosa conservo? Quale mondo sto facendo emergere?
Non per
cancellare ciò che è successo, né per negare il dolore.
Ma per
scoprire che non siamo obbligati a ripetere sempre la stessa storia nello
stesso modo.
A me è
successo proprio questo.
Ho ritrovato
il bambino che ero e, invece di giudicarlo con gli occhi dell'adulto, l'ho
incontrato con affetto.
Mi sono
sentito pieno d'amore per tutti loro.
Un
sentimento nuovo.
E mi piace
da morire il modo di vivere che ne consegue.
Ora dimmi,
Giovanni: quale lavoro avrei fatto?
Non ho
scavato una montagna. Non ho conquistato una vetta. Non ho superato un esame.
Ho vissuto.
Ho
incontrato nuovamente, nel presente, persone che appartengono alla mia storia.
E mi sono
accorto di quello che stava accadendo.
C'è poi un
altro aspetto della tua canzone che mi ha colpito.
Quella
contentezza che riesci a far emergere senza retorica.
Tu non
celebri una donna invincibile. Celebri una donna viva.
Una donna
che ha conosciuto la solitudine, che ha salutato persone, che ha attraversato
paesi, che ha avuto paura e che, nonostante tutto, continua a esserci.
È una cosa
bellissima.
E quando
arriva il coro dei bambini, quella contentezza sembra diventare collettiva.
Come se la serenità di una persona fosse una buona notizia anche per tutti gli
altri.
Mi piace
questa tua maniera di raccontare la gratitudine.
Perché la
gratitudine, quando è sincera, non ha bisogno di alzare la voce.
E qui torno
alla questione del lavoro.
Per molto
tempo ci hanno insegnato che per vivere bene bisogna impegnarsi, combattere,
resistere, migliorarsi continuamente.
Perfino la
felicità è diventata una prestazione.
Bisogna
lavorare su se stessi. Lavorare sulle emozioni. Lavorare sulle relazioni.
Lavorare sul passato.
Lavorare,
lavorare, lavorare.
Ma siamo
proprio sicuri che sia questa la strada?
Io sto
scoprendo un'altra possibilità.
Fluire senza
sforzo.
Non
significa restare immobili. Non significa rinunciare alle responsabilità. Non
significa che il dolore scompaia o che le difficoltà si risolvano da sole.
Significa
accorgersi di quando stiamo aggiungendo alla vita uno sforzo che non è
necessario.
Significa
smettere di combattere contro ciò che sentiamo e imparare ad attraversarlo.
Possiamo
attraversare la tristezza. Possiamo attraversare la rabbia. Possiamo
attraversare la paura.
Possiamo
perfino abitarle senza doverle trasformare immediatamente in qualcos'altro.
E quando ce
ne accorgiamo, talvolta, qualcosa cambia.
Non per la
fatica che abbiamo fatto.
Ma perché è
cambiato il nostro modo di stare in relazione con ciò che accade.
Caro
Giovanni, mi piacerebbe incontrarti e raccontarti tutto questo davanti a un
caffè.
Ti direi che
la tua canzone mi è arrivata.
Mi è
arrivata davvero.
Mi piace la
tua musica, mi piace la tua delicatezza, mi piace il modo in cui racconti
quella donna senza pretendere nulla da lei.
E forse
capirei anche perché hai scelto proprio quel titolo. Forse per te gran
lavoro è semplicemente un modo affettuoso per riconoscere la strada che una
persona ha percorso, senza voler trasformare la vita in una fatica
obbligatoria.
Ma io
continuerei a sorridere e a dissentire.
Perché
quella donna, secondo me, non ha fatto un gran lavoro.
Ha
incontrato il mondo.
E il mondo
ha incontrato lei.
Si sono
perturbati reciprocamente, si sono trasformati, hanno fatto emergere nuove
possibilità.
Come è
successo a me con la mia infanzia.
Come sta
succedendo adesso, mentre ascolto la tua canzone e scrivo queste parole.
E forse è
proprio questo il regalo più bello che può farci la musica: offrirci un
incontro dal quale usciamo un po' diversi, senza aver dovuto lavorare per
diventarlo.
Alla fine,
Giovanni, sai che cosa vorrei dire alla ragazza della tua canzone?
Non le direi
che è stata brava.
Non le direi
che ha lavorato tanto.
Non le
chiederei neppure se adesso è finalmente felice.
Le direi
soltanto:
Ti vedo. Ti
sento. Ti accolgo. Sono contento che tu sia viva.
E poi,
magari, le chiederei di ballare.
Perché con
una musica così, con quei bambini che cantano e con tutta questa vita che
continua a sorprenderci, sarebbe davvero un peccato restare seduti a
congratularci per il lavoro svolto.
La vita non
è il premio per la fatica.
La vita è
ciò che accade mentre siamo vivi.
E qualche volta,
se ce ne accorgiamo, è di una bellezza commovente.
Antonio
Bruno
Oggi ascolto
– 16 ottobre 2026
Gio Evan –
Gran lavoro
Pop, indie pop, cantautorato alternativo.


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