Oggi ascolto Sangiovanni. “La verità”. Quando incontri un'anima fatta come la tua, non hai più bisogno di chiedere
Oggi ascolto Sangiovanni. “La
verità”. Quando incontri un'anima fatta come la tua, non hai più bisogno di
chiedere
di Antonio
Bruno
Ho ascoltato
tante volte La verità di Sangiovanni. Tante. E ogni volta mi sono
fermato su qualcosa che, a un primo ascolto, potrebbe sembrare una questione
generazionale. Un ragazzo di ventitré anni che racconta un amore nel quale ci
sono le fotografie, i regali, le occasioni pubbliche, le belle apparenze. E
poi, quando si rimane soli, manca proprio quello che dovrebbe esserci.
La verità.
Ma io, che
sono nato nel 1957, non ci vedo niente di particolarmente nuovo.
E
soprattutto non credo che c'entrino i social network.
L'apparire
non è stato inventato da Instagram. Esisteva molto prima che qualcuno pensasse
di fotografare il proprio pranzo o di pubblicare un bacio per dimostrare al
mondo di essere innamorato.
L'apparire è
antico quanto il bisogno degli esseri umani di essere riconosciuti, ammirati,
approvati. E qualche volta è persino più antico del nostro desiderio di essere
amati.
Negli anni
Sessanta, quando ero bambino, e poi negli anni Settanta, quando cominciavo a
innamorarmi, non avevamo bisogno di uno schermo per costruire una rappresentazione
di noi stessi.
Avevamo le
famiglie, gli amici, i conoscenti. Avevamo le passeggiate, le feste, i
fidanzamenti ufficiali. Avevamo il giudizio degli altri.
E
soprattutto avevamo un'idea di come dovesse essere l'amore.
Un'idea che
spesso non aveva molto a che fare con quello che provavamo davvero.
Per questo
la canzone di Sangiovanni mi interessa. Non perché racconti i giovani di oggi,
ma perché racconta qualcosa che attraversa le generazioni.
La
possibilità di trascorrere una vita intera accanto a qualcuno senza aver mai
incontrato veramente la sua anima.
E qui, caro
Giovanni Pietro, vorrei portarti molto lontano dalle classifiche musicali.
Vorrei
portarti nello Yorkshire dell'Ottocento, tra le brughiere battute dal vento,
dove una giovane donna di nome Emily Brontë scrisse uno dei romanzi più
sconvolgenti della letteratura mondiale.
Cime
tempestose.
C'è una
frase pronunciata da Catherine Earnshaw che non ho mai dimenticato:
«Di
qualunque cosa siano fatte le nostre anime, la sua e la mia sono le stesse».
Ecco,
Giovanni Pietro.
Per me il
punto è tutto qui.
Emily Brontë
non aveva bisogno di fotografie, di pubblicità, di cerimonie o di testimonianze
pubbliche per raccontare la forza di un legame. Aveva capito che esiste una
dimensione dell'incontro umano che non si lascia ridurre a quello che gli altri
vedono.
Naturalmente
Catherine e Heathcliff non sono il modello di un amore sereno. La loro storia è
tormentata, distruttiva, attraversata dall'orgoglio, dalla sofferenza e
dall'incapacità di vivere liberamente ciò che provano.
Ma proprio
per questo quella frase è straordinaria.
Perché
racconta il riconoscimento di una somiglianza profondissima, qualcosa che
Catherine avverte prima ancora di riuscire a trasformarlo in una vita
condivisa.
Non sta
dicendo semplicemente che Heathcliff le piace.
Sta dicendo
che riconosce qualcosa di sé in lui.
Ed è una
differenza enorme.
Mi viene in
mente Massimo Troisi, con il suo Pensavo fosse amore... invece era un
calesse.
Quante volte
abbiamo pensato che fosse amore perché tutto sembrava corrispondere
all'immagine che avevamo costruito?
La persona
giusta. Il momento giusto. Le famiglie contente. Gli amici che approvano. Una
vita che sembra prendere finalmente la direzione prevista.
E intanto,
dentro di noi, qualcosa non torna.
Non sappiamo
spiegarlo. Oppure non vogliamo.
Perché
riconoscere che quello che abbiamo chiamato amore potrebbe essere qualcos'altro
significa mettere in discussione non soltanto una relazione, ma anche
l'immagine che abbiamo costruito di noi stessi.
E allora ci
raccontiamo delle storie.
Ci
convinciamo.
Ci
autoipnotizziamo.
Ci diciamo
che quella persona è perfetta, che ci ama, che siamo fortunati, che dobbiamo
soltanto imparare ad apprezzare quello che abbiamo.
E magari è
davvero una persona meravigliosa.
Ma questo
non significa necessariamente che sia la persona con la quale possiamo vivere
quell'incontro profondo che desideriamo.
Non c'è
nessuna colpa in questo.
Due persone
possono essere straordinarie e non riconoscersi.
Possono
volersi bene, rispettarsi, condividere anni, figli, case, progetti, e tuttavia
avvertire che manca qualcosa.
E quel
qualcosa non si può fabbricare con la buona volontà.
Non si può
pretendere.
Non si può
ottenere convincendo l'altro.
Caro
Giovanni Pietro, tu nella tua canzone chiedi la verità.
E io,
ascoltandoti per l'ennesima volta, ho voglia di risponderti.
Tu sei
Giovanni Pietro Damian.
Io sono
Antonio Pietro Bruno.
Ci separano
quarantasei anni, ma questa volta permettimi di utilizzare la mia età non per
impartirti una lezione, bensì per confidarti qualcosa che ho imparato vivendo.
Quando
incontrerai un'anima fatta come la tua, te ne accorgerai.
Te lo
garantisco.
Non perché
esista una formula infallibile per riconoscere l'amore. E neppure perché due
persone debbano essere identiche per amarsi.
Anzi, le
differenze sono una delle ricchezze più grandi di una relazione.
Ma quando
incontri qualcuno con cui puoi essere interamente te stesso, senza dover
continuamente spiegare, giustificare, correggere quello che sei, accade
qualcosa di riconoscibile.
Non devi
recitare.
Non devi
conquistare ogni giorno il diritto di essere accolto.
Non devi
trasformare ogni silenzio in un interrogatorio.
Non devi
chiedere continuamente se sei amato.
Lo senti
nella qualità della presenza dell'altro. Nel modo in cui ti ascolta. Nella
libertà che ti lascia. Nella curiosità che prova per quello che sei, anche
quando non ti comprende fino in fondo.
E
soprattutto nella serenità con cui puoi stare accanto a quella persona senza
smettere di appartenere a te stesso.
È questo che
intendo quando parlo di un'anima fatta come la tua.
Non una
fusione nella quale due individui scompaiono, ma un incontro nel quale ciascuno
può finalmente esistere senza doversi difendere.
E allora,
caro Giovanni Pietro, mi viene da pensare una cosa.
Se tu avessi
già incontrato quell'anima, forse non avresti scritto la canzone che hai
scritto.
O almeno non
avresti avuto bisogno di cercare la verità proprio dove la tua canzone racconta
di non trovarla.
Perché la
verità sarebbe sotto i tuoi occhi ogni istante.
Non nelle
dichiarazioni solenni.
Non nei
regali.
Non nelle
fotografie.
Ma in una
normalissima giornata, quando non succede niente di speciale eppure sei felice
che quella persona sia lì.
In un gesto
che non devi interpretare.
In una
conversazione nella quale non hai paura di dire quello che pensi.
Nel piacere
di ritrovarsi, anche dopo essere stati lontani.
Nel poter
dire «oggi sono triste» senza sentirti obbligato a sorridere.
E magari
anche nel poter dire «non sono d'accordo con te» senza temere che l'amore
finisca.
La verità,
quando è condivisa, non ha bisogno di essere continuamente dimostrata.
Si
manifesta.
Certo,
l'amore non elimina le difficoltà, i conflitti, le incomprensioni. Sarebbe
ingenuo pensarlo. E nessuno può conoscere perfettamente l'anima di un altro
essere umano.
Ma una cosa
è attraversare insieme le difficoltà di una relazione, un'altra è vivere
continuamente nel dubbio che quella relazione esista davvero.
È questa la
distinzione che mi interessa.
E mi
interessa ancora di più perché, ascoltando Sangiovanni, mi accorgo che la
musica riesce a fare qualcosa che spesso non riescono a fare i discorsi.
Ci mette
davanti a noi stessi.
Non importa
se il cantante abbia ventitré anni e chi ascolta ne abbia sessantanove.
Non importa
se la canzone sia costruita su un ritmo pop contemporaneo, con sonorità
elettroniche lontanissime da quelle che accompagnavano i miei primi
innamoramenti.
Le parole
attraversano il tempo.
E arrivano.
Arrivano
perché ciascuno di noi, ascoltandole, incontra la propria storia.
Io non so
quale esperienza personale abbia portato Giovanni Pietro, insieme ad Alessandro
La Cava e Komilaza, a scrivere questo testo. E non pretendo di saperlo.
So quello
che succede a me quando lo ascolto.
Penso a
tutte le volte in cui abbiamo chiesto agli altri una verità che forse avremmo
potuto cominciare a cercare dentro di noi.
Penso alle
persone che abbiamo amato per quello che speravamo diventassero.
Penso a
quelle che abbiamo cercato di convincere ad amarci nel modo che desideravamo.
E penso a
quanto tempo ci vuole, qualche volta, per comprendere che amare non significa
ottenere dall'altro la conferma delle nostre aspettative.
Significa
incontrarlo.
E
riconoscere se, in quell'incontro, entrambi possiamo essere liberi.
Emily Brontë
lo aveva raccontato nel 1847.
Massimo
Troisi, nel 1991, ci aveva fatto sorridere amaramente sulle nostre illusioni.
Sangiovanni,
nel 2026, torna a interrogarci attraverso una canzone pop.
Cambiano i
linguaggi. Cambiano i protagonisti. Cambiano i secoli.
Ma la
domanda rimane.
E forse la
risposta è molto più semplice di quanto siamo disposti ad ammettere.
Non basta
che una persona sia quella giusta secondo il mondo.
Bisogna
riconoscersi.
Caro
Giovanni Pietro, grazie per questa canzone.
L'ho
ascoltata tante volte e continuerò a farlo.
Ma adesso
voglio dirti un'ultima cosa.
Non vedo
l'ora di cantarla.
Sì, proprio
così.
La canterò
appena possibile.
Perché a
sessantanove anni ho scoperto quanto sia bello prendere una canzone scritta da
un ragazzo di ventitré e farla passare attraverso la propria voce, il proprio
corpo, i propri ricordi, tutto quello che si è vissuto.
Tu l'hai
scritta con le tue domande.
Io la
canterò con le mie esperienze.
E forse,
mentre la canterò, penserò ancora a Catherine, a Heathcliff, a quelle brughiere
inglesi e a quella frase che attraversa quasi due secoli senza perdere la sua
forza.
«Di
qualunque cosa siano fatte le nostre anime, la sua e la mia sono le stesse».
Caro
Giovanni Pietro, dai retta ad Antonio Pietro.
Quando
incontrerai qualcuno con cui sentirai quella profonda corrispondenza, non avrai
bisogno di una fotografia per convincerti di essere felice.
E non avrai
bisogno che gli altri ti dicano che è amore.
Lo
riconoscerai nella vita che vivrete insieme.
E quella
sarà la tua verità.
Io, intanto,
preparo la voce.
Perché
questa canzone la voglio proprio cantare.

Commenti
Posta un commento