PRIMA O POI ARRIVA WATERLOO


PRIMA O POI ARRIVA WATERLOO

La sconfitta che nessun vincitore mette in conto.

C'è un momento, nella vita degli uomini che hanno conosciuto il potere, in cui il mondo sembra appartenere loro.

Gli amici si moltiplicano. Gli avversari tacciono. Le strette di mano diventano più calorose. Ogni vittoria appare la conferma di una superiorità che si vorrebbe definitiva.

Eppure Napoleone, la mattina del 18 giugno 1815, non sapeva ancora che quella sera il suo nome sarebbe appartenuto più alla sconfitta che alla gloria.

Waterloo non annuncia il proprio arrivo.

In questi giorni leggo i commenti di chi detiene il potere politico e di chi, dall'opposizione, sgomita per conquistarlo. Le elezioni americane sono diventate l'occasione per esultare, rivendicare, interpretare ogni risultato come la conferma delle proprie ragioni.

Gongolano tutti.

Chi governa perché crede di essere più forte. Chi aspira a governare perché immagina che presto toccherà a lui.

Li leggo e mi viene da sorridere. Non per superiorità. Per memoria.

Io la mia Waterloo l'ho incontrata nel 1990.

Non l'avevo prevista. Non l'avevo invitata. E soprattutto non immaginavo che una sconfitta potesse insegnarmi qualcosa che nessuna vittoria mi aveva mai consentito di vedere.

Che il potere è una relazione, non una proprietà.

Che gli uomini possono riconoscertelo oggi e sottrartelo domani.

Che gli applausi non sono una misura del tuo valore e il silenzio che segue la sconfitta non è una misura della tua insignificanza.

Ho scoperto anche qualcosa di più importante.

Che si può perdere il potere senza perdere se stessi. Anzi, qualche volta è proprio quando il potere finisce che comincia la possibilità di incontrarsi davvero.

Perché il potere ha una caratteristica singolare: mentre lo eserciti, può convincerti che ciò che gli altri riconoscono nel tuo ruolo appartenga alla tua persona.

Poi arriva Waterloo.

E scopri quante persone salutavano la tua carica e quante salutavano te.

Scopri che certe amicizie avevano una scadenza che nessuno aveva avuto il coraggio di comunicarti.

Ma soprattutto scopri che il mondo continua a girare, perfettamente indifferente alla tua caduta.

È una scoperta terribile soltanto se avevi affidato al potere la responsabilità della tua felicità.

Oggi, a distanza di trentasei anni, non desidero tornare alla vigilia della mia Waterloo. Non vorrei recuperare quel potere, né cancellare quella sconfitta.

Perché quello che allora mi sembrò un crollo definitivo oggi appartiene semplicemente alla storia del mio vivere.

Ecco perché, quando vedo gli uomini esultare per una vittoria politica come se avessero conquistato l'eternità, penso a quel campo del Belgio.

Non auguro loro di perdere.

So soltanto che nessuna vittoria contiene la garanzia della successiva.

Prima o poi ciascuno incontra la propria Waterloo.

Non necessariamente una sconfitta elettorale. Può essere una porta che non si apre più, una fiducia che viene meno, un ruolo che finisce, un consenso che svanisce.

E allora la domanda non sarà quanto potere hai avuto.

Sarà quanto di te è rimasto quando non l'hai avuto più.

Io, nel 1990, ho perso una battaglia.

Mi ci sono voluti anni per accorgermi che non avevo perso la vita.

E oggi posso persino dire che quella vita, liberata dalla necessità di vincere, mi piace molto di più.

Antonio Bruno

Giordano DV ha scritto:

Ho apprezzato molto le tue confessioni e, soprattutto, il fatto che la sconfitta di Trump non sia stata per te un pretesto per fare propaganda politica, ma un’occasione per riflettere sull’uomo Trump, sulle sue fragilità e sulle contraddizioni umane. È proprio questa la differenza tra chi si limita a esultare per la sconfitta dell’avversario e chi sa cogliere, anche nella sconfitta altrui, uno spunto di riflessione su sé stesso e sulla natura umana. In fondo, come insegna la metafora di Waterloo e Sant’Elena, tutti possiamo cadere; più si sale su e più siamo esposti a invidie, risentimenti ed errori. Ma ciò che conta è ciò che impariamo dalla caduta.
Autore Antonio Bruno Pietro ha commentato:
Caro Giordano DV , ti ringrazio per aver colto il senso della mia riflessione. Vorrei però precisare qualcosa che per me è fondamentale.
Tutte le donne e tutti gli uomini che hanno scelto, oppure si sono ritrovati, a vivere esercitando il proprio dominio su altri esseri umani attraverso il potere, nessuno escluso, prima o poi incontrano la propria Waterloo.
Non è una questione di Trump, di destra, di sinistra, di vincitori o di sconfitti. È una questione che riguarda il modo in cui noi esseri umani organizziamo il nostro vivere e convivere.
Il potere, inteso come dominio e sottomissione, NON È UMANO. Non considero il dominio una necessità biologica della nostra natura. È un modo di vivere che abbiamo costruito e conservato nelle nostre relazioni, fino a considerarlo normale, inevitabile, persino desiderabile.
Chi domina può provare piacere nell'essere obbedito, riverito, servito. Ma quel piacere richiede che altre donne e altri uomini rinuncino alla propria autonomia, accettando di vivere secondo la volontà di qualcun altro.
E qui c'è una contraddizione che trovo immensa.
A nessuno piace essere sottomesso. Possiamo abituarci, rassegnarci, fingere riconoscenza, persino chiamare amore ciò che nasce dalla paura, dalla convenienza o dalla dipendenza. Ma non per questo quel vivere ci piace.
Nella prospettiva di Humberto Maturana, che sento profondamente vicina, l'amore è il dominio relazionale nel quale l'altro emerge come legittimo altro nella convivenza. Il dominio, invece, nega proprio quella legittimità.
Per questo non penso che Waterloo sia semplicemente una caduta dalla quale imparare a rialzarsi per riconquistare il potere.
La vera possibilità che Waterloo ci offre è accorgerci che non abbiamo alcun bisogno di dominare qualcuno per vivere pienamente.
Io ho incontrato la mia Waterloo nel 1990. Oggi non desidero una rivincita. Non desidero tornare a esercitare quel potere. Mi interessa il vivere che emerge dalle mie relazioni, senza pretendere obbedienza e senza offrirla in cambio di protezione o riconoscimento.
E soprattutto non aspetto la Waterloo di nessuno. Non ne gioisco e non la auguro.
Mi accorgo semplicemente che ogni organizzazione del vivere fondata sul dominio contiene la possibilità della propria dissoluzione.
Perché possiamo costringere qualcuno a obbedirci, ma non possiamo costringerlo ad amarci.
E una vita trascorsa a essere serviti da esseri umani che non desiderano servirci, per quanto possa apparire trionfale, non è il vivere che io scelgo di conservare.
Un abbraccio, Giordano.
Antonio Bruno

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