Quelli che vanno ai talk
Quelli che vanno ai talk
Mi mandarono
l’invito per assistere a un talk nel mio paese.
La parola talk,
da noi, aveva già qualcosa di temerario. Parlare si parlava moltissimo,
naturalmente. Anzi, si poteva dire che in paese non si facesse altro. Ma
parlare in un talk era cosa diversa dal parlare al bar, davanti al municipio o
dopo la messa. Nel talk bisognava avere un argomento.
Questo
restringeva enormemente il numero dei partecipanti.
Quando
ricevetti l’invito pensai subito a chi avrei potuto portare con me. Mi venne in
mente una persona. Una sola.
La
telefonai.
Mi disse che
avrebbe partecipato volentieri, ma aveva già un impegno.
Rimasi
allora con l'invito in mano e provai mentalmente a passare in rassegna tutti
quelli che conoscevo.
Erano molti.
Nessuno mi
sembrava adatto a un talk.
Non che
fossero persone prive di interessi. Al contrario. Alcuni ne avevano moltissimi.
Sapevano chi sarebbe stato candidato alle prossime elezioni, chi non lo sarebbe
stato, chi avrebbe voluto esserlo, chi fingeva di non volerlo essere e
soprattutto chi aveva promesso a chi di farlo diventare qualcosa.
Se il talk
fosse stato intitolato Chi sta con chi?, avremmo dovuto chiedere una
sala più grande.
Se invece
fosse stato Chi avrà l'incarico?, sarebbe intervenuto anche pubblico dai
paesi vicini.
Per Chi
sarà il prossimo assessore? sarebbe stato necessario prenotare il teatro.
Ma il talk
aveva un argomento.
E questo,
bisogna riconoscerlo, costituiva un ostacolo.
Andai da
solo.
Quando
entrai guardai le persone sedute e mi parve di capire che il pubblico dei talk
fosse diviso in tre categorie.
La prima era
costituita da coloro ai quali interessava veramente l'argomento.
Erano una
decina.
Li
riconoscevi perché ascoltavano.
La seconda
comprendeva quelli ai quali interessava soprattutto l'organizzatore.
Anche questi
erano una decina.
Ascoltavano
anch'essi, ma ogni tanto guardavano l'organizzatore per verificare che
l'organizzatore si fosse accorto che stavano ascoltando.
Poi c'era
una terza categoria, che compariva soltanto quando al talk partecipava un
politico.
Era la
claque della speranza.
Non saprei
chiamarla diversamente.
Non era
necessario che applaudisse. Bastava che fosse presente.
Ciascuno di
quegli uomini aveva una speranza.
Uno sperava
in un incarico. Un altro in una candidatura. Un altro ancora in una consulenza.
Qualcuno sperava semplicemente che il politico, vedendolo in seconda fila,
pensasse: «Quest'uomo è sempre presente».
Che cosa
potesse derivare dall'essere sempre presenti nessuno lo sapeva con precisione,
ma in paese l'assenza non aveva mai prodotto grandi carriere.
La speranza,
del resto, è una cosa seria.
Un uomo può
sopportare per due ore un dibattito sull'intelligenza artificiale, sulla crisi
della democrazia o sulla transizione ecologica se pensa che, alla fine,
qualcuno possa stringergli la mano e dirgli:
«Dobbiamo
vederci.»
Quel dobbiamo
vederci può sostenere un'esistenza per parecchi mesi.
Naturalmente
nessuno confessava di essere lì per questo.
Tutti erano
interessati al tema.
Persino
quelli che non sapevano quale fosse.
Mi sedetti.
Guardai
ancora la sala.
Pensai alle
persone che conoscevo e che non avevo invitato. Forse ero stato ingiusto. Forse
anche loro avrebbero potuto trovare qualcosa d'interessante in quella
conversazione.
Ma le
immaginai sedute lì.
Dopo dieci
minuti una avrebbe guardato il telefono.
Dopo
quindici avrebbe scritto a qualcuno.
Dopo venti
avrebbe domandato sottovoce:
«Ma viene
l'onorevole?»
Alla
risposta negativa avrebbe avuto improvvisamente un impegno.
Eppure
quelle stesse persone potevano trascorrere tre ore a discutere di una lista
elettorale che non esisteva ancora, attribuendo assessorati a persone che non
erano candidate in elezioni che non erano state ancora indette.
Quella sì
che era partecipazione civile.
Nel
frattempo il talk continuava.
Sul palco si
parlava di idee, di società, forse perfino del futuro.
Io ascoltavo
e, di tanto in tanto, guardavo gli altri.
A un certo
punto mi accorsi che stavo facendo esattamente ciò che rimproveravo al paese:
invece di ascoltare il talk, osservavo quelli che erano venuti al talk.
La cosa mi
divertì.
Forse
anch'io appartenevo a una quarta categoria.
Quelli che
vanno a un talk per vedere perché gli altri vanno a un talk.
Una categoria
numericamente insignificante, ma tenace.
Quando uscii
era già sera.
Il paese era
identico a prima.
Al bar
alcuni uomini discutevano animatamente. Passando riuscii a sentire soltanto una
frase:
«Quello
vuole fare il sindaco.»
Mi fermai
per un istante.
Confesso che
ebbi la tentazione di entrare.
Poi
continuai a camminare.
E senza
sapere bene perché, mi ritrovai a canticchiare:
«Ora mi
annoio più di allora, neanche un prete per chiacchierar...»
Fu allora
che pensai che forse avevo finalmente capito il paese.
O forse,
cosa assai più probabile, mi stavo semplicemente annoiando anch'io.

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