Conversazione con Antonio Bruno La terra non è il limite è la relazione

 


Conversazione con Antonio Bruno La terra non è il limite è la relazione

Antonio Bruno: Leggendo queste pagine mi sono fermato su una parola: vincolo. Siamo abituati a pensare che un vincolo sia qualcosa che impedisce di fare ciò che desideriamo. Qui, invece, il vincolo sembra diventare ciò che apre una possibilità.

Interlocutore: È uno dei nuclei del ragionamento. Le crisi economiche, sociali, migratorie, climatiche, sanitarie e geopolitiche non vengono considerate separatamente. Interagiscono e formano una policrisi. Per comprenderla occorre abbandonare la pretesa di isolare le cause e controllarne linearmente gli effetti.

Antonio Bruno: Questo mi porta immediatamente a Gregory Bateson. Se separo ciò che nella vita è connesso, creo una descrizione che forse mi rassicura, ma non corrisponde più al sistema che sto osservando.

Interlocutore: E infatti il testo propone una visione sistemica: mettere continuamente in relazione le parti con il tutto. La Terra non è lo sfondo sul quale si svolge la vicenda umana. Noi siamo dentro quella vicenda terrestre. Persino i limiti planetari non definiscono soltanto ciò che non possiamo fare: fanno emergere nuove possibilità.

Antonio Bruno: Qui sento anche Humberto Maturana. Noi occidentali abbiamo costruito un mondo nel quale diciamo: c'è l'uomo e poi c'è l'ambiente. L'uomo osserva, decide, interviene, domina. Ma se siamo esseri viventi strutturalmente accoppiati con il nostro ambiente, quella separazione diventa problematica.

Interlocutore: Nel capitolo questa intuizione assume una formulazione molto netta attraverso Edgar Morin: auto-eco-organizzazione. L'autonomia del vivente non elimina la dipendenza dall'ambiente. La produce in una forma sempre più complessa: quanto più un organismo sviluppa la propria individualità, tanto più ricche diventano le sue relazioni con ciò che lo circonda.

Antonio Bruno: Questa cosa mi riguarda personalmente. Per molto tempo ho potuto pensare l'autonomia come: non avere bisogno degli altri. Se ho bisogno di qualcuno, dipendo; se dipendo, non sono veramente autonomo.

Interlocutore: Qui quella distinzione salta. Autonomia e dipendenza non sono termini che si annullano reciprocamente.

Antonio Bruno: Allora potrei dire: sono autonomo proprio perché vivo nelle relazioni che rendono possibile la mia autonomia.

Interlocutore: Esattamente. E il testo ne trae una conseguenza importante: all'aumento dell'individualità deve corrispondere anche un aumento della partecipazione collettiva, comunitaria e biologica. Lo sviluppo umano diventa dialogico: più ego, ma contemporaneamente più relazione e più amore.

Antonio Bruno: È interessante perché cambia anche il significato della libertà. La libertà non sarebbe più: posso fare tutto ciò che voglio.

Interlocutore: Diventa piuttosto: quale mondo faccio emergere facendo ciò che faccio?

Antonio Bruno: Questa è esattamente la domanda che mi interessa. Non c'è un tribunale esterno che mi consegna una regola universale per ogni circostanza. Mi accorgo di ciò che faccio, osservo il mondo che nasce mentre lo faccio e posso domandarmi: mi piace vivere nel mondo che sto facendo emergere?

Interlocutore: E quella domanda personale può essere trasportata alla scala planetaria.

Antonio Bruno: Proviamo.

Interlocutore: L'umanità può domandarsi: come facciamo quello che facciamo? Produciamo, consumiamo, estraiamo risorse, costruiamo confini, accumuliamo armamenti, cerchiamo sicurezza attraverso la potenza. Poi osserviamo il mondo che emerge da questo nostro fare.

Antonio Bruno: E scopriamo che siamo diventati vittime delle nostre stesse vittorie.

Interlocutore: È proprio il paradosso descritto nel capitolo: nel momento culminante del progetto di dominio della natura scopriamo che dipendiamo dagli effetti delle nostre stesse azioni. La Terra, da oggetto passivo, appare quasi come un partner che reagisce.

Antonio Bruno: Heinz von Foerster direbbe forse che abbiamo immaginato il mondo come una macchina triviale: faccio A e ottengo B. Invece faccio A, ma A entra in una rete di relazioni, retroazioni e trasformazioni e produce qualcosa che non avevo previsto.

Interlocutore: Per questo il problema non è soltanto trovare tecnologie migliori. È necessario modificare l'epistemologia con cui osserviamo.

Antonio Bruno: Ed è qui che la catastrofe può diventare emancipativa.

Interlocutore: Sì. Non perché una catastrofe sia desiderabile, ma perché la crisi può costringerci a mettere in discussione categorie che consideravamo ovvie: crescita, abbondanza, autonomia, potenza, progresso.

Antonio Bruno: Quindi il vincolo non mi dice semplicemente: non puoi.

Interlocutore: Può anche domandarti: che altro puoi fare?

Antonio Bruno: Questo cambia tutto. Se il limite è soltanto una proibizione, cercherò continuamente di superarlo. Se invece il limite partecipa alla generazione delle possibilità, posso entrare in relazione con esso.

Interlocutore: Ed è proprio questo il passaggio dall'idea moderna dell'emancipazione fondata sull'abbondanza a una cultura dell'autolimitazione. La risposta alla crisi non viene presentata soltanto come rinuncia a produrre, consumare o estrarre: richiede un cambiamento dei paradigmi cognitivi ed etici capace di aprire nuovi spazi d'azione.

Antonio Bruno: Arriviamo allora alla pace.

Interlocutore: Anche la pace cambia significato. Non è soltanto un ideale morale. Nell'epoca nucleare e climatica diventa una questione legata all'abitabilità stessa della Terra. Il testo mette così in tensione la logica della potenza con quella dell'abitabilità planetaria.

Antonio Bruno: Mi colpisce perché anche qui possiamo applicare la domanda: quale mondo emerge mentre cerco sicurezza attraverso la potenza?

Interlocutore: Esatto.

Antonio Bruno: Se per sentirmi sicuro devo rendere l'altro più insicuro, l'altro farà qualcosa per recuperare sicurezza. Io interpreterò la sua risposta come una minaccia e aumenterò ulteriormente la mia potenza.

Interlocutore: Una ricorsività.

Antonio Bruno: Bateson.

Interlocutore: E anche von Foerster: l'osservatore è dentro il sistema che descrive.

Antonio Bruno: Quindi non posso più dire semplicemente: il problema è l'altro. La mia azione partecipa alla configurazione relazionale nella quale l'altro agirà.

Interlocutore: Da qui acquistano un significato sistemico due parole con cui il capitolo arriva quasi alla conclusione: solidarietà e fiducia. La fiducia diventa particolarmente importante proprio quando il futuro non può essere interamente controllato.

Antonio Bruno: E qui riconosco qualcosa che riguarda anche la mia vita quotidiana. Se pretendo di controllare tutto perché voglio eliminare l'incertezza, restringo il mondo delle possibilità. Se accetto che l'altro sia un essere autonomo, quindi non interamente prevedibile, devo necessariamente lasciare uno spazio alla fiducia.

Interlocutore: Non significa rinunciare alla responsabilità.

Antonio Bruno: Al contrario. Significa forse assumerla davvero. Perché non posso più nascondermi dietro la frase: ho fatto così perché l'altro... Posso osservare quale mondo contribuisco a produrre facendo ciò che faccio.

Interlocutore: Ed eccoci all'ultima domanda del capitolo: se la condizione umana non è definitivamente stabilita, ma continua a produrre possibilità, l'incompiutezza dell'essere umano può diventare una speranza.

Antonio Bruno: Mi piace moltissimo questa conclusione. L'incompiutezza normalmente viene vissuta come mancanza: non siamo ancora abbastanza. Qui può diventare apertura.

Interlocutore: Non siamo obbligati a ripetere indefinitamente ciò che siamo stati.

Antonio Bruno: E allora provo a dirlo con le parole del mio percorso. Mi accorgo. Osservo ciò che percepisco. Osservo ciò che sto facendo. Vedo la storia attraverso la quale sono arrivato qui. Immagino gli scenari che possono emergere. E scelgo.

Interlocutore: Anche una civiltà potrebbe imparare a fare qualcosa di simile.

Antonio Bruno: Forse è questo il punto che porto via da queste pagine. Noi continuiamo a domandarci: «Come possiamo salvare il mondo?». È una domanda enorme e rischia di metterci nuovamente nella posizione di chi deve controllare qualcosa che gli sta davanti.

Preferisco un'altra domanda:

«Quale mondo facciamo emergere mentre viviamo?»

Perché la Terra non è qualcosa che dobbiamo governare dall'esterno. Noi siamo una delle relazioni attraverso cui la Terra vivente continua, momento dopo momento, a trasformarsi.

E allora il futuro non è un luogo verso cui stiamo andando.

Il futuro è il mondo che comincia a esistere mentre facciamo ciò che facciamo.

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