Flaiano e Maturana

 


"Appartengo alla minoranza silenziosa. Sono di quei pochi che non hanno più nulla da dire e aspettano. Che cosa? Che tutto si chiarisca? L’età mi ha portato la certezza che niente si può chiarire: in questo paese che amo non esiste, semplicemente, la verità.

Paesi molto più piccoli e importanti del nostro hanno una loro verità, noi ne abbiamo infinite versioni. Le cause? Lascio agli storici, ai sociologi, agli psicanalisti, alle tavole rotonde il compito di indicarci le cause, io ne subisco gli effetti. E con me pochi altri, perché quasi tutti hanno una soluzione da proporci: la loro verità, cioè qualcosa che non contrasti i loro interessi.

Alla tavola rotonda bisognerà anche invitare uno storico dell’arte per fargli dire quale influenza può avere avuto il barocco sulla nostra psicologia. In Italia infatti la linea più breve tra due punti è l’arabesco.

Viviamo in una rete d’arabeschi".

 

Ennio Flaiano, La solitudine del satiro, 1973, p. 207.

Il passo di Flaiano si presta in modo sorprendente a una lettura attraverso Humberto Maturana. Ma farei una precisazione importante: Flaiano e Maturana non stanno dicendo esattamente la stessa cosa. Flaiano constata con amarezza la proliferazione delle «verità» italiane; Maturana compie un'operazione epistemologica più radicale: si domanda come facciamo ciò che chiamiamo vero.

Il brano è effettivamente raccolto in La solitudine del satiro (1973). (Libriantichionline.com)

1. «Appartengo alla minoranza silenziosa»

Flaiano comincia rinunciando alla competizione delle spiegazioni.

Qui Maturana potrebbe suggerirci una domanda diversa:

come faccio, io osservatore, ciò che faccio quando affermo di sapere come stanno veramente le cose?

È una domanda molto vicina a quella che sto usando io: «Come faccio quello che faccio?»

Il punto decisivo è spostarsi dall'oggetto osservato all'operazione dell'osservatore.

Non soltanto:

Che cosa sta succedendo in Italia?

ma:

Come faccio emergere, attraverso le mie distinzioni, l'Italia che sto descrivendo?

Per Maturana ogni spiegazione viene dopo l'esperienza ed è formulata da un osservatore nella propria praxis del vivere. (jlombardi.net)


2. «Niente si può chiarire»

Qui avviene qualcosa di interessante.

Flaiano sembra partire dalla speranza che, eliminando equivoci, menzogne, interessi e ideologie, alla fine dovrebbe apparire la verità.

Poi, con l'età, perde questa fiducia.

Maturana farebbe un passaggio ulteriore.

Il problema non sarebbe semplicemente:

«Non riusciamo a raggiungere la verità.»

Sarebbe:

«Che cosa sto facendo quando pretendo che esista una realtà indipendente dall'osservatore capace di stabilire definitivamente chi abbia ragione?»

È qui che compare la distinzione tra oggettività senza parentesi e oggettività tra parentesi. Nel primo cammino esplicativo si presuppone una realtà indipendente dall'osservatore alla quale qualcuno potrebbe avere accesso privilegiato; nel secondo si rinuncia proprio a questo privilegio epistemologico. (jlombardi.net)


3. «In questo paese [...] non esiste, semplicemente, la verità»

Questa frase sembra maturaniana, ma non lo è ancora.

Flaiano sembra dire:

la verità dovrebbe esserci, ma noi italiani l'abbiamo smarrita.

Maturana direbbe qualcosa di più destabilizzante.

Quando mettiamo l'oggettività tra parentesi, non sostituiamo la verità con il relativismo del tipo:

«Ognuno ha la sua opinione e quindi qualsiasi cosa va bene».

Piuttosto riconosciamo che ciò che chiamiamo realtà emerge nelle distinzioni operate dall'osservatore, all'interno di determinati domini di coerenze operative. Per questo Maturana parla di multiverso, contrapposto all'universum della realtà unica indipendente dall'osservatore. (jlombardi.net)

Quindi:

non «non esiste niente», ma esistono diversi domini di realtà generati nelle nostre operazioni di distinzione.


4. «Noi ne abbiamo infinite versioni»

Ed eccoci vicinissimi a Maturana.

Flaiano lo vive come una patologia italiana:

una realtà → infinite versioni.

Maturana cambierebbe la formula:

molti osservatori → molte distinzioni → differenti domini di realtà.

Ed è una differenza enorme.

Supponiamo che Antonio e Giovanni assistano alla stessa riunione.

Antonio esce dicendo:

«È stata una riunione inconcludente».

Giovanni:

«È stata una riunione utilissima».

La domanda abituale diventa:

chi dei due ha ragione?

La domanda maturaniana sarebbe invece:

quali distinzioni compie Antonio affinché quella riunione emerga per lui come inconcludente? E quali compie Giovanni affinché emerga come utile?

Non dobbiamo immediatamente eliminare una delle due esperienze.

Possiamo osservare l'osservatore.


5. «Quasi tutti hanno una soluzione da proporci: la loro verità»

Qui Flaiano tocca qualcosa di profondamente maturaniano.

Il problema non consiste necessariamente nell'avere una spiegazione.

Il problema nasce quando faccio questo salto:

«Io vedo così» → «È così» → «Tu devi riconoscere che è così».

È precisamente il passaggio all'oggettività senza parentesi.

Maturana osserva che, in questo dominio, chi ritiene di possedere l'accesso alla realtà considera necessariamente sbagliato chi non condivide quella realtà; la convivenza tende allora a richiedere obbedienza alla conoscenza considerata vera. (jlombardi.net)

La differenza è sottile ma formidabile:

senza parentesi

«Questa persona è egoista.»

tra parentesi

«Nella relazione che vivo con questa persona, io la distinguo come egoista.»

La seconda formulazione non assolve l'altro.

Introduce l'osservatore.

Io sono dentro ciò che sto dicendo.


6. «Qualcosa che non contrasti i loro interessi»

Qui possiamo aggiungere Dávila.

Non siamo osservatori astratti.

Osserviamo vivendo, desiderando, temendo, conservando qualcosa.

Perciò possiamo domandarci:

Che cosa sto conservando mentre sostengo questa spiegazione?

Questa domanda è potentissima.

Potrei credere di stare semplicemente «dicendo la verità», mentre attraverso quella spiegazione sto conservando:

  • il mio prestigio;
  • il controllo;
  • l'appartenenza;
  • un ruolo;
  • una relazione;
  • la sicurezza;
  • l'immagine che possiedo di me stesso.

E questo ci porta direttamente alla tua igiene del fare.

Non devo accusarmi:

«Sto manipolando la realtà per interesse.»

Posso semplicemente osservare:

«Ah. Quando spiego questa situazione in questo modo, che cosa sto conservando?»

Ed eventualmente:

«Mi piace il vivere che emerge conservandolo?»


7. «La linea più breve tra due punti è l'arabesco»

Questa è la genialità letteraria di Flaiano.

L'arabesco non è soltanto complicazione burocratica o italiana.

Letto attraverso Maturana può diventare metafora della nostra condizione di osservatori.

Noi immaginiamo:

fatto → verità.

Ma vivendo accade piuttosto qualcosa come:

esperienza → distinzione → emozione → linguaggio → spiegazione → conversazione → nuova esperienza.

E nuovamente:

distinzione → spiegazione → conversazione...

Ecco l'arabesco.

Non perché l'essere umano sia necessariamente bugiardo.

Perché vive nel linguaggio.

Gli oggetti stessi, nell'impostazione maturaniana, emergono nel linguaggio attraverso operazioni di distinzione; per questo Maturana rifiuta l'idea che le spiegazioni scientifiche siano descrizioni di un mondo indipendente dall'osservatore. (jlombardi.net)


8. «Viviamo in una rete d'arabeschi»

Qui Flaiano termina.

Maturana, invece, potrebbe cominciare.

Perché una volta riconosciuto che siamo dentro questa rete, la domanda non è più:

«Come faccio finalmente ad arrivare alla realtà vera?»

Può diventare:

«Come sto generando, insieme agli altri, il mondo che viviamo?»

Ed entra in scena la conversazione.

Se io possiedo la verità e tu sbagli, devo convincerti.

Se invece riconosco che tu ed io possiamo trovarci in domini differenti, posso diventare curioso:

Come fai tu a vedere quello che vedi?

E tu puoi chiedermi:

Come fai tu a vedere quello che vedi?

Nel multiversa maturaniano il disaccordo non viene necessariamente risolto appellandosi a un accesso privilegiato alla realtà: può richiedere la costruzione di un dominio comune attraverso la convivenza e l'accettazione reciproca. (jlombardi.net)

Ed è qui che Flaiano, riletto attraverso Maturana e Dávila, da pessimista può diventare liberatore.

Flaiano + Maturana + Dávila

Flaiano dice:

«Abbiamo infinite versioni.»

Maturana potrebbe rispondere:

«Naturalmente: osserviamo distinguendo.»

Flaiano:

«Ognuno propone la propria verità.»

Maturana:

«Osserva quando trasformi la tua spiegazione in una realtà indipendente da te.»

Flaiano:

«Viviamo in una rete d'arabeschi.»

Dávila potrebbe aggiungere:

«Allora osserviamo insieme come li generiamo nel conversare.»

E qui arrivo al punto che, nel mio percorso attuale, mi sembra più fecondo.

Non hai bisogno di uscire dall'arabesco per raggiungere un ipotetico Punto Vero.

Puoi osservarti mentre disegni l'arabesco.

Quando ricostruisci il passato, quando immagini il futuro, quando attribuisci intenzioni a qualcuno, quando senti di dover controllare perché qualcosa riesca, non hai necessariamente bisogno di dirti:

«Questa ricostruzione è falsa: devo eliminarla.»

Puoi riconoscere:

«Ah, ecco come sto facendo ciò che sto facendo.»

E poi arriva la domanda che cambia tutto:

«Mi piace il vivere che nasce mentre faccio questo?»

Se la risposta è sì, continui.

Se è no, non devi dimostrare che la vecchia versione fosse falsa.

Puoi semplicemente smettere di conservarla.

Forse, allora, l'immagine di Flaiano può essere rovesciata: la libertà non consiste necessariamente nel trovare la linea retta che ci faccia finalmente uscire dalla rete degli arabeschi. Consiste nell'accorgersi che, mentre viviamo, alcuni di quegli arabeschi li stiamo tracciando noi — e che possiamo cominciare a tracciarne altri.

 

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