Oggi ascolto Nayt feat. Joan Thiele — La canzone dell’amore perduto

 


Oggi ascolto

Nayt feat. Joan Thiele — La canzone dell’amore perduto

Ci sono canzoni che hanno un’età e altre che, ogni volta che qualcuno le canta davvero, ricominciano da capo.

La canzone dell’amore perduto appartiene alla seconda categoria.

Fabrizio De André la pubblicò nel 1966, sul lato A di un 45 giri della Karim. Sono passati sessant’anni. E forse è proprio questo il primo pensiero che mi viene ascoltando Nayt e Joan Thiele: due ragazzi del nostro tempo stanno cantando una canzone che sembra scritta da due anziani seduti su una panchina a raccontarsi ciò che hanno capito dell’amore.

E invece no.

Sono giovani.

Ed è proprio questa la bellezza.

Perché per comprendere che un amore può finire senza che per questo sia stato falso non occorre necessariamente diventare vecchi. Bisogna forse avere imparato qualcosa di più difficile: che amare una persona significa anche amare la relazione che, nel presente, riusciamo a generare con quella persona.

Nayt e Joan Thiele portarono questa canzone sul palco di Sanremo il 27 febbraio 2026, nella serata delle cover. Nayt aveva voluto accanto a sé proprio Joan. Disse che gli interessava una presenza femminile e l’idea che i due interpreti potessero farsi da specchio nel racconto del brano.

E lo specchio funziona.

Perché qui non c’è semplicemente un uomo che racconta una donna perduta. Ci sono due esseri umani che guardano insieme una cosa misteriosa: la trasformazione di una relazione.

La canzone, del resto, veniva da lontano. De André l'aveva pubblicata nel 1966 e la sua vicenda è legata alla fine del rapporto con la prima moglie, Enrica Rignon, detta Puny. E dietro quelle parole c'era una musica ancora più antica: l'Adagio del Concerto per tromba, archi e basso continuo in re maggiore di Georg Philipp Telemann.

Pensate che viaggio.

Telemann, il Settecento.

De André, il 1966.

Nayt e Joan Thiele, il 2026.

Tre secoli che finiscono dentro pochi minuti.

E in mezzo sempre noi, con la nostra pretesa infantile che ciò che proviamo oggi debba necessariamente essere ciò che proveremo domani.

Ma una relazione non è una fotografia.

È un organismo vivente.

Cambia.

La relazione che abbiamo con una persona non è detto che possa essere identica istante dopo istante. Possiamo avere amato immensamente qualcuno e, un giorno, scoprire che ciò che accade tra noi non ci fa più stare bene. Questo non cancella quello che è stato. Non rende bugiardo il passato.

Significa soltanto che il presente è diventato un altro presente.

Ed ecco perché mi colpiscono questi due ragazzi.

Cantano l'amore perduto senza la retorica della catastrofe. Come se avessero già compreso qualcosa che a volte occorre una vita intera per accettare: un amore può finire. E dopo può arrivarne un altro.

Oppure no.

Già.

Oppure no.

Ed è importante dirlo.

Perché non dobbiamo necessariamente sostituire una persona con un'altra come si sostituisce un oggetto che non funziona più. Possiamo incontrare un nuovo amore, oppure possiamo attraversare un tempo in cui non arriva nessuno. E continuare ugualmente a vivere.

Forse la questione non è trovare qualcuno.

La questione è riconoscere, quando qualcuno arriva, che cosa diventiamo noi nella relazione con quella persona.

Perché trovare una persona non è poi così difficile.

Difficile è incontrarne una e accorgersi, quasi con stupore:

Guarda. Con te sto bene.

E ancora più difficile è costruire giorno dopo giorno le condizioni perché quel bene continui a essere possibile senza trasformarlo in un obbligo.

Poi c'è la chitarra.

Dio, quella chitarra.

A un certo punto smetto persino di ascoltare la canzone e ascolto lei.

Le corde.

Gli spazi.

Il legno che sembra respirare.

E mi ricordo perché amo tanto questo strumento.

Per anni ho cantato sulle basi. C'era tutto: batteria, basso, tastiere, arrangiamenti. Tutto perfetto. Bastava entrare al momento giusto.

Ma una chitarra è un'altra cosa.

Una chitarra non ti porta semplicemente dentro una canzone.

Ti accompagna.

È quasi una persona seduta accanto.

E allora quella chitarra di La canzone dell’amore perduto diventa per me una nave.

Naviga per mari e per terre, attraversa il tempo, passa davanti al giovane De André, saluta da lontano Telemann, arriva sessant'anni dopo a Nayt e Joan Thiele e infine, chissà come, viene a bussare anche alla mia porta.

Ed eccomi qui.

Dopo tanti anni di basi sono tornato alla chitarra.

Forse non sono tornato soltanto a uno strumento.

Sono tornato a quel piccolo miracolo che accade quando una voce e sei corde non hanno più nulla dietro cui nascondersi.

E forse l'amore assomiglia proprio a questo.

Non alla promessa che niente cambierà.

Ma a due persone che, finché possono e finché lo desiderano, riescono ancora ad accordarsi.

E quando l'accordo cambia, ascoltarlo.

Senza dichiarare falso ciò che prima era stato vero.

Perché alcune relazioni durano una vita.

Altre una stagione.

Altre ancora continuano dentro di noi dopo essere finite nel mondo.

Ma quando sono state belle, sono state belle.

E nessuna fine possiede il diritto di riscriverne l'inizio.

Già.

Nessuna fine.


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