IL FUMO CHE NON VOGLIAMO VEDERE
IL FUMO CHE NON VOGLIAMO VEDERE
Ci sono incendi che bruciano due volte. La prima quando prendono fuoco. La
seconda quando pensiamo che siano finiti.
A Lequile sembrava che il peggio fosse passato. Poi, intorno all'una, il
cielo ha ricominciato a parlare nella lingua che nessuno avrebbe voluto
riascoltare: una colonna di fumo nero, intensa, enorme, visibile da diversi
punti del territorio.
Per un'ora e mezza non è stato soltanto fumo. È stata una domanda.
Il sindaco Vincenzo Carlà racconta di essere stato avvisato dai cittadini,
di avere immediatamente chiamato Vigili del Fuoco e Prefettura. Ma soprattutto
pronuncia parole che sarebbe sbagliato lasciare disperdere insieme al fumo:
questa vicenda, dice, è stata sottovalutata.
E forse la parola più importante non è nemmeno «incendio».
È emergenza.
Perché quello che è successo a Lequile poteva succedere altrove. E quando
un'emergenza ambientale mette in difficoltà un intero sistema, la questione
smette di riguardare soltanto il luogo in cui sono divampate le fiamme.
Riguarda tutti.
La struttura era sotto sequestro e, secondo quanto riferito dal sindaco,
questa mattina non vi si stava lavorando e non c'erano persone all'interno.
Saranno gli accertamenti a dirci ciò che deve essere accertato.
Ma una cosa possiamo domandarcela già adesso.
Se domani accadesse di nuovo, da un'altra parte del Salento, saremmo
pronti?
Abbiamo abbastanza uomini, mezzi, risorse, procedure e capacità di
intervento per affrontare rapidamente un'emergenza ambientale di queste
dimensioni?
Perché un territorio non è sicuro quando riesce a spegnere un incendio.
È sicuro quando ha imparato qualcosa dall'incendio precedente.
Oggi quella colonna di fumo si è attenuata.
La domanda che ha lasciato nel cielo, invece, dovrebbe restare visibile
ancora per molto.

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