Oggi ascolto Achille Lauro – Comuni Immortali

 


Oggi ascolto Achille Lauro – Comuni Immortali

Ci sono canzoni che raccontano un amore e altre che raccontano quello che un amore diventa quando il tempo ha già cominciato a lavorarci sopra.

Oggi ascolto Achille Lauro, Comuni Immortali, e penso che questa appartenga alla seconda specie.

Perché da ragazzi crediamo che amare significhi soprattutto avere qualcuno. Molti anni dopo scopriamo che amare può significare anche continuare a portarlo con noi.

Ed è una differenza enorme.

Achille Lauro mette dentro questa canzone parole smisurate: la luna, il tramonto, il mondo che si inginocchia, Dio, gli dei, il mare che si apre. Sembrerebbe il vecchio repertorio degli innamorati, che da quando esiste la poesia promettono l'impossibile pur di convincere qualcuno a restare.

Ma dietro tutta questa immensità io sento una cosa molto più piccola e molto più umana: «ci sarò, ricordati».

È lì, forse, il centro della canzone.

Ricordati.

Una parola che conosciamo meglio quando abbiamo vissuto abbastanza da capire che non possiamo trattenere tutto. Non possiamo trattenere le persone, le case, i corpi, le estati, i genitori, gli amici, le città com'erano quando avevamo vent'anni. Non possiamo nemmeno trattenere noi stessi così come eravamo.

E allora ricordiamo.

Ma ricordare non significa necessariamente tornare indietro. Significa accorgersi che certe relazioni hanno cambiato forma senza scomparire.

Ci sono persone che non incontriamo più e con le quali continuiamo a conversare. Basta una strada, una fotografia, un profumo, quattro note ascoltate per caso. Improvvisamente sono di nuovo lì. Non nel passato: nel nostro presente.

Forse è questo che rende “immortali” certi amori.

Non il fatto che durino per sempre come li avevamo immaginati. Quasi niente dura così. Ma il fatto che ciò che abbiamo vissuto continui a partecipare, misteriosamente, a ciò che siamo.

Mi colpisce soprattutto un'immagine della canzone: la paura di diventare grandi.

Da giovani pensiamo che diventare grandi significhi conquistare qualcosa. Un lavoro, una casa, un amore, un posto nel mondo. Poi arriva un'età in cui capisci che diventare grandi significa soprattutto imparare a salutare.

Salutare quello che finisce.

Salutare quello che cambia.

E qualche volta persino salutare una persona che è ancora davanti a noi, perché quella che avevamo conosciuto tanti anni prima non esiste più. Come non esistiamo più noi di allora.

Eppure qualcosa resta.

Io credo che la vita sia piena di questi fili invisibili.

Persone che abbiamo amato, persone che ci hanno fatto soffrire, persone alle quali abbiamo fatto del male senza volerlo, persone che ci hanno insegnato qualcosa e magari non lo hanno mai saputo.

Tutte hanno lasciato una piccola impronta.

E forse la maturità consiste anche nello smettere di domandarsi ossessivamente: come sarebbe andata se…?

Non lo sapremo mai.

La vita non concede la moviola.

Concede però la memoria.

E la memoria, quando smette di essere rimpianto, può diventare gratitudine.

Allora capisco diversamente quel desiderio impossibile che attraversa Comuni Immortali: voler avere ancora qualcuno.

Non necessariamente possederlo.

Non necessariamente riportarlo indietro.

Ma riconoscere che c'è stato.

Che abbiamo camminato insieme per un tratto.

Che per qualche minuto, qualche anno o magari per una vita intera, due esseri umani hanno costruito un mondo che prima non esisteva.

Poi quel mondo può cambiare, dissolversi, trasformarsi.

Ma nessuno potrà dire che non sia esistito.

Oggi ascolto Achille Lauro e penso a tutte le persone che abbiamo creduto di perdere e che invece, in qualche modo, continuano ad abitare il nostro modo di guardare il mondo.

Forse l'immortalità concessa agli esseri umani è soltanto questa.

Essere stati, per qualcuno, indimenticabili.

E qualche volta basta.

 

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