SETTEMBRE, IL MESE CHE CREDE ANCORA DI ESSERE SETTIMO


SETTEMBRE, IL MESE CHE CREDE ANCORA DI ESSERE SETTIMO

Settembre viene da septem, sette.

E già qui cominciamo male.

Perché settembre è il nono mese.

Uno nasce sette e si ritrova nove senza aver fatto niente. È una di quelle carriere che in Italia destano immediatamente qualche sospetto.

La spiegazione, naturalmente, c'è. Nell'antico calendario romano l'anno cominciava a marzo, e quindi settembre era davvero il settimo mese. Poi arrivarono gennaio e febbraio, si misero davanti a tutti, e settembre scivolò al nono posto.

Ma nessuno ebbe il coraggio di cambiargli nome.

Avrebbero potuto chiamarlo Novembre.

Solo che Novembre era già occupato da novembre, il quale, peraltro, significa nove ed è diventato undici.

Insomma, il calendario è una graduatoria nella quale nessuno occupa il posto indicato dal proprio nome.

Ottobre significa otto ed è decimo.

Novembre significa nove ed è undicesimo.

Dicembre significa dieci ed è dodicesimo.

Una pubblica amministrazione perfetta: tutti hanno il numero sbagliato, ma siccome ce l'hanno da duemila anni ormai è diventato un diritto acquisito.

Eppure settembre ha conservato qualcosa della sua antica importanza.

A settembre deve succedere qualcosa.

Non si sa perché.

Ma deve succedere.

A settembre ricomincia la scuola.

A settembre ricomincia il lavoro.

A settembre comincia la dieta.

A settembre ci si iscrive in palestra.

A settembre si impara l'inglese.

A settembre si mette ordine nella propria vita.

Naturalmente il 3 settembre uno è ancora al mare, il 12 ha dimenticato la dieta e il 19 sta già pensando che, ormai, tanto vale aspettare gennaio.

Perché gennaio è il settembre degli adulti.

Quando ero ragazzo, però, settembre aveva soprattutto una parola appesa al collo:

esami.

C'erano i rimandati.

Creature mitologiche che trascorrevano l'estate con un libro aperto davanti.

Noi andavamo al mare e loro avevano latino.

Noi mangiavamo il cocomero e loro avevano matematica.

Noi sentivamo le cicale e loro sentivano la madre:

«Hai studiato?»

Era uno stillicidio.

L'estate finiva il 21 settembre per tutti, ma per il rimandato finiva praticamente il 15 giugno.

Io, grazie a Dio, questa cosa non l'ho mai vissuta.

Mai rimandato.

E lo dico senza superbia, perché ho sempre pensato che essere promossi a giugno fosse soprattutto una forma raffinata di organizzazione delle ferie.

Studiavi nove mesi per poterne avere tre senza sensi di colpa.

Un investimento.

Il rimandato, invece, viveva una situazione filosoficamente assai complessa: era in vacanza senza esserlo.

Poteva andare al mare, ma con Manzoni.

Poteva uscire la sera, ma con un'equazione che lo aspettava a casa.

Poteva innamorarsi, certo, ma possibilmente dopo aver ripassato il congiuntivo.

E poi arrivava settembre.

L'esame.

Il giudizio.

La sentenza.

Promosso.

Bocciato.

Un'intera estate portata davanti a una commissione.

Forse è rimasto da allora questo sospetto collettivo che settembre debba necessariamente esaminarci.

Passano gli anni, non c'è più la scuola, non ci sono più i professori, nessuno ci ha rimandati a niente.

E noi:

«A settembre comincio.»

Ma chi te l'ha chiesto?

«A settembre devo decidere.»

E chi ti interroga?

«A settembre devo rimettermi in forma.»

Ma perché? A luglio avevi una forma diversa?

Forse settembre è diventato il grande professore immaginario della nostra vita.

Arriva con il registro sotto il braccio e domanda:

«Allora, che cosa hai fatto quest'estate?»

E noi subito a giustificarci.

Ho pensato.

Ho riflettuto.

Da lunedì cambio tutto.

Quest'anno sarà diverso.

Settembre ascolta, prende nota e non dice niente.

Del resto, poveretto, non sa nemmeno che mese è.

Da duemila anni continua a chiamarsi Settimo e tutti gli hanno assegnato il numero Nove.

Forse è proprio per questo che mi è simpatico.

Perché settembre ci ricorda una cosa importante: puoi anche cambiare posizione, calendario, età, lavoro, abitudini e propositi.

Ma da qualche parte continuerà sempre a esserci un ragazzo convinto che a settembre debba cominciare qualcosa.

Io almeno una cosa l'ho imparata.

Non sono più a scuola.

Non sono stato rimandato.

Non c'è nessun esame di riparazione.

E se qualcosa mi piace, posso cominciarla anche il 17 novembre alle quattro e venti del pomeriggio.

Che, oltretutto, sarebbe perfettamente coerente con il calendario romano:

novembre significa nove, ma è undici.

A quel punto, fare le cose quando ci pare è il minimo.


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