Oggi ascolto Francesca Michielin "La Mia Ragazza"

 


Oggi ascolto Francesca Michielin "La Mia Ragazza"

Il desiderio non ha bisogno del nostro permesso

di Antonio Bruno

Non siamo tutti uguali. E forse il problema comincia proprio quando dimentichiamo questa evidenza semplicissima.

Prendiamo una cosa innocente come la cioccolata.

Possiamo essere in dieci a dire: «Mi piace la cioccolata». Ma quelle cinque parole non raccontano affatto la stessa esperienza. C'è chi ne mangerebbe una tavoletta intera, chi ne desidera soltanto un quadratino dopo il caffè, chi ama quella fondente e trova stucchevole quella al latte. C'è chi la associa all'infanzia, chi a una persona, chi a una domenica, chi semplicemente a un sapore.

Diciamo tutti «mi piace», ma dentro quelle parole abitano mondi differenti.

Figuriamoci quando diciamo: desidero.

È ascoltando La mia ragazza di Francesca Michielin che mi è tornato davanti questo pensiero.

La canzone, uscita il 25 settembre 2026, è firmata dalla stessa Michielin insieme a Francesco Catitti, Viviana Colombo e Antonio Caputo; Catitti, con lo pseudonimo Katoo, ne cura anche la produzione.

Racconta, partendo da un immaginario queer, qualcosa che in realtà riguarda tutti noi: l'incomprensibile pretesa degli esseri umani di stabilire quali desideri degli altri siano ammissibili.

Perché anche due ragazze alle quali piacciono le ragazze non desiderano nello stesso modo.

Una può innamorarsi lentamente. Un'altra improvvisamente. Una può desiderare un corpo. Un'altra può avere bisogno prima di una voce, di una confidenza, di una complicità. Un'altra ancora può non sapere spiegare neppure a se stessa perché, fra migliaia di persone, proprio quella persona abbia fatto accadere qualcosa.

È questo il punto.

Solo chi desidera sa — e qualche volta non sa neppure lui — come nasce il proprio desiderio.

Eppure per secoli abbiamo fatto esattamente il contrario. Abbiamo preteso di entrare nel desiderio degli altri per giudicarlo.

Abbiamo costruito categorie. Abbiamo stabilito ciò che era normale e ciò che non lo era. Abbiamo chiamato in causa la famiglia, la morale, l'educazione, la religione, le convenzioni sociali. Genitori, educatori, sacerdoti, predicatori e autorità di ogni genere hanno talvolta trasformato ciò che avevano imparato in una misura con cui giudicare la vita degli altri.

Ed è qui che La mia ragazza diventa qualcosa di più di una canzone.

Dietro Caterina c'è infatti Katherina Hetzeldorfer, processata a Spira nel 1477 per le sue relazioni con altre donne e condannata a morte per annegamento. Gli studi storici richiamati dalle ricostruzioni contemporanee precisano una cosa importante: negli atti il reato non aveva una denominazione equivalente alle nostre categorie moderne e il processo non fu un processo per stregoneria.

Quasi cinquecentocinquant'anni fa una comunità non si limitò a non comprendere il desiderio di una donna.

Pretese di impedirglielo.

E quando una società arriva a questo punto accade qualcosa di terribile: il desiderio privato di una persona diventa affare pubblico. Gli altri si arrogano il diritto di dire: questo puoi desiderarlo, questo no.

Ma chi può entrare nella testa e nel corpo di un altro essere umano e sapere cosa prova?

Io posso parlare soltanto per me.

A me, per esempio, interessa stare con una donna quando si è creato un rapporto emotivo. Ho bisogno di tempo. Ho bisogno di conoscere, parlare, ascoltare, sentire nascere una vicinanza.

Il rapporto occasionale, la cosiddetta «botta e via», semplicemente non appartiene al mio desiderio.

Non dico che sia sbagliato.

Dico una cosa molto diversa: non è il mio.

Ed è una differenza enorme.

Perché riconoscere il proprio desiderio non significa trasformarlo in una legge universale.

E c'è un'altra cosa che ho imparato: nemmeno il legame emotivo è una garanzia eterna. Può nascere, crescere, diventare intensissimo e poi dissolversi. Può evaporare quasi senza che ce ne accorgiamo.

Il desiderio non firma contratti.

Forse è proprio questo che ci spaventa.

Vorremmo che fosse ordinato, prevedibile, classificabile. Vorremmo mettere un'etichetta sulle persone e pensare di averle finalmente comprese.

Ma una persona è sempre più grande della parola con cui tentiamo di definirla.

E poi arriva la musica

Francesca Michielin compie qui una scelta interessante: non mette una vicenda del 1477 dentro una musica funebre.

Fa quasi il contrario.

La mia ragazza si muove fra pop-rock e alt-rock, con sonorità anni Ottanta e soprattutto con un riff di chitarra dichiaratamente ispirato alle atmosfere dei The Cure.

Ed è proprio questo contrasto a colpirmi.

C'è una storia tragica, ma la musica si muove.

Corre.

Non sembra voler costruire un monumento a Caterina. Sembra volerle restituire quello che le era stato tolto: la vita.

Il ritmo porta il racconto fuori dal museo della memoria. Caterina non rimane una figura del Quattrocento da osservare dietro una teca. Diventa una ragazza che cammina accanto a noi.

La chitarra, con quell'ombra anni Ottanta, crea una tensione curiosa: c'è qualcosa di scuro, ma contemporaneamente vitale. Ed è coerente con l'idea centrale della canzone, che parte da una vicenda queer e allarga progressivamente lo sguardo alla sorellanza, alla possibilità che ciò che accade a una ragazza riguardi, in qualche modo, tutte le altre.

Ed ecco perché, mentre ascolto Francesca Michielin, penso che forse abbiamo posto per secoli la domanda sbagliata.

Abbiamo chiesto:

«È legittimo questo desiderio?»

Forse dovremmo porcene un'altra:

«Perché mai dovrebbe essere un altro essere umano a decidere cosa posso desiderare io?»

Naturalmente la libertà del desiderio non significa libertà di fare qualsiasi cosa: l'azione incontra necessariamente il consenso, la libertà e i diritti dell'altra persona.

Ma il desiderio, quello che accade dentro di noi, appartiene alla nostra esperienza.

Io desidero a modo mio.

Una ragazza desidera un'altra ragazza a modo suo.

Un'altra persona amerà diversamente da entrambi.

Persino due persone che pronunciano nello stesso momento le parole «ti amo» stanno vivendo due esperienze irripetibili.

Come con la cioccolata.

Soltanto infinitamente più importante.

Forse la civiltà comincia proprio quando smettiamo di pretendere di capire il desiderio dell'altro prima di rispettarlo.

Katherina Hetzeldorfer fu annegata nel 1477.

Una canzone, cinquecentoquarantanove anni dopo, la fa tornare a galla.

E questa volta Caterina non deve chiedere a nessuno il permesso di amare.

E per oggi è tutto.

 

 

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