Il capitalismo non sa dove andare. Siamo noi a far emergere la strada
Il capitalismo non sa dove andare. Siamo noi a far emergere
la strada
Il discorso
di Massimo Cacciari contiene una tesi interessante — “non assenza di fini,
ma pluralità di fini” — ma, osservato attraverso Maturana, Bateson e von
Foerster, presenta un problema epistemologico preliminare: parla del capitalismo
come se fosse un soggetto, dotato o privo di intenzioni, mentre tutti e tre
ci inviterebbero a spostare l'attenzione dal sistema come cosa al sistema
come rete di relazioni e operazioni.
1. Maturana: il capitalismo non può avere un fine,
perché non è un essere vivente
Per Humberto
Maturana il primo passaggio sarebbe probabilmente chiedere:
«Come
facciamo ciò che chiamiamo capitalismo?»
È una
domanda radicalmente diversa da: «Qual è il fine del capitalismo?».
Quando
Cacciari dice che «il capitalismo non ha un fine», attribuisce implicitamente
al capitalismo una proprietà che appartiene al dominio delle descrizioni
dell'osservatore. Il capitalismo non è un organismo che desidera, decide o
progetta. Siamo noi osservatori a distinguere una certa configurazione
ricorrente di comportamenti, istituzioni, denaro, produzione, proprietà,
consumo e relazioni, e a chiamarla “capitalismo”.
Anche la
replica contenuta nel testo — «il fine emerge dalle scelte di tutti» — rimane
però problematica dal punto di vista maturaniano. Non esiste necessariamente
un'entità superiore chiamata “mercato” che raccolga le intenzioni individuali e
le trasformi in un'intenzione collettiva.
Ci sono
piuttosto coordinazioni ricorsive di condotte.
Compro
qualcosa; qualcuno osserva la domanda; investe; un'impresa modifica la
produzione; cambiano i prezzi; io modifico nuovamente il mio comportamento;
altri osservano me e gli altri. Da queste ricorsioni emerge un dominio
relativamente stabile che chiamiamo mercato.
Il punto
diventa quindi:
non «dove
vuole andare il capitalismo?», ma «quale mondo facciamo emergere continuando
a fare ciò che facciamo?»
Ed è qui che
entra l'etica maturaniana. Se una determinata coordinazione produce esclusione,
distruzione ambientale o sofferenza, non possiamo rispondere semplicemente: «è
stato il mercato».
Per
Maturana, siamo nuovamente davanti alla nostra responsabilità di osservatori e
partecipanti.
2. Bateson: il problema non è il fine, ma la struttura
delle relazioni
Gregory
Bateson sposterebbe ancora la domanda.
Non
chiederebbe soltanto:
«Qual è lo
scopo?»
ma qualcosa
di più inquietante:
«Qual è lo
scopo dello scopo?»
Se l'impresa
massimizza il profitto, a che cosa serve massimizzare il profitto?
Per
crescere.
Perché
crescere?
Per
competere.
Perché
competere?
Per
sopravvivere.
E una volta
sopravvissuta?
Continuare a
crescere.
Compare una struttura
ricorsiva.
Ed è proprio
qui che la frase di Cacciari acquista una profondità diversa. Il problema
potrebbe non essere che il capitalismo sia senza scopo, ma che alcuni
dei suoi circuiti abbiano scopi intermedi continuamente autoriprodotti.
Bateson
diffidava profondamente della conscious purpose, la finalità cosciente
separata dal sistema ecologico complessivo. Se considero soltanto:
azienda →
profitto
elimino
dalla mia descrizione una quantità enorme di relazioni:
azienda →
lavoratori → famiglie → territorio → ecosistema → risorse → consumatori →
azienda.
Il confine
dell'unità pertinente cambia completamente.
Per Bateson
l'errore epistemologico fondamentale consiste proprio nel tagliare il
circuito nel punto che ci conviene.
L'impresa
può contabilizzare come successo un aumento della produzione mentre
l'ecosistema registra perdita di biodiversità, il territorio consumo di suolo e
una famiglia peggioramento della qualità della vita.
Non perché
qualcuno necessariamente «sbagli», ma perché ciascuno sta osservando una
porzione diversa del circuito.
Qui Bateson
porrebbe una domanda decisiva alla tesi della «pluralità dei fini»:
che cosa
accade quando milioni di finalità locali producono conseguenze sistemiche che
nessuno dei singoli attori desiderava?
Questo è il
punto debole dell'idea secondo cui il risultato delle scelte individuali possa
essere identificato semplicemente con «le scelte di tutti».
L'emergenza
non equivale a intenzione collettiva.
3. Von Foerster: chi sta dicendo che il capitalismo
non ha un fine?
Con Heinz
von Foerster avviene un ulteriore spostamento.
Prima ancora
di discutere se Cacciari abbia ragione, domanderebbe:
chi osserva?
La
proposizione:
«Il
capitalismo non ha un fine»
non descrive
semplicemente una realtà esterna.
È una
proposizione pronunciata da un osservatore che distingue qualcosa
chiamandolo capitalismo e successivamente gli attribuisce la proprietà “non
avere un fine”.
Ma lo stesso
vale per la replica:
«Il
capitalismo possiede una pluralità di fini emergenti.»
Anche questa
non è la fotografia neutrale della realtà. È un'altra descrizione prodotta da
un osservatore.
Qui entra la
cibernetica di secondo ordine: l'osservatore deve essere incluso nel
sistema osservato.
Perciò
diventano interessanti domande come:
Come
costruisce Cacciari il capitalismo che descrive?
e:
Come
costruisce l'autore della replica il capitalismo che descrive?
Il primo
vede soprattutto espansione, strumentalizzazione e assenza di finalità
collettiva.
Il secondo
vede decentralizzazione, adattamento ed emergenza.
Potrebbero
osservare le stesse operazioni costruendo due oggetti epistemologicamente
differenti.
4. La distinzione fondamentale: emergenza ≠ volontà
Questo, a
mio avviso, è il nodo più importante dell'intero testo.
Prendiamo
mille automobilisti che scelgono autonomamente il percorso più conveniente.
Nessuno
vuole creare un ingorgo.
Eppure
l'ingorgo emerge.
Sarebbe
scorretto dire:
«L'ingorgo è
il risultato delle scelte di tutti, quindi tutti hanno scelto l'ingorgo.»
No.
Tutti hanno
scelto localmente. L'ingorgo è emerso sistemicamente.
La stessa
distinzione deve essere applicata ai mercati.
Milioni di
decisioni individuali possono produrre inflazione, concentrazioni industriali,
innovazioni tecnologiche, disoccupazione, aumento dei consumi, crisi
finanziarie o trasformazioni ambientali senza che nessuno abbia scelto intenzionalmente
il risultato complessivo.
Per questo
la frase:
«Il fine
emerge dalle scelte di milioni di individui»
andrebbe
resa epistemologicamente più rigorosa:
Dalle
interazioni fra milioni di scelte individuali emergono configurazioni
sistemiche che non coincidono necessariamente con il fine di nessuno dei
partecipanti.
È una
differenza enorme.
5. Fenomenologicamente: dov'è il capitalismo?
A questo
punto possiamo fare un piccolo esperimento.
Questa
mattina proviamo a cercare il capitalismo.
Dov'è?
Nel supermercato?
No: troviamo persone, scaffali, merci, prezzi.
Nella banca?
Troviamo persone, computer, contratti, numeri.
Nella Borsa?
Troviamo transazioni.
Nell'impresa?
Persone, macchine, decisioni, norme, aspettative.
Nel
consumatore? Desideri, possibilità economiche, abitudini.
Il
capitalismo non compare mai come oggetto dell'esperienza.
Compaiono
relazioni e comportamenti che un osservatore connette attraverso una
distinzione e denomina capitalismo.
Questa è
precisamente la svolta fenomenologica che avvicina, pur nelle enormi differenze
teoriche, i tre autori: smettere per un momento di interrogare la presunta
essenza dell'oggetto e osservare come produciamo l'esperienza e la
descrizione di quell'oggetto.
Cacciari, quindi, può essere riformulato
Invece di
domandare:
«Il
capitalismo ha o non ha un fine?»
Maturana,
Bateson e von Foerster consentono di costruire una sequenza molto più potente:
Mi accorgo che sto parlando di qualcosa
chiamato capitalismo.
Che cosa
distinguo quando
pronuncio questa parola?
Che cosa sto
facendo mentre lo
descrivo?
Quali
relazioni sto includendo e quali sto escludendo?
Quale scopo
vedo?
Qual è lo
scopo di quello scopo?
Quali
conseguenze sistemiche emergono dalle finalità locali?
Quale mondo
contribuisco a far emergere continuando queste coordinazioni?
E infine la
domanda etica:
Che cosa
desidero conservare?
Qui
arriviamo a un punto che trovo particolarmente interessante rispetto al tuo
metodo del mi accorgo.
Non occorre
decidere metafisicamente se «il capitalismo è buono» oppure «il
capitalismo è cattivo».
La domanda
diventa molto più concreta:
Mi accorgo
del mondo che emerge dal mio modo di vivere. Di questo mondo, che cosa desidero
conservare e che cosa non desidero continuare a produrre attraverso il mio
fare?
Ed ecco la
convergenza dei tre.
Maturana: quale mondo fai emergere attraverso
le tue coordinazioni?
Bateson: quali circuiti di relazioni e
conseguenze non stai vedendo?
Von
Foerster: tu,
osservatore, sei dentro ciò che descrivi; quali possibilità apre o chiude la
tua descrizione?
La frase
iniziale, allora, potrebbe trasformarsi completamente:
Il
capitalismo non ha un fine perché “il capitalismo” non è qualcuno. Esistono
esseri umani che perseguono fini dentro reti ricorsive di relazioni. Da quelle
interazioni emergono conseguenze che nessuno ha necessariamente scelto. La
questione etica comincia quando ci accorgiamo di essere partecipanti del mondo
che stiamo facendo emergere.
Questa
formulazione supera, a mio giudizio, sia «il capitalismo non ha un fine»
sia «il capitalismo ha i fini di tutti»: entrambe reificano, in modo
diverso, qualcosa che Maturana, Bateson e von Foerster ci insegnerebbero
anzitutto a osservare mentre lo stiamo costruendo come spiegazione.
Cacciari: “Il capitalismo non ha un fine”
Per Massimo Cacciari il capitalismo non è solo un sistema economico, ma una
visione del mondo. La sua forza è evidente: cresce, innova, supera limiti
apparentemente invalicabili. Ma proprio qui, secondo il filosofo, emerge il
problema.
Il capitalismo non si pone un fine ultimo. Non esiste un obiettivo
collettivo che ne orienti lo sviluppo. La produzione di ricchezza procede senza
un “perché” condiviso. Riprendendo intuizioni di Karl Marx e Max Weber,
Cacciari descrive un sistema che trasforma tutto — natura, lavoro, relazioni —
in funzione dell’utilità e dello scambio.
Ma ciò che Cacciari vede come limite può essere letto come il vero punto di
forza del capitalismo.
Il sistema non ha un fine unico perché non ha un decisore unico. Non esiste
un’autorità centrale che stabilisce cosa produrre o quale sia il “bene comune”.
Il fine emerge invece dalle scelte di milioni di individui.
Ogni giorno:
- i consumatori decidono cosa ha valore
- le imprese decidono cosa produrre
- gli investitori decidono dove allocare risorse
Il risultato è un ordine che non è imposto dall’alto, ma emerge dal basso.
Non è assenza di fini, ma pluralità di fini. Diversi, spesso in conflitto,
in continua evoluzione. Ed è proprio questa decentralizzazione che rende il
capitalismo adattivo e dinamico.
Il punto allora non è che il capitalismo “non sa dove andare”, ma che non
esiste un’unica direzione da imporre. Il fine non è stabilito da qualcuno: è il
risultato delle scelte di tutti.
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