leggendo “Per una civiltà della terra. La sfida di un nuovo umanesimo nel tempo della complessità” di Mauro Ceruti (Autore), Francesco Bellusci (Autore)

 


leggendo “Per una civiltà della terra. La sfida di un nuovo umanesimo nel tempo della complessità”

di Mauro Ceruti (Autore), Francesco Bellusci (Autore)

Il mondo non è già fatto: lo facciamo conversando

 


Conversazione con Antonio Bruno

Antonio Bruno:
Leggendo ciò che scrivete mi sono fermato su un’espressione: “Grande Essere”. Dite che l’umanità, attraverso interconnessioni economiche, politiche, commerciali e culturali, sta formando qualcosa di nuovo su scala planetaria.

Mi affascina, ma mi viene immediatamente una domanda: questo Grande Essere esiste, oppure siamo noi che lo distinguiamo?

Mauro Ceruti:
La domanda è importante. Non stiamo parlando di un organismo planetario nel senso biologico letterale. Stiamo osservando che l’interdipendenza dell’umanità ha raggiunto un grado tale che ciò che accade in un punto del pianeta può produrre conseguenze lontanissime.

Le crisi ecologiche, sanitarie, economiche e geopolitiche mostrano questa interdipendenza.

Antonio Bruno:
E allora mi viene in mente Humberto Maturana. Io non posso parlare del mondo dimenticando che sono io l’osservatore che lo distingue.

Quando dico “umanità”, “crisi”, “Terra”, “Grande Essere”, sto compiendo operazioni di distinzione.

Non sto semplicemente fotografando qualcosa che esiste indipendentemente da me.

Francesco Bellusci:
Questo non significa, però, che tutto diventi arbitrario.

Antonio Bruno:
Assolutamente no.

Significa assumersi una responsabilità ancora maggiore.

Perché se penso che il mondo sia già fatto, posso sempre dire: le cose stanno così.

Se invece mi accorgo che partecipo, attraverso ciò che faccio e ciò che dico, al mondo che emerge, la domanda cambia.

Non chiedo più soltanto:

“Che cosa sta succedendo?”

Mi domando:

“Come faccio quello che faccio mentre descrivo ciò che sta succedendo?”

E poi:

“Quale mondo faccio emergere facendo ciò che faccio?”

Ceruti:
È precisamente qui che la complessità diventa anche una questione etica. Non possiamo più immaginare di essere osservatori esterni dei processi che descriviamo.

Siamo dentro il sistema.

Antonio Bruno:
Ed ecco von Foerster.

L’osservatore entra nell’osservazione.

Non c'è più qualcuno che guarda il mondo dall'esterno e ci dice definitivamente come è fatto.

Questo per me cambia anche il significato della politica.

Bellusci:
In che modo?

Antonio Bruno:
Perché quando qualcuno dice: “Io conosco la soluzione”, incomincio a preoccuparmi.

Non perché necessariamente abbia torto.

Ma perché vorrei domandargli:

Da quale mondo stai parlando?

Quali distinzioni stai facendo?

Che cosa stai conservando mentre proponi quel cambiamento?

E quale mondo nascerà se noi cominceremo a coordinarci secondo quelle distinzioni?

Ceruti:
La politica della complessità dovrebbe effettivamente abbandonare l'illusione del controllo assoluto.

Viviamo sistemi nei quali le conseguenze delle nostre azioni non sono completamente prevedibili.

Antonio Bruno:
E qui arriva un altro punto che mi interessa moltissimo.

L'essere umano non è una macchina banale.

Non posso dire: introduco A e necessariamente otterrò B.

Una persona ha una storia.

Ciò che farà dipenderà anche dalle trasformazioni che ha attraversato.

E allora una società composta da esseri umani non può essere governata come una macchina alla quale impartire istruzioni.

Bellusci:
Questo rende ancora più importante la fiducia.

Antonio Bruno:
Esatto.

Ed è interessante che voi inseriate fra le “forze vive della complessità” amore, fraternità, solidarietà, fiducia e intelligenza cosciente.

Io proverei però a fare un passo ulteriore.

Non vorrei trasformare neppure queste parole in comandamenti.

Ceruti:
Cosa intendi?

Antonio Bruno:
Se dico all'umanità: “Dovete essere fraterni”, rischio di costruire proprio ciò che vorrei evitare.

Posso arrivare persino a imporre la fraternità.

E una fraternità imposta smette di essere fraternità.

Bellusci:
Quindi quale sarebbe l'alternativa?

Antonio Bruno:
Creare le condizioni relazionali nelle quali possa emergere.

Maturana direbbe che l'amore non è innanzitutto un sentimento romantico. È il dominio delle condotte nelle quali l'altro emerge come legittimo altro nella convivenza.

Questa formulazione per me è potentissima.

Perché allora la “civiltà della Terra” non deve necessariamente cominciare da un governo planetario, da una dichiarazione solenne o da un nuovo sistema filosofico.

Può cominciare da una conversazione.

Ceruti:
Una conversazione capace di trasformare coloro che vi partecipano.

Antonio Bruno:
Proprio così.

Io uso un'immagine che mi piace molto: la danza.

Quando due persone conversano veramente, nessuna delle due rimane esattamente quella che era prima.

Una dice qualcosa.

L'altra ascolta.

Risponde.

La prima ascolta quella risposta e viene a sua volta modificata.

Continuando, nasce una coordinazione ricorsiva.

Ed emerge qualcosa che prima non apparteneva completamente né all'una né all'altra.

Io questo lo chiamo Mondo.

Bellusci:
Un mondo che emerge dalla relazione.

Antonio Bruno:
Sì.

Un Mondo che danza.

E allora la vostra espressione “comunità di destino” acquista per me un significato particolare.

Non siamo semplicemente otto miliardi di individui costretti a stare sullo stesso pianeta.

Siamo esseri che continuamente producono mondi gli uni con gli altri.

Anche quando litighiamo.

Anche quando ci combattiamo.

Anche la guerra è una coordinazione di comportamenti.

Terribile, ma pur sempre una coordinazione.

Ceruti:
E proprio per questo occorre modificare le condizioni che rendono possibili certe dinamiche.

Antonio Bruno:
Esatto.

Ed è qui che per me diventa fondamentale una domanda:

che cosa conserviamo mentre cambiamo?

Perché ogni trasformazione avviene conservando qualcosa.

Possiamo cambiare governi conservando la logica del potere.

Cambiare tecnologie conservando lo sfruttamento.

Cambiare parole conservando la sfiducia.

Cambiare istituzioni conservando la competizione.

Persino parlare continuamente di pace conservando la distinzione amico-nemico.

Bellusci:
Quindi il cambiamento autentico non coincide necessariamente con la novità.

Antonio Bruno:
Esattamente.

Bisogna guardare ciò che rimane invariato.

Io posso proclamare una rivoluzione e conservare esattamente la configurazione relazionale precedente.

Oppure posso apparentemente non fare nulla di straordinario e modificare profondamente il mondo nel momento in cui riconosco l'altro come legittimo.

Ceruti:
Questo si collega alla nostra idea di un salto di civiltà.

Antonio Bruno:
Ma io sostituirei, almeno per me stesso, una parola.

Voi scrivete che i nuovi tempi “esigono” un radicale salto culturale.

Io oggi sono molto sensibile al verbo dovere.

Mi chiederei:

chi esige?

Ceruti:
La necessità deriva dalle condizioni di sopravvivenza dell'umanità.

Antonio Bruno:
Capisco perfettamente.

Ma proverei a formularla diversamente.

Non direi:

“Dobbiamo costruire una civiltà della Terra.”

Direi:

“Possiamo costruire una civiltà della Terra.”

E poi aggiungerei:

“Desideriamo farlo?”

Per me cambia tutto.

Bellusci:
Perché introduci la scelta.

Antonio Bruno:
E la responsabilità.

Se devo farlo, posso sempre dire che qualcuno o qualcosa mi costringe.

Se invece riconosco che posso farlo e scelgo di farlo perché desidero il mondo che emerge da quella scelta, allora ne divento responsabile.

Non obbedisco al futuro.

Partecipo alla sua generazione.

Ceruti:
In questo senso il possibile e il necessario entrano in una relazione nuova.

Antonio Bruno:
Sì. E forse persino la crisi cambia significato.

Normalmente vediamo la crisi come qualcosa da eliminare.

Ma la crisi rende visibile l'organizzazione che prima non vedevamo.

La pandemia ha mostrato interdipendenze che esistevano già.

La crisi climatica mostra che l'atmosfera non conosce frontiere politiche.

Le guerre mostrano che ciò che immaginiamo locale può propagarsi attraverso reti economiche, energetiche, alimentari, comunicative.

Il rischio ci rivela la relazione.

Bellusci:
Ed è proprio questa consapevolezza che può generare una nuova fraternità.

Antonio Bruno:
Può.

Mi piace lasciare quel può.

Perché nulla garantisce che accada.

Possiamo rispondere alla paura costruendo muri.

Possiamo rispondere costruendo relazioni.

Possiamo cercare qualcuno da comandare.

Possiamo conversare.

Possiamo distruggere.

Possiamo prenderci cura.

Non conosco in anticipo ciò che faremo.

Ed è forse proprio questa imprevedibilità a rendere possibile la libertà.

Ceruti:
E quindi anche la speranza.

Antonio Bruno:
Forse sì.

Ma una speranza senza profezia.

Non so quale mondo verrà.

Posso soltanto accorgermi del mondo che contribuisco a far emergere adesso.

E allora la civiltà della Terra, improvvisamente, non mi appare più come qualcosa che un giorno qualcuno dovrà costruire.

Potrebbe essere già qui.

Ogni volta che due esseri umani si incontrano senza pretendere che uno debba diventare come l'altro.

Ogni volta che conversano riconoscendosi reciprocamente legittimi.

Ogni volta che riescono a trasformarsi insieme senza annullarsi.

Forse il “Grande Essere” di cui parlate non è un gigantesco organismo che sta nascendo sopra le nostre teste.

Forse accade continuamente tra noi.

Bellusci:
Nelle relazioni.

Antonio Bruno:
Nelle relazioni.

Ed è per questo che torno sempre alla stessa domanda.

Non:

“Come dovrebbe essere il mondo?”

Ma:

“Quale mondo faccio emergere mentre faccio ciò che faccio?”

Poi guardo.

Mi accorgo.

E scelgo se è proprio quello il mondo nel quale desidero continuare a vivere.

Forse una civiltà della Terra può cominciare esattamente da qui.

 

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