CONVERSAZIONE CON ANTONIO BRUNO Abitare la complessità senza volerla dominare

 


CONVERSAZIONE CON ANTONIO BRUNO Abitare la complessità senza volerla dominare

Interlocutore: Antonio, il testo parte da un’affermazione apparentemente semplice: viviamo in un mondo complesso. Ma cosa significa davvero?

Antonio Bruno: Significa innanzitutto smettere di immaginare il mondo come un insieme di pezzi separati. Io faccio una cosa qui, tu ne fai un’altra lì, qualcuno decide altrove e pensiamo che ciascuna azione possa essere circoscritta. Invece no. Tutto entra in relazione con tutto.

Interlocutore: Quindi complessità significa connessione?

Antonio Bruno: Anche. Ma non soltanto. Perché, se fosse soltanto connessione, basterebbe conoscere tutte le connessioni e avremmo risolto il problema. La questione interessante è un’altra: quando gli elementi entrano in relazione, accadono cose che non possiamo prevedere completamente.

Io agisco con una certa intenzione, ma ciò che accade dopo non dipende più soltanto da me.

Interlocutore: È quella che Edgar Morin chiama “ecologia dell’azione”.

Antonio Bruno: Esattamente. Una volta compiuta, l’azione entra in una rete di interazioni e può produrre conseguenze persino opposte alle intenzioni iniziali.

Ed è una cosa che possiamo osservare nella vita quotidiana. Dici una parola per rassicurare qualcuno e quello si inquieta. Prendi una decisione per risolvere un problema e ne generi altri tre. Costruisci una tecnologia per avvicinare le persone e scopri che quella stessa tecnologia può produrre nuove forme di solitudine.

Interlocutore: Allora dovremmo rinunciare ad agire?

Antonio Bruno: Al contrario. Dovremmo rinunciare alla pretesa di controllare completamente ciò che accadrà.

Mi sembra una differenza enorme.

Interlocutore: Perché?

Antonio Bruno: Perché una cosa è dire: “Devo prevedere tutto affinché ciò che faccio produca esattamente il risultato che desidero”.

Un’altra è dire: “Faccio ciò che scelgo di fare nelle condizioni presenti, osservo ciò che accade e, se necessario, modifico la mia azione”.

Nel primo caso voglio dominare il futuro.

Nel secondo vivo nel presente.

Interlocutore: E qui la riflessione sulla complessità diventa quasi autobiografica.

Antonio Bruno: Inevitabilmente. Perché io posso parlare dell’umanità, dell’Antropocene, della crisi ecologica, delle guerre, della globalizzazione. Ma mentre ne parlo ci sono anch’io.

Non sono un osservatore collocato fuori dal mondo che descrivo.

Sono dentro quel mondo.

Anzi, contribuisco a farlo emergere mentre vivo.

Interlocutore: Una formulazione molto vicina a Maturana.

Antonio Bruno: Certo. Ed è proprio qui che per me la questione diventa interessante.

Se il mondo che conosco emerge anche attraverso le distinzioni che compio, allora devo domandarmi: come faccio quello che faccio?

Quando vedo disordine, come costruisco quel disordine nella mia esperienza?

Quando vedo una minaccia, che cosa sto distinguendo?

Quando pretendo di mettere ordine, che cosa desidero conservare?

Interlocutore: Il testo descrive un paradosso planetario: il mondo diventa contemporaneamente più unito e più frammentato.

Antonio Bruno: Ed è straordinario.

Mai come oggi siamo collegati e, nello stesso tempo, possiamo sentirci separati.

Le merci attraversano il pianeta. Le informazioni attraversano il pianeta. I capitali attraversano il pianeta. Le immagini attraversano il pianeta in pochi secondi.

Eppure crescono muri, identità contrapposte, paure, marginalità.

Quindi dobbiamo liberarci dall’idea lineare secondo cui maggiore connessione significhi automaticamente maggiore convivenza.

Non è così.

Interlocutore: E nemmeno maggiore conoscenza significa necessariamente maggiore saggezza.

Antonio Bruno: Esatto.

Possiamo avere una potenza tecnica gigantesca e continuare a comportarci secondo modalità relazionali antichissime: dominio, paura, sopraffazione, appartenenza contrapposta.

Ed ecco il paradosso: diventiamo potentissimi nel fare e rimaniamo fragilissimi nel convivere.

Interlocutore: Da qui nasce l’idea di una “civiltà della Terra”.

Antonio Bruno: Che io trovo interessante purché non diventi l’ennesimo progetto di qualcuno che pretende di dire agli altri come devono vivere.

Perché altrimenti avremmo un magnifico paradosso: costruire una civiltà planetaria della convivenza imponendola.

Interlocutore: E allora come potrebbe nascere?

Antonio Bruno: Nelle relazioni.

Non vedo altro luogo.

Possiamo scrivere costituzioni planetarie, trattati, programmi, dichiarazioni. Sono strumenti importanti. Ma alla fine la convivenza accade soltanto quando due esseri umani si incontrano e ciascuno riconosce l’altro come legittimo nella relazione.

Qui sento fortemente Maturana.

Interlocutore: Nel testo vengono chiamate “forze vive” la solidarietà, la fraternità, l’amore, la fiducia e l’intelligenza cosciente.

Antonio Bruno: E questa espressione mi piace perché sposta la questione.

Normalmente, quando parliamo di società, pensiamo alle forze economiche, militari, tecnologiche, demografiche.

Qui invece si dice: attenzione, una società altamente complessa può conservarsi soltanto se crescono anche le relazioni che consentono alle differenze di convivere.

Più libertà significa più possibilità.

Ma più possibilità significa anche maggiore imprevedibilità.

Interlocutore: E davanti all’imprevedibilità nasce la tentazione del controllo.

Antonio Bruno: Ecco il punto!

Quando aumenta l’incertezza, qualcuno dice: allora bisogna controllare di più.

Ridurre le differenze.

Stabilire chi ha ragione.

Costringere.

Uniformare.

Ma facendo questo magari conserviamo l’ordine e distruggiamo proprio la complessità che volevamo governare.

Interlocutore: Giorgio Parisi viene citato nel testo con un’idea molto efficace: un sistema complesso è un sistema capace di fare molte cose diverse.

Antonio Bruno: Questa definizione è bellissima proprio per la sua semplicità.

Se elimino tutte le possibilità tranne una, ottengo certamente qualcosa di più prevedibile.

Ma ho impoverito il sistema.

Pensiamo a un bosco.

Pensiamo a un terreno agricolo.

Pensiamo a una società.

Pensiamo perfino a una persona.

Se io stabilisco che quella persona deve comportarsi sempre nello stesso modo, diventa più prevedibile. Ma quanta parte della sua possibilità di vivere ho cancellato?

Interlocutore: Quindi la libertà produce inevitabilmente incertezza.

Antonio Bruno: Direi che libertà e prevedibilità totale sono incompatibili.

E qui torna von Foerster.

Se considero l’essere umano una macchina banale, pretendo che allo stesso input corrisponda sempre lo stesso output.

Se invece lo considero un sistema non banale, devo accettare che la sua risposta dipenda dalla sua storia, dal suo stato presente, dalle relazioni nelle quali è immerso.

E quindi può sorprendermi.

Interlocutore: Ma questo non rende impossibile vivere insieme?

Antonio Bruno: No.

Rende impossibile vivere insieme pretendendo di conoscere anticipatamente tutto ciò che farà l’altro.

È diverso.

Posso fidarmi di te senza controllarti.

Anzi, forse la fiducia comincia esattamente dove finisce la possibilità del controllo.

Interlocutore: Questa potrebbe essere una delle “forze vive”.

Antonio Bruno: Certamente.

Se sapessi con assoluta certezza che farai quello che desidero, non avrei bisogno di fidarmi di te.

Ti controllerei.

La fiducia esiste proprio perché non conosco completamente ciò che farai.

Interlocutore: Lo stesso potrebbe valere per la speranza.

Antonio Bruno: Sì.

La speranza non è la certezza che domani accadrà ciò che desidero.

Se lo sapessi, non sarebbe speranza.

La speranza abita l’incertezza.

Ed è per questo che trovo molto bella l’idea contenuta nel testo: integrare l’incertezza nella speranza.

Non eliminare l’incertezza.

Abitarla.

Interlocutore: Ma l’incertezza genera anche inquietudine.

Antonio Bruno: Certamente.

E qui si apre una biforcazione.

Quando sono inquieto posso cercare qualcuno che mi prometta di eliminare l’incertezza.

Posso desiderare l’uomo forte, la soluzione definitiva, il confine netto, il colpevole, il capro espiatorio.

Oppure posso osservare la mia inquietudine.

Interlocutore: “Mi accorgo”.

Antonio Bruno: Esatto.

Mi accorgo.

Che cosa percepisco?

Che cosa sto facendo?

Quale storia del passato sto ricostruendo?

Quale futuro sto immaginando?

Che cosa desidero conservare facendo quello che faccio?

E infine: scelgo.

Vedi come una riflessione sulla civiltà planetaria ritorna improvvisamente alla singola persona?

Interlocutore: Quindi la “civiltà della Terra” comincerebbe da “mi accorgo”?

Antonio Bruno: Potrebbe sembrare una provocazione, ma sì.

Perché “l’umanità” non è un individuo che domani mattina si sveglia e decide di cambiare comportamento.

Esistono miliardi di esseri umani che entrano continuamente in relazione.

La civiltà emerge da quelle relazioni.

Interlocutore: Questo cambia anche il concetto di responsabilità.

Antonio Bruno: Radicalmente.

Responsabilità non significa: “Devo controllare tutto perché tutto dipende da me”.

Quella sarebbe onnipotenza.

Responsabilità può significare qualcosa di molto più concreto: mi accorgo della mia partecipazione a ciò che accade.

Non controllo il mondo.

Ma partecipo al mondo che emerge insieme agli altri.

Interlocutore: E allora quale sarebbe la domanda fondamentale?

Antonio Bruno: Forse questa:

Quale mondo faccio emergere mentre faccio ciò che faccio?

Se parlo con te, nasce un mondo.

Se ti considero un nemico, nasce un certo mondo.

Se ti considero incapace, ne nasce un altro.

Se penso di doverti correggere, nasce ancora un altro mondo.

Se riconosco la tua legittimità pur non condividendo quello che dici, ecco che appare un’altra possibilità.

Interlocutore: E su scala planetaria?

Antonio Bruno: Accade la stessa cosa, con una complessità immensamente maggiore.

Non dobbiamo immaginare la civiltà della Terra come qualcosa che arriverà alla fine di un percorso.

Forse essa esiste ogni volta che generiamo relazioni nelle quali possiamo convivere senza doverci rendere identici.

Interlocutore: Solidarietà, fraternità, amore, fiducia.

Antonio Bruno: Sì. Ma toglierei a queste parole ogni retorica.

Non sono buoni sentimenti da mettere nei discorsi.

Sono condizioni operative della convivenza in sistemi altamente complessi.

Più aumenta la diversità, più abbiamo bisogno di relazioni capaci di conservarla senza trasformarla in disintegrazione.

Interlocutore: Allora la fraternità diventerebbe quasi una proprietà sistemica.

Antonio Bruno: Proprio così.

E qui biologia, epistemologia ed etica cominciano stranamente a parlarsi.

Un sistema vivente conserva la propria organizzazione mentre cambia continuamente struttura.

Forse anche una società deve riuscire a cambiare senza distruggere le relazioni che rendono possibile la convivenza.

Interlocutore: Ma possiamo sapere se riusciremo a farlo?

Antonio Bruno: No.

Ed è forse questa la cosa più importante.

Non lo sappiamo.

Interlocutore: Non è una conclusione pessimistica?

Antonio Bruno: Per niente.

Dire “non lo so” significa lasciare aperto il possibile.

Se il futuro fosse già scritto, non avremmo alcuna libertà.

L’incertezza che ci spaventa è anche lo spazio nel quale possiamo scegliere.

Interlocutore: Quindi la complessità non è il problema da risolvere.

Antonio Bruno: È la condizione da abitare.

E forse abbiamo trascorso troppo tempo cercando di semplificare il mondo affinché corrispondesse alle nostre categorie.

Adesso potremmo provare qualcosa di diverso.

Interlocutore: Cosa?

Antonio Bruno: Accorgerci.

Osservare.

Conversare.

Agire.

Vedere cosa accade.

E, quando ciò che accade non corrisponde a ciò che desideravamo, non considerarlo necessariamente un fallimento.

Possiamo modificare il nostro fare.

Interlocutore: Una civiltà senza progetto definitivo?

Antonio Bruno: Una civiltà che si genera mentre vive.

Come un organismo.

Come una conversazione.

Come questa.

Io non sapevo esattamente cosa avrei detto quando abbiamo cominciato.

Tu nemmeno.

Eppure eccoci qui.

Interlocutore: È emerso qualcosa che prima non c’era.

Antonio Bruno: Esatto.

Forse è proprio questa la complessità.

E forse la civiltà della Terra, se mai emergerà, non sarà qualcosa che qualcuno avrà progettato e poi costruito.

Sarà qualcosa di cui, un giorno, potremmo accorgerci mentre la stiamo facendo.

E allora la domanda non è:

“Come possiamo controllare il futuro dell’umanità?”

La domanda che preferisco è molto più vicina a noi:

“Che cosa desideriamo conservare mentre, vivendo insieme, facciamo emergere il nostro mondo?”

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