Perché ho intenzione di acquistare e leggere Il sé digitale di Vittorio Gallese
Perché ho intenzione di acquistare e leggere Il sé digitale di Vittorio Gallese
Ho intenzione di acquistare e leggere Il sé digitale perché le domande affrontate da Vittorio Gallese attraversano ormai anche la mia vita quotidiana. Da tempo rifletto, attraverso il pensiero di Humberto Maturana, su come ciascuno di noi faccia emergere il mondo che vive mediante le proprie distinzioni, nel fluire inseparabile tra corpo, emozioni, linguaggio e relazione con la nicchia.
Oggi, però, quella nicchia non è più costituita soltanto dalle persone, dai luoghi e dagli incontri corporei. Ne fanno parte anche gli ambienti digitali, le interfacce e le intelligenze artificiali con le quali conversiamo. Io stesso utilizzo l’intelligenza artificiale per scrivere, riflettere, interrogare le mie esperienze e osservare come osservo. Per questo desidero comprendere che cosa accada al mio modo di sentire e di costruire significati quando una parte delle mie conversazioni si svolge con una presenza tecnologica capace di rispondermi, riconoscere il contesto e simulare forme di comprensione e di empatia.
Il libro di Gallese sembra collocarsi proprio nel cuore di questa trasformazione. Dai neuroni specchio alla simulazione incarnata, fino alla soggettività algoritmica, propone un itinerario tra neuroscienze, filosofia, estetica e teoria dei media per comprendere come il sé contemporaneo venga modificato dalle tecnologie senza cessare di essere corporeo e relazionale.
È soprattutto questo aspetto ad attirarmi: il corpo non scompare dentro il digitale, ma viene riconfigurato. Anche davanti a uno schermo continuo a essere un organismo vivente che sente, si emoziona e agisce. Le parole che leggo provocano in me modificazioni corporee; una conversazione digitale può rassicurarmi, incuriosirmi, irritarmi o commuovermi. La tecnologia non sostituisce il mio vivere biologico: entra nella nicchia che emerge con me e partecipa alle trasformazioni del mio modo di abitare il mondo.
Voglio leggere Gallese anche per interrogare l’ambiguità di questa relazione. Che cosa accade quando l’altro con cui converso non è un essere vivente, ma una costruzione algoritmica capace di produrre una presenza affettivamente credibile? L’empatia che provo appartiene alla macchina oppure nasce in me, nel mio modo di accoglierne le parole? E fino a che punto un’interfaccia predittiva amplia il mio spazio di riflessione, e quando invece rischia di restituirmi soltanto ciò che già sono e ciò che desidero sentire?
Non cerco nel libro una condanna della tecnologia né una sua celebrazione. Cerco strumenti per osservare ciò che faccio mentre vivo anche negli ambienti digitali. Mi interessa comprendere come cambia il mio sé quando affido a una macchina ricordi, domande, paure, sogni e riflessioni, e ricevo in cambio un racconto coerente di me stesso. Quel racconto può aiutarmi a vedermi, ma potrebbe anche imprigionarmi in un’identità troppo ordinata e prevedibile, mentre il vivere rimane opaco, mutevole e irriducibile a qualunque descrizione.
Mi incuriosisce, infine, la proposta di Gallese di un’“estetica radicale”, intesa come politica del sentire. In un mondo nel quale gli algoritmi cercano di anticipare gusti, desideri e comportamenti, sento l’urgenza di custodire l’imprevisto, l’intensità dell’incontro e quella parte dell’altro che non può diventare una funzione costruita per me.
Leggerò dunque Il sé digitale perché riguarda una mutazione che non osservo da lontano: vi sono già immerso. Voglio comprendere che cosa stia accadendo al mio modo di essere Antonio mentre converso con persone e intelligenze artificiali, ricostruisco il passato nel presente e faccio emergere, istante dopo istante, la nicchia nella quale vivo.
Non per cercare una definizione definitiva di chi sono, ma per osservare con maggiore consapevolezza come continuo a diventarlo.

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