Conversazione al bar con Humberto Maturana – La coscienza di sé
Conversazione al bar con Humberto Maturana – La coscienza di sé
Il bar è
tranquillo. Humberto guarda distrattamente le persone che passano. Una madre
tiene per mano un bambino che continua a fermarsi, toccare ogni cosa, indicare,
domandare.
Lo osservo
anch’io.
Io: Humberto, come nasce la coscienza
di sé?
Maturana: Prima di risponderti, dobbiamo
liberarci da un equivoco.
Io: Quale?
Maturana: Pensare che la coscienza sia una
cosa che si trova dentro di noi.
Io: Nel cervello?
Maturana: Per esempio.
Io: Ma senza cervello non avremmo
coscienza.
Maturana: Certamente.
Ma da questo
non segue che la coscienza sia nel cervello.
Io: Non capisco.
Maturana: Senza gambe non potresti camminare.
Ma il
camminare non si trova nelle gambe.
Io: Il camminare accade nella relazione
tra organismo e ambiente.
Maturana: Esattamente.
E qualcosa
di analogo accade con la coscienza.
Io: Quindi la coscienza non è
semplicemente attività neuronale.
Maturana: È un modo di operare relazionale
che emerge nel convivere.
Il sistema
nervoso la rende possibile, ma la coscienza accade nello spazio relazionale.
Io: E la coscienza di sé?
Maturana: È una ricorsione particolare di
quello stesso vivere relazionale.
Io: Una ricorsione?
Maturana: Sì.
Non soltanto
vivi.
Puoi
distinguere il tuo vivere.
E poi puoi
distinguere te stesso mentre distingui il tuo vivere.
Io: Il rendermi conto che mi sto
rendendo conto.
Maturana: Proprio così.
Io: Ma gli altri animali sanno di avere
un corpo?
Maturana: Attenzione alla parola sanno.
Un gatto
vive perfettamente il proprio corpo.
Io: Quando salta, per esempio.
Maturana: O quando si pulisce.
La mosca
vive il proprio corpo mentre vola.
Gli animali
sessuati vivono il proprio corpo nell'accoppiamento.
Io: Allora qual è la differenza?
Maturana: Il gatto non può conversare con un
altro gatto sul proprio corpo.
Io: Noi invece possiamo dire: «Mi fa
male una mano».
Maturana: E possiamo domandare: «Dove ti fa
male?».
Questa
differenza è enorme.
Io: Perché?
Maturana: Perché attraverso il linguaggiare
possiamo trasformare il nostro stesso corpo in qualcosa che distinguiamo nel
nostro vivere.
Io: Quindi prima c'è il vivere e poi
compare la possibilità di osservare quel vivere.
Maturana: Sì.
E questa
possibilità non apparve improvvisamente.
Ha una
storia.
Io: Una storia evolutiva.
Maturana: E relazionale.
Immagina i
nostri antenati primati bipedi.
Io: Che cosa facevano?
Maturana: Vivevano insieme.
Mangiavano
insieme.
Si passavano
il cibo.
Si
toccavano.
Si
accarezzavano.
Si
prendevano cura dei piccoli.
Condividevano
vicinanza, tenerezza e sessualità.
Io: Tutte cose che fanno anche altri
primati.
Maturana: Certamente.
Ma immagina
che alcune coordinazioni di quel convivere comincino a conservarsi
ricorsivamente.
Io: Per esempio?
Maturana: Io faccio qualcosa.
Tu coordini
il tuo comportamento con il mio.
Io coordino
nuovamente il mio comportamento con ciò che hai fatto tu.
E questo
continua.
Io: Coordinazioni di coordinazioni.
Maturana: Esattamente.
Io: Ed è lì che nasce il linguaggiare.
Maturana: Come coordinazione consensuale
ricorsiva del convivere.
Io: "Consensuale" significa
che prima ci mettiamo d'accordo?
Maturana: No.
Questo è
importante.
Non c'è
stato un contratto tra i nostri antenati.
Io: Allora perché consensuale?
Maturana: Perché quelle coordinazioni sono
sorte e si sono conservate spontaneamente nel convivere.
Io: Senza progetto.
Maturana: Senza progetto, senza finalità e
senza qualcuno che decidesse: «Da oggi inventiamo il linguaggio».
Io: All'inizio potevano esserci
coordinazioni molto semplici.
Maturana: Certamente.
Qualcosa che
oggi potremmo descrivere come:
«Vieni.»
«Dammi.»
«Dov'è?»
Io: Come facciamo anche con un cane.
Maturana: In parte sì.
Ma quando
queste coordinazioni diventano ricorsive nel linguaggiare accade qualcosa di
straordinario.
Io: Che cosa?
Maturana: Possiamo cominciare a distinguere
ciò che prima semplicemente vivevamo.
Io: Compare il mondo degli oggetti?
Maturana: Compare nel conversare la
possibilità di dire:
«Che cos'è?»
«Dove si
trova?»
«Come si
fa?»
Io: E qualcosa che prima semplicemente
incontravo diventa una "cosa".
Maturana: Una cosa distinta.
Un ente.
Un oggetto.
Qualcosa di
cui possiamo parlare.
Io: Ed è così che compare anche ciò che
chiamiamo realtà?
Maturana: Come dominio che emerge nelle
nostre distinzioni nel linguaggiare.
Io: Allora anche la realtà ha una
storia relazionale.
Maturana: Nel nostro vivere umano, sì.
Io: Ma come arriviamo dalla distinzione
degli oggetti alla coscienza di noi stessi?
Maturana
prende la tazzina e la solleva.
Maturana: Immagina di prendere questa tazza.
All'inizio
semplicemente la prendo.
Io: Un'azione.
Maturana: Poi qualcuno mi domanda:
«Che cosa
stai facendo?»
Io: E tu rispondi: «Sto prendendo la
tazza».
Maturana: Ora il mio stesso fare è diventato
qualcosa che posso distinguere.
Io: Sto osservando la mia azione.
Maturana: Esatto.
Poi qualcuno
può domandarmi:
«Con che
cosa la stai prendendo?»
Io: «Con la mano.»
Maturana: Ed ecco che anche una parte della
mia corporeità emerge nella conversazione.
Io: Quindi il corpo, che prima
semplicemente vivevo, diventa qualcosa che posso osservare.
Maturana: E nominare.
E
descrivere.
E indicare.
Io: E posso arrivare a dire: «Questa è
la mia mano».
Maturana: Poi: «Questo è il mio corpo».
E infine...
Io: «Questo sono io.»
Maturana: Ecco la straordinaria ricorsione.
Rimango
qualche secondo in silenzio.
Il bambino
che avevamo osservato poco prima inciampa. La madre si china verso di lui.
Madre: Dove ti sei fatto male?
Il bambino
indica il ginocchio.
Humberto
sorride.
Maturana: Hai visto?
Io: Sta imparando a distinguere sé
stesso.
Maturana: Nel convivere.
Io: La madre orienta la sua attenzione
verso il suo corpo.
Maturana: E attraverso migliaia di
interazioni simili il bambino impara a distinguere ricorsivamente il proprio
sentire, il proprio corpo e il proprio fare.
Io: Quindi nessuno insegna teoricamente
a un bambino la coscienza di sé.
Maturana: La coscienza di sé non viene
trasferita.
Si genera
nel vivere insieme.
Io: E quando questo modo di vivere si
conservò attraverso le generazioni...
Maturana: ...si costituì il lignaggio umano
che chiamiamo Homo sapiens-amans amans.
Io: Perché amans?
Maturana: Perché tutto questo richiese una
lunga storia di prossimità, accettazione reciproca, condivisione, cura e
tenerezza.
Io: Quindi per te l'amore non arriva
dopo il linguaggio.
Maturana: No.
È lo spazio
relazionale che rese possibile quella convivenza nella quale il linguaggiare
poté conservarsi.
Io: E da lì nacquero progressivamente
mondi sempre più complessi.
Maturana: Oggetti, spiegazioni, curiosità,
sofferenze, piaceri, domande, realtà...
e noi stessi
come oggetti della nostra riflessione.
Io: Allora la coscienza di sé non
comparve quando un cervello divenne abbastanza complesso da produrre un
"io".
Maturana: Questa non è la spiegazione che ti
sto proponendo.
Io: Comparve quando il convivere nel
linguaggio divenne sufficientemente ricorsivo da permetterci di distinguere il
nostro stesso distinguere.
Maturana: Esattamente.
Io: Prima vivevamo il corpo.
Poi abbiamo
potuto parlare del corpo.
Poi abbiamo
potuto osservare noi stessi mentre vivevamo quel corpo.
Maturana: E domandarci che cosa stavamo
facendo.
Io: È incredibile.
Maturana: Ed è qualcosa che continuiamo a
imparare ogni giorno.
Io: Anche da adulti?
Maturana: Soprattutto da adulti, se
continuiamo a riflettere.
Io: Perché?
Maturana: Perché la coscienza di sé non
consiste semplicemente nel sapere pronunciare la parola "io".
Consiste
nella possibilità di osservare il proprio operare.
Io: E quindi di modificarlo.
Maturana: Se lo desideriamo.
Io: Humberto, allora qual è la domanda
fondamentale della coscienza di sé?
Maturana
guarda nuovamente il bambino.
La madre gli
pulisce il ginocchio e gli dice qualcosa che non riusciamo a sentire.
Poi Humberto
si volta verso di me.
Maturana: È probabilmente la stessa domanda
che madri e padri continuano a rivolgere ai propri figli da quando siamo esseri
umani:
«Ti rendi
conto di quello che stai facendo?»
Io: Perché in quella domanda non mi
chiedi soltanto che cosa faccio.
Maturana: Ti invito a osservarti mentre lo
fai.
Io: E quando riesco a farlo...
Maturana: ...compare la possibilità della
riflessione.
Io: E con la riflessione posso
scegliere se continuare.
Maturana: Oppure cambiare.
Guardo la
mia mano intorno alla tazzina.
Un momento
prima semplicemente tenevo una tazza.
Adesso vedo
la mia mano che la tiene.
Vedo me
stesso mentre la guardo.
E mi accorgo
di essermene accorto.
Io: Forse la coscienza di sé è proprio
questo.
Maturana: Sì.
Non una cosa
nascosta dentro di te, ma il vivere ricorsivo nel quale puoi vedere te
stesso mentre vivi e, vedendoti, domandarti se desideri continuare a fare ciò
che stai facendo.

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