Nati in un luogo, appartenuti al mondo: ho letto "ERRANZE"
Dalla rilettura dell'epistolario emerge un filo conduttore molto chiaro: le lettere non sono semplici recensioni dei saggi letti, ma un dialogo intellettuale con le autrici e, soprattutto, una riflessione sul rapporto tra gli artisti, la loro terra d'origine e il riconoscimento umano e culturale.
Nati in un luogo, appartenuti al mondo
Lettere a margine di una riscoperta culturale
Premessa
Le pagine che seguono non sono state concepite come un libro.
Sono nate una alla volta, al termine di ogni lettura, senza alcun progetto editoriale. Ogni lettera è stata scritta nell'immediatezza dell'incontro con un saggio, come risposta spontanea alle emozioni, ai ricordi e alle riflessioni che quella lettura aveva suscitato.
Leggendo i contributi dedicati a Salvatore e Michele Saponaro, Ezechiele Leandro, Fernando Manno, Carlo e Francesco Barbieri, Aldo Calò e Nullo D'Amato, mi sono accorto che il vero protagonista non era soltanto ciascun artista, ma una domanda che attraversava tutte le loro vicende:
che cosa rende un uomo realmente appartenente a un luogo?
La nascita? La memoria? Il riconoscimento della comunità? Oppure la capacità di parlare all'intera umanità?
Lettera dopo lettera è emersa una convinzione che non avevo programmato e che si è costruita quasi da sola. Ho visto ripetersi una medesima storia: uomini di straordinario talento nati in un piccolo paese del Salento, ma compresi, valorizzati o ricordati soprattutto altrove. Non perché la loro terra fosse povera di cultura, ma perché spesso le comunità più piccole faticano a riconoscere chi rompe gli schemi del proprio tempo.
Da questa osservazione nasce una riflessione più ampia. Gli artisti non appartengono semplicemente ai luoghi in cui sono nati. Appartengono ai luoghi che hanno saputo comprenderli, accoglierli, custodirli e dialogare con la loro opera. La geografia anagrafica conta meno della geografia del riconoscimento.
Queste lettere, tuttavia, non vogliono dimostrare una tesi. Sono il racconto di un lettore che, pagina dopo pagina, scopre di conoscere molto meno del proprio territorio di quanto avesse immaginato. Ogni saggio ha colmato un'ignoranza personale e, nello stesso tempo, ha aperto nuove domande: sul rapporto tra arte e comunità, tra memoria e oblio, tra identità e libertà creativa.
Ho cercato di leggere questi artisti non da storico dell'arte né da critico letterario, ma da osservatore della vita. Per questo, nelle mie riflessioni, ricorrono spesso l'infanzia, la famiglia, l'emigrazione, la povertà, il bisogno di essere riconosciuti, la ricerca della propria strada. Credo infatti che la biografia interiore preceda sempre quella artistica e che ogni opera sia, in qualche misura, la continuazione di una storia umana.
Le lettere conservano volutamente il tono della corrispondenza privata. Non sono state riscritte per assumere l'aspetto di un saggio. Preferisco che mantengano la freschezza dell'istante in cui sono nate, con il loro carattere dialogico, le loro intuizioni, le loro domande e perfino le loro inevitabili parzialità.
Se hanno un valore, esso non consiste nelle risposte che offrono, ma nell'invito a guardare questi uomini e queste donne non come monumenti da celebrare, bensì come persone da incontrare.
Perché, alla fine, la cultura non vive nella retorica della memoria.
Vive nell'incontro tra chi scrive, chi legge e chi continua a lasciarsi interrogare dalle vite degli altri.
Antonio Bruno
Gentile Annalisa,
ti do del tu perché me lo hai chiesto espressamente, e ti
ringrazio per questo piccolo grande onore.
Ho appena finito di leggere la tua bellissima ricostruzione
della vita e delle opere di Salvatore Saponaro. Continuo a sostenere, con
sincerità, che non ne sapessi praticamente nulla. E temo di non essere
un’eccezione: credo che la maggior parte dei miei concittadini ignori quasi
completamente chi siano stati Michele e Salvatore Saponaro.
Forse questa circostanza si spiega anche con la loro stessa
vicenda umana. Michele, Salvatore e la madre, morta a Milano insieme
probabilmente ad altri figli di San Cesario, hanno conservato della loro terra
soprattutto la nascita, qualche memoria d’infanzia, la casina ereditata. Ma
nelle loro opere il Salento appare appena, quasi come un’eco lontana. E
probabilmente non poteva andare diversamente.
Il riconoscimento, l’essere davvero “visti”, è arrivato a
Milano. E sono convinto che solo lì potesse arrivare. Qui, nella Lecce di
allora, temo che avrebbero potuto aspirare al massimo a una tranquilla carriera
da insegnanti.
La tua lettura mi ha fatto riflettere molto anche su questo:
un piccolo borgo che non riesce a riconoscere i propri talenti finisce
inevitabilmente per perdere una parte della propria identità. Ed è forse per
questa ragione che oggi quasi nessuno ricorda davvero queste due figure.
Ti ringrazio ancora: è stata una lettura intensa,
sorprendente e profondamente interessante. Continuerò naturalmente a leggere
anche il resto e ti farò sapere le mie impressioni.
Gentilissima Dott.ssa Anna Chiara Strafella,
mi sono accorto di non avere il Suo numero e per questo
motivo Le scrivo qui.
La ringrazio molto per la citazione a pagina 22; così come
ho già ringraziato anche la Prof.ssa Annalisa Presicce.
Ho finito di leggere poco fa il Suo saggio su Ezechiele
Leandro. Premetto che ho conosciuto personalmente Ezechiele, che venne a
trovarmi negli studi di Radio San Cesario, allora ospitati in via Vittorio
Emanuele III, subito dopo l’attuale Bar Natale, quest’ultima un tempo casa del
notaio Cascione.
Devo dirLe che conoscevo già gran parte delle vicende
raccontate nel saggio. Tuttavia, più che gli aspetti artistici, ciò che mi ha
colpito è stata soprattutto l’impressione umana e sociale che emerge dalla vita
di Leandro.
Avendo conosciuto da bambino i padri e le madri dei miei
compagni delle scuole elementari — eravamo in trentacinque e io ero
praticamente l’unico ad avere entrambi i genitori stabilmente a San Cesario,
mentre quasi tutti gli altri avevano il padre emigrato in Germania, in Svizzera
o in Francia, spesso raggiunto successivamente dalla moglie — mi sembra che la
chiave più profonda della vicenda di Leandro stia proprio lì: nell’essere
cresciuto dentro una società povera, faticosa, segnata dalla guerra e dalla necessità
di arrangiarsi per sopravvivere.
Sono le stesse immagini degli emigranti che partivano tristi
dalla stazione di Lecce, con le valigie di cartone, diretti verso il Nord
Italia o il Nord Europa, nel tentativo di garantire alle proprie famiglie una vita
dignitosa e, soprattutto, la costruzione di una casa nel paese d’origine.
Ezechiele, in fondo, percorre una strada simile. Anche lui
parte per l’estero e, una volta tornato, trova il sostentamento suo e della sua
famiglia nella raccolta del ferro vecchio e del materiale di risulta:
un’attività che rappresenta per lui l’inizio concreto della possibilità di
vivere dignitosamente.
È grazie a quel lavoro che riesce ad acquistare un terreno a
San Cesario e a costruirsi una casa, proprio come fecero tanti altri
sancessariani emigrati, che negli stessi anni costruivano le loro abitazioni
con i risparmi accumulati lavorando nelle fabbriche del Nord Italia, della
Germania, della Svizzera o della Francia, mentre la raccolta del ferro faceva
crescere l’azienda di Ezechiele.
A questo si aggiunge, credo, anche una distanza progressiva
tra Leandro e la comunità di San Cesario, accentuata dal fatto che nessuna
delle figlie — al di là del nipote, anch’egli presente in modo sporadico e
molto defilato — si sia mai realmente inserita nella vita sociale del paese o
abbia avuto un ruolo all’interno della comunità. Questo ha probabilmente
contribuito a rendere ancora più estranea la figura di Leandro agli occhi dei
sancessariani, nonostante lui sostenesse con convinzione di avere un messaggio
da portare al mondo: un messaggio che, evidentemente, San Cesario non ha mai
colto né saputo leggere.
E Le confesso che non sono riuscito a leggerlo nemmeno io.
Pur avendo intravisto pensieri e intuizioni nel suo modo così originale, anzi unico,
di scrivere, il messaggio di Leandro continua a restarmi oscuro e non sono
riuscito a coglierlo fino in fondo neppure nel Suo saggio.
Non ho alcuna competenza artistica e devo anche riconoscere,
con sincerità, che le sue opere non mi sono mai piaciute e continuano a non
piacermi. Però la sua vita sì, quella mi parla. Mi parla perché assomiglia alle
vite di tante donne e tanti uomini che compaiono nelle fotografie del paese
prima della guerra e nell’immediato dopoguerra: persone dure, silenziose, segnate
dalla fatica e dalla necessità di reinventarsi ogni giorno.
Cari saluti
Antonio Bruno
Carissima dott.ssa Anna Chiara Strafella,
ho finito di leggere il Suo saggio su Fernando Manno e, ancora una volta, ne ricavo la stessa conferma.
Mio suocero mi raccontò che Fernando Manno era certamente presente a San Cesario, così come lo era a Lecce. Eppure San Cesario non lo ricorda davvero e Lecce, probabilmente, non lo comprese fino in fondo.
Forse i Saponaro fecero bene a defilarsi presto per Milano. Manno, invece, non lo fece. Preferì la cattedra, gli incarichi del Ministero degli Esteri e soprattutto volle provare a raccontare al Salento chi fosse davvero il leccese, il salentino. Ma ad ascoltarlo rimase soltanto una ristretta cerchia di amici, anch’essi probabilmente incompresi come lui, con la differenza che ebbero la ribellione e il coraggio di cercare altrove il riconoscimento.
Ma non è forse questo il destino di quasi tutti i grandi innovatori? Non essere profeti nella propria terra?
La storia dell’arte, della letteratura, della musica e persino della scienza sembra confermare una legge non scritta: i grandi talenti raramente vengono compresi nel luogo da cui provengono. All’inizio sono tollerati, guardati con sospetto, considerati eccentrici o “troppo avanti”. Solo più tardi, quando altrove arriva il riconoscimento, la loro terra d’origine li trasforma in simboli identitari.
Fernando Manno, i Saponaro e tanti altri artisti salentini sembrano appartenere a questa dinamica umana antichissima.
Giacomo Leopardi, nella sua Recanati, era visto quasi come un giovane malinconico e stravagante prima di diventare uno dei massimi poeti europei. Caravaggio fu perseguitato e contestato mentre rivoluzionava la pittura occidentale. Modigliani morì poverissimo e ignorato: fu Parigi, non Livorno, a riconoscerlo. Van Gogh vendette pochissimo in vita ed era considerato un fallito disturbato. Kafka pubblicò quasi nell’indifferenza generale. Pirandello fu accusato di distruggere le certezze del teatro tradizionale prima del Nobel. Ligabue venne trattato come un folle marginale prima che la critica ne comprendesse la grandezza.
E si potrebbe continuare con Bach, Emily Dickinson, Herman Melville.
Forse perché le comunità — piccole o grandi che siano — tendono istintivamente a conservare l’equilibrio esistente. Chi rompe il linguaggio, chi cambia lo sguardo, chi racconta un’identità più profonda e meno folkloristica, inizialmente destabilizza.
L’artista autentico non conferma quasi mai ciò che una comunità pensa già di sé: la mette in crisi.
Ed è probabilmente questo il nodo della mia riflessione su Fernando Manno. Egli non offriva al Salento una cartolina rassicurante, ma uno specchio. E gli specchi veri raramente vengono amati subito.
Quanto ai lombardi, neppure loro hanno sempre compreso i propri artisti. Milano stessa ignorò o combatté molti dei suoi innovatori prima di trasformarli in monumenti civili. Parigi derise gli impressionisti. Vienna isolò Klimt. La Russia osteggiò Šostakovič. Napoli guardò con sospetto Eduardo De Filippo prima di consacrarlo.
Forse dunque non è il destino del Salento. Forse è il destino stesso della grandezza: essere riconosciuta prima da chi è abbastanza lontano da non sentirsi minacciato dalla sua diversità.
E allora mi viene da pensare che Fernando Manno, invece di cercare interlocutori a San Cesario o a Lecce, avrebbe dovuto tentare di essere visto a Roma o a Milano; non dalla piccola “Montmartre salentina” che frequentava nella capitale, ma dalla città cosmopolita capace di accogliere l’intera umanità.
Le ragioni profonde di Fernando Manno andrebbero forse cercate nella sua esperienza familiare, nella sua infanzia a San Cesario, nei suoi rapporti con i genitori. Sono aspetti che io non conosco e che, leggendo il Suo saggio, mi pare non emergano neppure nel lavoro di Errico. Eppure, forse, per comprendere davvero fino in fondo questo grande scrittore bisognerebbe partire proprio da lì.
La mia riflessione finale è quasi amara: i cittadini talentuosi di San Cesario, alla luce della storia, dovrebbero forse cercare di essere visti ovunque tranne che qui. E soltanto dopo, una volta riconosciuti dai forestieri, tornare per piegare lentamente l’indifferenza dei paesani e trasformarla, finalmente, in attenzione verso il proprio talento e la propria opera.
Con stima e gratitudine,
Antonio Bruno
[20:16, 23/05/2026] Antonio Bruno: Gentilissima Prof.ssa Presicce,
ho finito di leggere adesso il saggio su Carlo Barbieri e Le confesso che sono rimasto senza parole.
Non conoscevo nella maniera più assoluta la vita di quest’uomo. Mi ha colpito profondamente il fatto che egli acceda quasi immediatamente a una forma radicale di indipendenza: un uomo che si sottrae al giogo dell’ortodossia, che rinuncia a ogni prospettiva di sicurezza economica e di benessere pur di restare fedele a qualcosa di più profondo e irriducibile.
Ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a una figura che sceglie deliberatamente di abbandonarsi all’istinto, al flusso stesso della vita, quasi lasciandosi portare dagli eventi senza mai piegarsi davvero alle convenienze. E in questo mi è sembrata fondamentale quella Roma che Lei descrive: finalmente una città senza accademici e senza romani, quasi uno spazio mentale prima ancora che geografico, una cornice perfetta per il suo essere più autentico, per la sua essenza inquieta e irregolare.
E poi quella fine traumatica e tremenda, l’immagine di Carlo Barbieri affogato in una fontana, che sembra già appartenere più al simbolo che alla cronaca. Una conclusione che lascia sgomenti perché appare quasi coerente con tutta la sua esistenza: una vita vissuta ai margini dell’equilibrio comune, sospesa fra slancio creativo, rifiuto delle regole e incapacità di adattarsi.
Mi ha colpito anche ciò che Lei racconta della vendita del quadro per mille lire. In quel momento, proprio quando arriva il denaro, quando arriva il vestito nuovo, quando sembrerebbe finalmente spalancarsi la possibilità del riconoscimento e del successo, Carlo vola via. Come se il successo non fosse affatto ciò che cercava. Come se, anzi, ne avesse una sorta di paura istintiva. Quasi un presentimento della fine, o forse il rifiuto di essere catturato da ciò che normalmente tutti inseguono.
Ed è impressionante constatare ancora una volta come di San Cesario restino in lui soltanto la nascita e il tracollo economico del padre, impegnato a cercare fortuna e destinato invece alla disgrazia. Pare quasi che certi uomini debbano partire non solo geograficamente, ma anche interiormente, rompendo ogni appartenenza per diventare completamente se stessi.
Anche questa lettura mi conferma sempre di più quanto il Salento abbia generato figure straordinarie e profondamente irregolari, uomini che spesso altrove trovavano il linguaggio della propria libertà mentre qui lasciavano appena un’ombra, un nome, un ricordo sbiadito.
La ringrazio davvero per avermi fatto incontrare anche Carlo Barbieri.
Con stima e amicizia,
Antonio Bruno
Cara Dott.ssa Presicce,
ho finito proprio in questo momento di leggere il suo saggio
su Francesco Barbieri e, devo dirle, che finalmente ho compreso una cosa che
per anni avevo soltanto intuito: perché il mio amico Franco Scardino — quando
nacque il gruppo “Amici per l’Arte Carlo Barbieri” — volle intitolarlo a Carlo
e non a Francesco.
Dopo questa lettura mi è apparso chiarissimo.
La vita di Carlo è stata interrotta troppo presto, e forse
proprio quella sospensione, quella promessa rimasta aperta, ha trasformato il
suo nome in qualcosa di quasi simbolico, emotivo, inevitabilmente evocativo.
Ma il saggio mi ha confermato anche un’altra convinzione che
continuo ostinatamente a coltivare: il dato anagrafico conta pochissimo
nell’arte.
La nostalgia dei luoghi dell’infanzia, dei vicoli, delle
piazze, delle origini, è materia poetica, certo. Ma non basta a spiegare un
artista.
Francesco Barbieri non appartiene a San Cesario di Lecce
così come non appartiene a Lecce.
Per puro caso è nato lì. Sarebbe potuto nascere ad
Alessandria d’Egitto, ad Atene o in qualsiasi altro luogo del Mediterraneo, e
il nucleo profondo della sua arte sarebbe rimasto identico.
Perché il talento vero non ha geografia.
E soprattutto non ha patria.
Anzi — qui rischio di diventare lievemente eretico —
continuo a pensare che chi possiede un autentico talento dovrebbe quasi “fuggire”
dal luogo d’origine. Non per disprezzo, ma per sopravvivenza.
Perché i luoghi piccoli amano moltissimo pronunciare la
parola “genio”, purché il genio sia morto, lontano o innocuo.
Da vivo, invece, preferiscono spesso osservarlo con
prudenza, talvolta con sospetto, e nei casi migliori con quella forma di
entusiasmo tiepido che non disturba nessuno.
E allora permetta una previsione, che forse ha qualcosa di
ironico e qualcosa di profetico: questa vostra bellissima pubblicazione
probabilmente susciterà tre reazioni.
L’invidia dei mediocri.
L’ammirazione di pochi lettori autentici.
E l’indifferenza della maggioranza, che magari il libro lo
possiederà anche… ma non lo leggerà mai.
Io, che sono lontanissimo dal mondo accademico, appartengo
serenamente alla seconda categoria.
E proprio per questo ho letto il suo lavoro con vero
piacere.
Gentile Dottoressa Strafella,
ho finito di leggere proprio in questo momento il suo saggio
su Aldo Calò, scultore di San Cesario, che ebbi anche la fortuna di conoscere
personalmente quando ero responsabile dell’informazione dell’emittente locale
Radio Studio Centrale.
Confesso che ignoravo del tutto la funambolica vicenda umana
e artistica di Calò, così come le peripezie che lo videro protagonista tra il
fascismo e la seconda guerra mondiale. Ho invece vissuto direttamente la
controversa stagione del 1979, quando il monumento ai Caduti realizzato da Calò
venne collocato al centro della piazza principale del paese, dopo il
rifacimento urbanistico voluto dall’amministrazione comunale dell’epoca.
Quel monumento, però, non piacque praticamente a nessuno. Si
sviluppò immediatamente un movimento popolare che ne chiedeva lo spostamento
dalla piazza principale verso Piazza Bologna, uno spazio secondario
raggiungibile attraverso la strettoia di via Vittorio Emanuele III. Nessuno
difese davvero, in modo convinto, né la scelta estetica né quella urbanistica
dell’amministrazione, anche perché appariva evidente il rapporto diretto
esistente tra il sindaco di allora e lo stesso Calò.
L’introduzione di quel monumento rappresentò così una
frattura con la cittadinanza, che non lo ha mai realmente sentito proprio. Alla
fine, non potendo eliminarlo, lo si relegò quasi ai margini dello spazio
pubblico, tra gli alberi di carrubo e canfora posti tra la piazza e l’inizio di
via Russo. Ancora oggi c’è chi invoca apertamente il ripristino del precedente
monumento e lo spostamento definitivo dalla vista dell’opera di Calò, percepita
da molti come incomprensibile e distante dall’identità del paese.
Mi è tornato alla mente Donald Schön, autore de “Il
professionista riflessivo”, nell’edizione italiana tradotta da Angela
Barbanente. Schön sostiene che non possa essere collocato alcunché nello spazio
pubblico ignorando il punto di vista di chi quello spazio lo vive
quotidianamente. Anzi, ipotizza una partecipazione attiva della cittadinanza
nella costruzione stessa degli spazi collettivi.
E tuttavia, proprio la vicenda di Calò sembra suggerire
anche un’altra riflessione, forse ancora più amara. La cittadinanza di San
Cesario di Lecce — come probabilmente quella di molti altri paesi di questo
territorio — non è stata in grado di percepire la grandezza artistica di Aldo
Calò. E quando una comunità non riesce a riconoscere il valore di un proprio
artista, finisce inevitabilmente per espellerlo, almeno simbolicamente.
Per questo motivo mi riesce difficile considerare Calò
“figlio” di questo territorio. Non perché qui sia nato, ma perché un artista
appartiene davvero soltanto ai luoghi capaci di comprenderlo, custodirlo e
riconoscerlo. E il Salento, nei fatti, Calò lo ha respinto, confinando la sua
opera in una marginalità che racconta molto più della comunità che dell’artista
stesso.
Con viva cordialità,
Antonio Bruno
Gentilissima Dottoressa Strafella,
ho finito di leggere proprio ora il suo saggio su Nullo
D’Amato. Confesso che ignoravo quasi tutto ciò che vi è raccontato: nulla
sapevo della Via Crucis della Chiesa Madre di San Cesario, né delle formelle
del portale della chiesa del Santissimo Salvatore, né della proposta di
costituire un Museo di Arti e Mestieri.
Eppure fui molto legato al fratello, l’ingegner Ezio
D’Amato, che però non mi trasferì mai alcuna informazione significativa sulla
figura e sull’opera di Nullo.
Se fosse necessario verificare quanto San Cesario sappia
davvero apprezzare i suoi figli nelle arti, basterebbero due fatti. Il primo è
la recente rimozione della Via Crucis di Nullo D’Amato dalla Chiesa Madre, con
la reintroduzione delle pitture preesistenti a quell’installazione voluta da
don Oronzo Margiotta, uomo capace di decisioni coraggiose, anche controcorrente
e contro il parere dei parrocchiani. Il secondo è che quasi nessuno, a San
Cesario, sembra avere consapevolezza del portale della chiesa del Santissimo
Salvatore e dei lavori di D’Amato presenti su di esso.
A maggior ragione emerge, invece, la presenza attiva di
Nullo D’Amato nella città di Lecce, dove — come lei descrive — esercitò una
reale influenza sui suoi allievi e attraverso i corsi tenuti presso la Società
Operaia, con un’opera generosa di volontariato culturale e formativo.
E tuttavia anche Lecce oggi sembra non ricordare Nullo
D’Amato.
Non so che dire, se non che il vostro libro dimostra ancora
una volta come Nullo D’Amato, insieme agli altri artisti da voi ricordati, sia
nato a San Cesario ma avrebbe potuto nascere a Buenos Aires, a New York o a
Londra. Di San Cesario, nel senso profondo dell’appartenenza culturale e del
riconoscimento collettivo, questi artisti sembrano non avere nulla. Non perché
non vi siano nati, ma perché il paese non li ha davvero accolti, compresi,
custoditi.
Questo è ciò che traggo dalla lettura del vostro libro:
insieme a tante informazioni preziose su persone di cui avevo sentito parlare,
ma delle quali, in realtà, sapevo pochissimo.
Con viva gratitudine per il suo lavoro,
Antonio Bruno
Gentilissima Prof.ssa Presicce,
gentilissima Dott.ssa Strafella,
la lettura dei vostri saggi mi ha lasciato una riflessione
che sento il desiderio di condividere con voi.
Molto spesso, quando si raccontano artisti, uomini di
cultura o personalità che hanno inciso nel proprio tempo, si insiste —
giustamente — sulla loro formazione, sulle frequentazioni intellettuali, sulle
correnti artistiche, sui riconoscimenti ottenuti, sui luoghi abitati o sulle
relazioni culturali costruite nel corso della vita. Tutto questo è importante.
Ma dopo aver letto i vostri lavori, mi è sembrato ancora più evidente che
esista un livello forse più profondo, senza il quale nessuna biografia riesce
davvero a spiegare un essere umano.
Mi riferisco alla famiglia.
Al rapporto con i genitori.
All’infanzia.
A quel mondo originario che precede ogni scuola, ogni
maestro, ogni successo e perfino ogni scelta consapevole.
Ho l’impressione che ogni artista porti dentro di sé, per
tutta la vita, il bambino che è stato: le sue paure, i suoi silenzi, il bisogno
di essere riconosciuto, amato, visto. E forse molte opere, molte fughe, molte
inquietudini e persino molte grandezze nascono proprio da lì, da quella prima
geografia emotiva costruita dentro le mura domestiche.
Per questo penso che il luogo d’origine, spesso evocato come
elemento identitario assoluto, conti relativamente. Un uomo può nascere in un
paese, ma appartenere interiormente ad altro: alle emozioni vissute, agli
affetti ricevuti o mancati, alle esperienze che lo hanno formato nell’intimo.
La vera patria di molti artisti non è geografica.
È emotiva.
Ed è forse per questo che personalità straordinarie vengono
spesso comprese poco proprio nei luoghi in cui sono nate: perché l’arte
autentica appartiene a una dimensione interiore che supera i confini fisici e
sociali del territorio.
Le vostre riflessioni e i vostri studi mi hanno accompagnato
verso questa consapevolezza, e per questo vi ringrazio sinceramente.
Con stima,
Antonio Bruno

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