Conversazione con Humberto Maturana I mondi che viviamo: quale mondo vogliamo continuare a generare?

 


Conversazione con Humberto Maturana I mondi che viviamo: quale mondo vogliamo continuare a generare?

Antonio: Humberto, continuiamo a dire che viviamo in mondi differenti. Ma che cosa significa esattamente? Io sono seduto qui con te. C'è un tavolo, ci sono due sedie, parliamo. Non siamo forse nello stesso mondo?

Humberto: In questo momento stiamo generando insieme un mondo nel nostro conversare. Ma fra poco potresti alzarti e occuparti di politica, poi leggere un testo di biologia, ascoltare musica, parlare con una persona che ami. In ciascuna di queste circostanze vivrai differenti configurazioni di sentire, emozioni e fare.

Antonio: E tu le chiami matrici sensoriali-operazionali-relazionali?

Humberto: Sì. Non pensare però a una matrice come a una struttura nascosta dietro la realtà. Parliamo della trama di coerenze nella quale un particolare vivere diventa possibile mentre viene vissuto.


Antonio: Fammi un esempio molto semplice.

Humberto: Immagina di entrare in una sala dove si svolge una riunione politica.

Antonio: Va bene.

Humberto: Riconosci immediatamente molte cose: chi presiede, chi interviene, chi è alleato con chi, che cosa significa votare, che cosa significa essere maggioranza o minoranza, quando puoi parlare, quali parole hanno conseguenze.

Antonio: Perché ho imparato a vivere quel mondo.

Humberto: Esattamente. Sai muoverti nella matrice di coerenze sensoriali, operative e relazionali propria di quel dominio.

Antonio: Poi esco dalla riunione e vado a cantare con degli amici.

Humberto: E cambia il mondo che vivi.

Antonio: Anche se il mio corpo è sempre lo stesso.

Humberto: Precisamente.


Antonio: Nel canto non hanno più senso maggioranza e minoranza, mozioni, votazioni, incarichi...

Humberto: E nella riunione politica probabilmente non hanno senso tonalità, armonia, tempo musicale, entrare insieme in un ritornello.

Antonio: Quindi sono mondi differenti perché sono differenti le coerenze del mio sentire e del mio fare.

Humberto: Sì. Sono differenti matrici sensoriali-operazionali-relazionali.

Antonio: Ma non sono compartimenti stagni.

Humberto: No, perché tutti questi mondi si realizzano attraverso la stessa corporeità. Possono separarsi, intrecciarsi, interferire reciprocamente oppure generare insieme un mondo nuovo.


Antonio: Per esempio posso portare nella politica un modo di conversare appreso altrove.

Humberto: Certamente.

Antonio: Oppure posso portare in una relazione affettiva la competizione che ho imparato nel mondo politico.

Humberto: Anche questo.

Antonio: Quindi una matrice può perturbare un'altra.

Humberto: E attraverso la riflessione puoi stabilire correlazioni fra mondi differenti e generare configurazioni relazionali che prima non esistevano nel tuo vivere.


Antonio: Aspetta. Qui ritrovo qualcosa che abbiamo detto molte volte: la riflessione genera mondi.

Humberto: Sì.

Antonio: Se osservo il mio modo di vivere la politica e poi lo metto in relazione con ciò che vivo nell'amicizia, posso improvvisamente vedere qualcosa che prima non vedevo.

Humberto: E nel momento in cui lo distingui, compare nel tuo vivere una nuova possibilità di azione.

Antonio: Per esempio potrei accorgermi che nel dominio politico considero normale un comportamento che non accetterei mai nel rapporto con un amico.

Humberto: Esatto.

Antonio: Prima non vedevo la contraddizione.

Humberto: Perché quella particolare distinzione non era ancora sorta nella tua riflessione.


Antonio: Ma allora queste matrici esistono fuori di noi?

Humberto: Che cosa intendi per «fuori»?

Antonio: Una realtà indipendente da noi. Una specie di struttura universale che esiste già e nella quale noi entriamo.

Humberto: No. Se dicessimo questo, torneremmo precisamente alla nozione di una realtà trascendente della quale pretendiamo di parlare indipendentemente dal nostro operare.

Antonio: E invece?

Humberto: La matrice sorge con il vivere che la realizza. Non è uno scenario già costruito nel quale successivamente entra l'organismo.

Antonio: Ancora una volta organismo e nicchia.

Humberto: Sempre. Il vivere accade nell'unità ecologica organismo-nicchia.


Antonio: Quindi quando parliamo di realtà, universo, cosmo, natura, biologia, fisica, filosofia, religione o vita quotidiana...

Humberto: ...stiamo distinguendo differenti domini di coerenze.

Antonio: Ciascuno con il proprio modo di spiegare.

Humberto: E con proprie configurazioni sensoriali, operative e relazionali.

Antonio: Ma allora una spiegazione valida nella fisica non necessariamente è una spiegazione valida nell'amore.

Humberto: Naturalmente.

Antonio: E una spiegazione religiosa non può semplicemente sostituire una spiegazione biologica.

Humberto: Se lo fai, confondi domini differenti.

Antonio: È la confusione dei domini di esistenza di cui abbiamo parlato tante volte.

Humberto: Sì. Possiamo stabilire correlazioni fra domini, ma non dobbiamo necessariamente ridurre l'uno all'altro.


Antonio: Però continuo a sentire qualcosa che mi mette in difficoltà.

Humberto: Che cosa?

Antonio: Io sento che questo tavolo esiste indipendentemente da me. Sento che il mondo era qui prima che arrivassi e continuerà a esserci quando me ne andrò.

Humberto: Certamente. È così che vivi la tua esperienza.

Antonio: Ma poi tu mi dici che non posso affermare epistemologicamente che ciò che distinguo esista indipendentemente dalla mia operazione di distinzione.

Humberto: Esatto.

Antonio: Sembra una contraddizione.

Humberto: È una tensione propria del nostro vivere umano. Viviamo spontaneamente ciò che distinguiamo come se esistesse indipendentemente da noi, ma quando riflettiamo sul nostro operare scopriamo che non possiamo uscire dalla nostra esperienza per confrontarla con una presunta realtà indipendente dalla nostra esperienza.


Antonio: Perché qualsiasi verifica sarebbe ancora un'altra esperienza mia.

Humberto: Precisamente.

Antonio: Se vedo qualcosa e penso che sia un uomo, poi mi avvicino e scopro che era un manichino, dico che prima mi ero sbagliato.

Humberto: Ma quando vedevi l'uomo?

Antonio: Lo vivevo come reale.

Humberto: E quando hai stabilito che era un'illusione?

Antonio: Dopo, confrontando quella esperienza con un'altra esperienza che ho deciso di considerare valida.

Humberto: Questo è il punto. Nell'istante dell'esperienza non possiedi un criterio che ti permetta di distinguere percezione e illusione.


Antonio: Eppure noi desideriamo terribilmente una realtà indipendente.

Humberto: Perché pensi che la desideriamo?

Antonio: Per avere qualcosa di fermo. Un fondamento.

Humberto: Sì. Un substrato universale capace di dirci: «Questo è vero indipendentemente da te.»

Antonio: Ci tranquillizza.

Humberto: Può tranquillizzarci. Ma può anche diventare pericoloso.

Antonio: Perché?

Humberto: Perché cosa accade quando non soltanto credi che esista una verità assoluta, ma credi anche di possedere un accesso privilegiato ad essa?

Antonio: Gli altri diventano quelli che sbagliano.

Humberto: Continua.

Antonio: Se io possiedo la verità e tu la neghi, posso cominciare a pensare che sia mio compito correggerti.

Humberto: E se non accetti?

Antonio: Posso arrivare a costringerti.

Humberto: E magari lo farai dicendo che non sei tu a volerlo: te lo impone la verità.


Antonio: Ecco dove nasce il fondamentalismo.

Humberto: Una delle sue possibilità.

Antonio: Religioso, politico, scientifico, filosofico...

Humberto: Non importa quale sia il contenuto. Osserva la configurazione relazionale.

Antonio: Quale?

Humberto: «Io possiedo un accesso privilegiato alla realtà; quindi la mia affermazione non dipende da me. Tu devi accettarla perché è la realtà stessa a parlare attraverso ciò che dico.»

Antonio: In quel momento scompare la responsabilità.

Humberto: Precisamente.


Antonio: Questo si collega direttamente alla nostra conversazione sul potere.

Humberto: Come?

Antonio: Il potente può dire: «Non sono io a imporlo. È necessario». Oppure: «Lo impone la storia». «Lo impone la scienza». «Lo impone il mercato». «Lo impone Dio». «Lo impone il popolo». «Lo impone la realtà».

Humberto: E che cosa accade attraverso queste espressioni?

Antonio: Trasforma una propria scelta in una necessità indipendente da lui.

Humberto: E quindi?

Antonio: Nasconde la propria partecipazione alla generazione del mondo che sta producendo.


Humberto: Questo è un punto fondamentale, Antonio. Quando introduci una realtà trascendente come fondamento ultimo delle tue affermazioni, puoi smettere di assumerti la responsabilità delle conseguenze del tuo fare.

Antonio: Perché non dico più: «Scelgo questo perché desidero queste conseguenze.»

Humberto: Che cosa dici?

Antonio: «Non c'è alternativa. La realtà è questa.»

Humberto: E la conversazione finisce.

Antonio: Perché se possiedi la verità non hai più bisogno di ascoltare.

Humberto: Esattamente.


Antonio: Allora il problema non è avere convinzioni forti.

Humberto: No.

Antonio: Posso essere convintissimo di qualcosa.

Humberto: Certamente.

Antonio: Il problema nasce quando dimentico che sono io, nella mia storia, nella mia corporeità e nella mia rete di conversazioni, a considerare valida quella spiegazione.

Humberto: Sì.

Antonio: E trasformo la mia spiegazione in un obbligo per l'altro.

Humberto: Allora cambia l'emozionare della relazione.


Antonio: Qui comprendo meglio la frase finale del testo: «Siamo generatori dei mondi che viviamo.»

Humberto: Che cosa significa per te?

Antonio: Non significa che inventiamo arbitrariamente tutto ciò che vogliamo.

Humberto: Molto importante.

Antonio: Non significa che posso decidere che questo tavolo non sia duro e attraversarlo.

Humberto: Naturalmente.

Antonio: Significa che ciò che distinguo come tavolo, durezza, realtà, fisica, persona, amico, nemico, autorità, potere, amore o minaccia sorge nel dominio delle coerenze sensoriali-operative-relazionali nelle quali realizzo il mio vivere.

Humberto: Sì.


Antonio: E i miei sentire intimi orientano il corso di questo vivere.

Humberto: Istante dopo istante.

Antonio: Quindi non sono spettatore neutrale del mondo che vivo.

Humberto: No.

Antonio: Ma nemmeno creatore onnipotente.

Humberto: No.

Antonio: Sono un essere vivente strutturalmente determinato che vive in un'unità organismo-nicchia e che, come essere umano, genera continuamente mondi nel linguaggiare, nel conversare e nel riflettere.

Humberto: Questa formulazione conserva le distinzioni.


Antonio: Allora vorrei applicarlo a me stesso.

Humberto: Fallo.

Antonio: Se entro in una conversazione pensando: «Questa persona è contro di me», comincio a distinguere gesti, parole e silenzi dentro quella matrice relazionale.

Humberto: Sì.

Antonio: Un silenzio può diventare ostilità.

Humberto: Può.

Antonio: Una domanda può diventare provocazione.

Humberto: Può.

Antonio: Una critica può diventare aggressione.

Humberto: Sì.

Antonio: E il mio comportamento cambia coerentemente con quel mondo.

Humberto: E il tuo comportamento entra nella nicchia dell'altro.

Antonio: Che reagisce.

Humberto: E la sua reazione entra nuovamente nella tua nicchia.

Antonio: Così possiamo finire per generare insieme proprio il mondo conflittuale che ciascuno credeva semplicemente di aver trovato già esistente.

Humberto: Ora stai vedendo la ricorsività.


Antonio: Ma può accadere anche il contrario.

Humberto: Naturalmente.

Antonio: Posso domandarmi: «È necessariamente ostilità ciò che sto distinguendo?».

Humberto: E che cosa accade facendo quella domanda?

Antonio: Introduco una riflessione.

Humberto: E quindi?

Antonio: Interrompo momentaneamente l'automatismo della matrice nella quale stavo operando.

Humberto: E può comparire un altro mondo possibile.


Antonio: Non perché io abbia scoperto finalmente «la vera realtà».

Humberto: Esatto.

Antonio: Ma perché ho modificato il mio modo di osservare e quindi le possibilità del mio fare.

Humberto: Sì.

Antonio: Questa è una cosa enorme.

Humberto: Perché?

Antonio: Perché significa che riflettere non serve soltanto a capire ciò che è accaduto. Può trasformare la matrice relazionale nella quale continuerò a vivere.

Humberto: E questa trasformazione entra nella tua epigenesi.


Antonio: Ecco allora il significato del titolo: epigenesi delle matrici sensoriali-operazionali-relazionali.

Humberto: Dillo con parole tue.

Antonio: Nel corso della mia storia, vivendo con gli altri, si formano e si conservano determinati modi di sentire, distinguere, agire e relazionarmi. Questi modi costituiscono matrici nelle quali certi comportamenti diventano possibili, altri improbabili, altri ancora nemmeno visibili.

Humberto: Continua.

Antonio: Ma queste matrici non sono destini.

Humberto: No.

Antonio: Possono trasformarsi nel vivere.

Humberto: Finché il vivere continua.


Antonio: Allora ritorna ancora una volta la domanda che attraversa tutte le nostre conversazioni.

Humberto: Quale?

Antonio: Non semplicemente:

«Qual è il mondo vero?»

ma:

«Quale mondo sto generando attraverso il modo in cui sento, distinguo, converso e agisco?»

Humberto: E dopo?

Antonio: Devo guardare le conseguenze.

Humberto: Sì.

Antonio: Se il mondo che sto generando produce paura, subordinazione, discriminazione, sofferenza, risentimento e continua lotta per il controllo, non posso più nascondermi dicendo: «È la realtà».

Humberto: Perché anche quella frase appartiene al mondo che stai contribuendo a generare.


Antonio: Allora rimane la domanda decisiva.

Humberto: Quale?

Antonio: Quella che il testo lascia alla fine:

«Quale mondo vogliamo vivere?»

Humberto: E quando devi rispondere?

Antonio: Non domani.

Humberto: No.

Antonio: Adesso.

Humberto: Come?

Antonio: Attraverso ciò che scelgo di conservare nel mio sentire, nel mio fare e nel mio convivere.

Humberto: Perché il mondo che vivrai non è già lì ad aspettarti.

Antonio: Sorge, istante dopo istante, nel vivere con gli altri.

Humberto: E quando comprendi questo?

Antonio: Non divento padrone della realtà.

Humberto: No.

Antonio: Divento responsabile della mia partecipazione alla generazione del mondo che vivo.

Humberto: Ed è precisamente lì che la riflessione può diventare libertà.

 

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