Conversazione al bar con Humberto Maturana – La realtà del proprio esistere

 


Conversazione al bar con Humberto Maturana – La realtà del proprio esistere

Siamo ancora seduti allo stesso tavolo. Le tazzine sono quasi vuote. Poco distante da noi una madre tiene in braccio una bambina. Le prende delicatamente una mano e la porta prima sul proprio naso, poi su quello della piccola.

«Il naso della mamma.»

Poi sorride.

«E questo è il tuo naso.»

Guardo Humberto.


Io: Humberto, quello che sta facendo quella madre ha qualcosa a che vedere con la coscienza di sé?

Maturana: Moltissimo.


Io: Sta semplicemente insegnando alla bambina le parti del corpo.

Maturana: Tu vedi soltanto ciò che accade in superficie.

Guarda la relazione.


Io: Che cosa dovrei vedere?

Maturana: Due persone che vivono insieme un gioco di distinzioni.

La madre tocca il proprio naso.

Poi quello della bambina.

Poi di nuovo il proprio.


Io: E dice: «Il mio naso», «il tuo naso».

Maturana: Esatto.

In quel gioco amoroso del toccarsi, del guardarsi e del nominare, la bambina comincia a distinguere ricorsivamente la propria corporeità.


Io: E da questa distinzione nasce la coscienza di sé?

Maturana: Non da quel singolo gesto.

Nasce nella storia di un convivere fatto di migliaia e migliaia di coordinazioni come questa.


Io: Allora la coscienza di sé non nasce dentro il bambino?

Maturana: Nasce nel suo vivere-convivere.


Io: Ma accade attraverso il suo cervello.

Maturana: Naturalmente.

Senza sistema nervoso tutto questo non sarebbe possibile.

Ma non confondere ciò che rende possibile un fenomeno con il dominio nel quale quel fenomeno accade.


Io: Fammi un esempio.

Maturana: Questa conversazione non potrebbe esistere senza le nostre corde vocali.


Io: Certo.

Maturana: Ma sarebbe assurdo dire che la nostra conversazione si trova nelle corde vocali.


Io: Quindi sarebbe altrettanto improprio dire che la coscienza di sé si trova nel cervello.

Maturana: Sì.

La dinamica neuronale è indispensabile, ma la coscienza di sé emerge come dinamica relazionale nel convivere.


Io: Che cosa significa esattamente?

Maturana: Significa che diventi presente a te stesso nel conversare su ciò che fai, senti e vivi in relazione agli altri.


Io: Quindi il mio "io" emerge anche attraverso gli altri.

Maturana: Nel convivere con gli altri.


Io: Torniamo alla bambina.

Maturana: Guardala.


La madre prende nuovamente la sua mano.

Questa volta la bambina anticipa il gioco e si tocca da sola il naso.

La madre ride.

Anche la bambina ride.


Io: Adesso sembra sapere che quello è il suo naso.

Maturana: Sta entrando ricorsivamente nella distinzione della propria corporeità.


Io: Prima aveva già un naso.

Maturana: Naturalmente.


Io: Lo sentiva anche.

Maturana: Certamente.


Io: Ma adesso può distinguerlo come il proprio naso.

Maturana: E questa è un'altra cosa.


Io: Perché?

Maturana: Perché una cosa è vivere la propria corporeità.

Un'altra è distinguere la propria corporeità nel linguaggiare.


Io: Il gatto vive il proprio corpo.

Maturana: Ma non conversa sul proprio corpo.


Io: Mentre questa bambina, un giorno, potrà dire: «Mi fa male il naso».

Maturana: Oppure:

«Questo sono io.»

«Questa è la mia mano.»

«Io sento questo.»


Io: E allora compare la realtà del proprio esistere.

Maturana: Sì.

La persona diventa per sé stessa qualcosa che può essere distinto nel conversare.


Io: Ma perché parli anche di realtà?

Maturana: Perché realtà e coscienza di sé emergono nello stesso spazio relazionale delle distinzioni.


Io: Spiegami meglio.

Maturana: Quando distingui qualcosa nel linguaggiare, ciò che distingui viene vissuto come se esistesse indipendentemente dalla tua operazione di distinzione.


Io: Vedo questa tazzina e mi sembra evidente che fosse qui anche prima che io la guardassi.

Maturana: Esattamente.

Questo è il nostro vivere spontaneo.


Io: E facciamo la stessa cosa con noi stessi?

Maturana: Sì.

Quando distingui ricorsivamente la tua corporeità, cominci a vivere te stesso come qualcuno che esiste.


Io: «Io sono.»

Maturana: «Questo è il mio corpo.»

«Questo sento io.»

«Questo accade a me.»


Io: Quindi il bambino non scopre un "io" già pronto nascosto dentro di sé.

Maturana: No.

Emerge come persona nella storia delle distinzioni ricorsive del proprio convivere.


Io: E perché per questo processo sono così importanti la carezza e la tenerezza?

Humberto guarda nuovamente madre e figlia.


Maturana: Perché non qualunque convivenza genera lo stesso spazio relazionale.


Io: Che cosa serve?

Maturana: Vicinanza.

Accoglienza.

Permanenza.

Fiducia.

Contatto.

Tenerezza.


Io: Amore.

Maturana: Nel significato biologico-relazionale che attribuisco a questa parola: il dominio nel quale l'altro sorge come legittimo altro nella convivenza.


Io: Quindi la coscienza di sé avrebbe una storia che nasce nell'intimità.

Maturana: Una lunga storia di convivenza corporea e relazionale.

Pensa ai nostri antenati.

Si toccavano, si accarezzavano, condividevano il cibo, vivevano la sessualità, allevavano i piccoli, manipolavano oggetti insieme.


Io: E lentamente comparvero le distinzioni.

Maturana: E le distinzioni delle distinzioni.


Io: «Dov'è?»

Maturana: Sì.


Io: «Ce l'hai tu?»

Maturana: Sì.


Io: «Come si fa?»

Maturana: Certamente.


Io: «Che cos'è?»

Maturana: E poi ancora:

«Sono io?»

«È nel mio corpo?»

«Lo senti anche tu?»

«Che cosa senti?»


Io: Ogni domanda apre un nuovo dominio.

Maturana: Ogni domanda può orientare una nuova distinzione.


Io: E quando la distinzione torna su chi distingue...

Maturana: ...compare la riflessione.


Io: Mi osservo mentre osservo.

Maturana: Ti tocchi e sai che stai toccando te stesso.

Senti e puoi parlare di ciò che senti.

Agisci e puoi domandarti che cosa stai facendo.


Io: E posso anche spiegarmelo.

Maturana: Qui compare un altro passaggio fondamentale.


Io: Lo spiegare.

Maturana: Sì.


Io: Che cos'è, allora, una spiegazione?

Maturana: Un racconto che propone che cosa dovrebbe accadere affinché accada ciò che vogliamo spiegare.


Io: Un meccanismo generativo.

Maturana: Esattamente.


Io: Quindi anche spiegare nasce dal nostro modo di vivere.

Maturana: Non potrebbe nascere altrove.

Utilizziamo le coerenze del nostro stesso vivere per spiegare le coerenze di ciò che viviamo.


Io: Per esempio, vedo qualcosa e domando: «Che cos'è?».

Maturana: Poi puoi chiedere:

«Si vede?»

«Si può toccare?»

«Che cosa deve accadere perché succeda questo?»


Io: E costruisco una spiegazione.

Maturana: Che accetterai oppure no secondo i criteri di validazione con i quali operi.


Io: Ma per i nostri antenati tutto ciò che vivevano doveva apparire reale.

Maturana: Come accade anche a te.


Io: Anche a me?

Maturana: Nel momento in cui vivi un'esperienza, la vivi come valida.


Io: Soltanto dopo posso dire: «Mi ero sbagliato».

Maturana: Esattamente.


Io: Quindi nel momento dell'esperienza non posso sapere se sto vivendo una percezione oppure un'illusione.

Maturana: Lo stabilirai successivamente attraverso un'altra esperienza che utilizzerai come criterio di validazione.


Io: Questo significa che la realtà non è qualcosa che semplicemente riceviamo dall'esterno.

Maturana: La realtà emerge nel nostro operare di osservatori come dominio di distinzioni vissute come indipendenti dall'atto con cui le distinguiamo.


Io: E anche io stesso divento parte di quella realtà.

Maturana: Quando diventi oggetto della tua stessa distinzione.


Resto in silenzio.

Guardo la mia mano appoggiata sul tavolo.

La muovo.

Poi la osservo mentre la muovo.


Io: È strano. La mano era sempre qui.

Maturana: Certamente.


Io: Ma nel momento in cui la osservo come la mia mano, accade qualcosa di diverso.

Maturana: Compare un nuovo dominio relazionale.


Io: Non nasce la mano.

Maturana: No.


Io: Nasce la distinzione: «questa è la mia mano».

Maturana: Esattamente.


Io: E posso andare ancora oltre: «Io sto guardando la mia mano».

Maturana: E ancora oltre.


Io: «Mi rendo conto che sto guardando la mia mano.»

Humberto sorride.


Maturana: Ecco la ricorsione.


Io: E ogni ricorsione aumenta la complessità del mondo che posso vivere.

Maturana: Del mondo che puoi generare nel conversare e nel riflettere.


Io: Allora la storia umana potrebbe essere vista anche come un'enorme espansione ricorsiva di distinzioni.

Maturana: Di distinzioni, coordinazioni, conversazioni, spiegazioni e mondi.


Io: Alcune trasformazioni saranno state lentissime.

Maturana: Altre rapidissime.

Ma tutte sono sorte nel presente del convivere.


Io: E il sistema nervoso?

Maturana: Continua a essere indispensabile.


Io: Ma non contiene questi mondi.

Maturana: Li rende possibili attraverso la dinamica chiusa delle correlazioni sensoriali-effettrici dell'organismo, nel suo accoppiamento con la nicchia.

Ma i mondi umani accadono nel vivere relazionale.


Io: Allora anche l'unità tra corpo e anima cambia significato.

Maturana: Non devi più cercare due sostanze da ricongiungere.


Io: Perché non sono mai state separate.

Maturana: Sono distinzioni che facciamo su differenti domini del nostro stesso vivere.


Io: E la coscienza di sé sarebbe uno di questi domini.

Maturana: Una dinamica relazionale nella quale la propria corporeità diventa ricorsivamente presente nel conversare.


La bambina si è stancata del gioco.

Adesso tocca il naso della madre senza che nessuno glielo chieda.

Poi tocca il proprio.

Ride.

La madre la bacia.


Io: Humberto, allora potremmo dire che quella bambina sta imparando chi è?

Maturana: Direi qualcosa di ancora più preciso.


Io: Che cosa?

Maturana: Sta vivendo quella storia di relazioni nella quale potrà emergere per sé stessa come «io».


Io: E questo "io" non è nascosto da qualche parte dentro di lei.

Maturana: No.


Io: Sta nascendo nel suo convivere.

Maturana: Nella ricorsività del toccarsi, del sentirsi, del distinguersi, del linguaggiare e dell'essere vista dall'altro.


Io: Allora la realtà del proprio esistere non consiste semplicemente nell'avere un corpo.

Maturana: Consiste anche nel poter distinguere ricorsivamente quel corpo e il proprio vivere nel conversare.


Io: Fino a poter dire: «Questo sono io».

Maturana: Sì.

E poi compiere la ricorsione decisiva:

«Io vedo che questo sono io.»


Guardo ancora madre e figlia.

Adesso capisco perché Humberto continuava a riportarmi alla carezza.

Non stava parlando di un ornamento affettivo della coscienza.

Stava parlando della storia relazionale nella quale diventa possibile distinguere sé stessi.


Io: Quindi, prima ancora della domanda «Chi sono io?», c'è stata una storia molto più semplice.

Maturana: Quale?


Io: Una mano che ne prende un'altra.

Un naso toccato.

Uno sguardo.

Una carezza.

E qualcuno che dice:

«Questo è il mio.»

«Questo è il tuo.»

Humberto sorride.


Maturana: Sì.

E in quel convivere amoroso, molto prima che qualcuno elaborasse una teoria sulla coscienza, cominciava già a sorgere la possibilità umana di incontrare sé stessi.

 

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