Conversazione con Humberto Maturana L’intenzionale e lo spontaneo

 


Conversazione con Humberto Maturana L’intenzionale e lo spontaneo

Antonio: Humberto, c’è qualcosa che mi sembra profondamente umano: quando vediamo che accade qualcosa, quasi immediatamente ci chiediamo perché sia accaduto.

Humberto: E che cosa cerchi quando domandi «perché»?

Antonio: Una causa.

Humberto: Soltanto una causa?

Antonio: Forse no. Molto spesso cerco anche un’intenzione. Qualcuno o qualcosa che abbia voluto che accadesse.

Humberto: Ecco il punto. Noi esseri umani conosciamo intimamente l’esperienza dell’intenzione perché viviamo continuamente facendo qualcosa che desideriamo fare.


Antonio: Se decido di prendere questa tazza, allungo la mano per prenderla.

Humberto: Sì.

Antonio: Il mio gesto ha una finalità.

Humberto: Per un osservatore che ti guarda, il movimento della tua mano acquista senso nel dominio relazionale del tuo fare: vuoi prendere la tazza.

Antonio: Quindi l’intenzione configura il mondo che vivo.

Humberto: Precisamente. Se desideri bere, distingui la tazza, la prendi, la avvicini alla bocca. Il tuo sentire intimo orienta il corso delle tue azioni e il mondo che vivi prende forma coerentemente con esse.


Antonio: E probabilmente i nostri antenati scoprirono molto presto questa relazione.

Humberto: Certamente.

Antonio: «Voglio qualcosa, faccio qualcosa e accade qualcosa.»

Humberto: Immagina ora che quegli stessi antenati guardino un temporale.

Antonio: Vedono lampi, sentono tuoni, arriva la pioggia.

Humberto: Oppure vedono un fiume straripare, un animale morire, il sole sorgere, una pianta germogliare.

Antonio: E possono applicare all’accadere naturale la stessa matrice con cui comprendono il proprio agire.

Humberto: Esatto: se ciò che faccio io ha un’intenzione, forse anche ciò che accade intorno a me ha un’intenzione.


Antonio: E così compare l’idea che nulla accada spontaneamente.

Humberto: Sì. L’ordine diventa facilmente, nello sguardo umano, indizio di intenzionalità.

Antonio: Perché ci sembra difficile concepire un ordine senza qualcuno che lo ordini.

Humberto: Ancora oggi.

Antonio: Vedo qualcosa di straordinariamente organizzato e spontaneamente mi viene da domandare: «Chi l’ha fatto?».

Humberto: Oppure: «A che cosa serve?», «Perché è stato fatto così?», «Qual è il suo scopo?».


Antonio: Ma qui stiamo facendo qualcosa di epistemologicamente delicato.

Humberto: Che cosa?

Antonio: Trasferiamo una categoria appartenente al nostro agire umano — l’intenzione — all’accadere spontaneo della natura.

Humberto: Proprio così.

Antonio: E poi dimentichiamo di essere stati noi a compiere quel passaggio.

Humberto: E trasformiamo l’intenzione che abbiamo attribuito all’accadere in una proprietà dell’accadere stesso.


Antonio: Facciamo un esempio semplice. Un seme germoglia.

Humberto: Bene.

Antonio: Io posso dire: «La radice cresce verso il basso per cercare acqua».

Humberto: È un modo quotidiano di parlare.

Antonio: Ma se prendo alla lettera quel «per», attribuisco alla pianta un progetto futuro.

Humberto: Esattamente.

Antonio: Come se la pianta conoscesse anticipatamente il risultato verso il quale deve dirigersi.

Humberto: Mentre ciò che osserviamo è il presente di una dinamica strutturale che accade secondo le coerenze dell’unità organismo-nicchia.


Antonio: Quindi il futuro non sta tirando la radice verso di sé.

Humberto: No.

Antonio: La radice non cresce perché deve raggiungere qualcosa che ancora non esiste.

Humberto: Cresce nel presente delle trasformazioni strutturali che si rendono possibili nel presente.

Antonio: E se alla fine raggiunge l’acqua, io posso ricostruire retrospettivamente la storia e dire: «Ecco, cresceva per arrivare lì».

Humberto: Sì. Hai trasformato una conseguenza storica in una finalità originaria.


Antonio: Questo significa che confondiamo spesso ordine e progetto.

Humberto: Molto spesso.

Antonio: Vediamo ordine e immaginiamo un ordinatore.

Humberto: Vediamo coerenza e immaginiamo uno scopo.

Antonio: Vediamo un risultato e immaginiamo che quel risultato fosse già presente all’origine del processo.

Humberto: Ma ricorda la legge sistemica di cui abbiamo parlato:

Il risultato di un processo non partecipa alla sua genesi.


Antonio: Questa frase cambia completamente il modo di guardare.

Humberto: Perché?

Antonio: Perché significa che ciò che accade non deve essere spiegato a partire da ciò che accadrà.

Humberto: Esatto.

Antonio: Devo guardare le condizioni presenti che rendono possibile il processo.

Humberto: E la storia delle trasformazioni che si sono conservate.


Antonio: Però capisco anche perché l’idea di un’intenzione dietro le cose sia stata così potente.

Humberto: Dimmi.

Antonio: Perché l’intenzione rende l’accadere comprensibile e, soprattutto, forse controllabile.

Humberto: Questo è essenziale.

Antonio: Se il temporale è semplicemente un accadere spontaneo, non posso negoziare con lui.

Humberto: No.

Antonio: Ma se dietro il temporale c’è una volontà...

Humberto: ...puoi immaginare di rivolgerti a quella volontà.

Antonio: Posso supplicarla, ringraziarla, sedurla, rispettarla, temerla, offrirle qualcosa.

Humberto: O tentare di controllarla.


Antonio: Ed ecco gli dèi.

Humberto: Gli dèi, gli spiriti, i demoni, le forze invisibili.

Antonio: Non necessariamente come stupidità dei nostri antenati.

Humberto: Sarebbe arrogante considerarli così.

Antonio: Erano spiegazioni coerenti con il mondo che vivevano.

Humberto: E con le loro esperienze relazionali. Se nella convivenza quotidiana l’accadere dipende dalle intenzioni degli altri, è comprensibile che l’ordine del mondo venga vissuto come espressione delle intenzioni di altri esseri.


Antonio: Però, a un certo punto, compare un’altra possibilità.

Humberto: Quale?

Antonio: Non cercare più la volontà nascosta, ma cercare le regolarità dell’accadere.

Humberto: Sì.

Antonio: Non «chi vuole che cada questo corpo?», ma «in quali condizioni cade?».

Humberto: E così si apre uno spazio differente dello spiegare.

Antonio: Quello che diventerà anche lo spazio della scienza.

Humberto: Quando la spiegazione scientifica non cerca finalità occulte, ma propone meccanismi generativi che, se operassero, darebbero origine al fenomeno che desideriamo spiegare.


Antonio: Eppure il desiderio di trovare qualcosa di definitivo rimane.

Humberto: Certamente.

Antonio: Prima poteva essere una volontà divina. Poi può diventare la realtà in sé.

Humberto: O una legge ultima, un principio fondamentale, una struttura universale che immaginiamo esistere indipendentemente dal nostro operare.

Antonio: Cambiano le parole, ma potrebbe conservarsi lo stesso desiderio.

Humberto: Quale?

Antonio: Liberarci dall’incertezza dello spontaneo.


Humberto: Perché lo spontaneo ti inquieta?

Antonio: Perché non posso sapere in anticipo esattamente ciò che accadrà.

Humberto: E allora?

Antonio: Cerco qualcosa che mi garantisca il risultato.

Humberto: Una procedura.

Antonio: Una tecnica.

Humberto: Una teoria.

Antonio: Una previsione.

Humberto: Una preghiera.

Antonio: Un rituale.

Humberto: Vedi? Possono appartenere a domini culturali molto differenti e tuttavia condividere il desiderio di assicurare ciò che ancora non è accaduto.


Antonio: Però una tecnica può funzionare.

Humberto: Naturalmente.

Antonio: Allora non dobbiamo confondere magia e tecnologia.

Humberto: No. Ma possiamo osservare qualcosa che può comparire in entrambe: il desiderio di controllare il futuro.

Antonio: Pensare che, se eseguo perfettamente una procedura, il risultato debba necessariamente verificarsi.

Humberto: Mentre ogni fare accade sempre nel presente dell’incontro fra dinamiche che non controlliamo completamente.


Antonio: E quando il risultato non arriva?

Humberto: Che cosa dici?

Antonio: «Ho sbagliato qualcosa.»

Humberto: Sempre?

Antonio: No. Ma spesso è la prima spiegazione.

Humberto: Oppure?

Antonio: «Non ero sufficientemente preparato.»
«Non ho seguito bene il metodo.»
«Non mi sono impegnato abbastanza.»

Humberto: E così puoi continuare a conservare la convinzione che esista un procedimento capace di garantire il risultato.


Antonio: Questo mi interessa molto. Perché significa che posso trasformare una procedura utile in una forma di attaccamento.

Humberto: Certamente.

Antonio: La procedura non è più uno strumento che utilizzo nel presente.

Humberto: Diventa una promessa sul futuro.

Antonio: E io comincio a vivere per ottenere il risultato promesso.

Humberto: Allora il futuro comincia a precederti.


Antonio: Che cosa significa precisamente «il futuro mi precede»?

Humberto: Che smetti di vedere ciò che accade perché guardi continuamente ciò che dovrebbe accadere.

Antonio: Ho davanti ciò che c’è, ma vedo ciò che desidero che ci sia.

Humberto: Oppure ciò che temi che ci sarà.

Antonio: Quindi aspettativa e paura possono produrre la stessa cecità.

Humberto: Entrambe possono allontanarti dal presente.


Antonio: E qui entra quella che chiamate armonia psichico-corporea.

Humberto: Sì.

Antonio: Non significa rilassamento generico.

Humberto: No.

Antonio: Significa una condizione nella quale il mio sentire, la mia corporeità e il mio operare sono congruenti con la situazione che sto vivendo.

Humberto: Senza che aspettative, pretese o attaccamenti deformino il tuo vedere.


Antonio: Allora anche la competenza cambia significato.

Humberto: In che senso?

Antonio: Essere competente non significa poter garantire il risultato.

Humberto: No.

Antonio: Significa saper operare nelle coerenze del dominio nel quale mi trovo.

Humberto: Esattamente.

Antonio: Un chirurgo può sapere perfettamente come operare senza poter garantire assolutamente ciò che accadrà.

Humberto: Sì.

Antonio: Un agronomo può conoscere il terreno, la pianta, l’acqua, il clima...

Humberto: ...ma non possiede il futuro.


Antonio: E allora che cos’è l’ispirazione?

Humberto: Come la vivi quando compare?

Antonio: Come un fare che fluisce.

Humberto: Devi continuamente dirti che cosa devi fare?

Antonio: No.

Humberto: Devi controllarti?

Antonio: No.

Humberto: Devi inseguire il risultato?

Antonio: No. Sto semplicemente facendo ciò che faccio.

Humberto: Questa è l’esperienza che chiamiamo ispirazione.


Antonio: Quindi l’ispirazione non sarebbe qualcosa che entra in me dall’esterno.

Humberto: Non abbiamo bisogno di supporlo.

Antonio: È un’armonia del mio operare.

Humberto: Un’armonia psichico-corporea nella quale il tuo fare fluisce senza essere deformato da esigenze estranee al presente.

Antonio: Ed è per questo che tradizioni differenti possono chiamarla «ispirazione divina», «illuminazione» o «Regno di Dio».

Humberto: Sono modi culturali differenti di distinguere esperienze di armonia del vivere.


Antonio: Mi viene in mente un animale.

Humberto: Perché?

Antonio: Un gatto che salta da un muro all’altro. Non sembra calcolare ogni movimento.

Humberto: Vive il proprio presente.

Antonio: Oppure un uccello che vola.

Humberto: Non ha bisogno di costruire una teoria del volo per volare.

Antonio: Il suo fare emerge nella congruenza organismo-nicchia.

Humberto: Nell’unità ecologica che integra.


Antonio: E noi abbiamo qualcosa che rende tutto più complicato.

Humberto: Il linguaggio.

Antonio: Perché possiamo immaginare il futuro.

Humberto: E ricostruire il passato.

Antonio: Possiamo desiderare ciò che non c’è.

Humberto: Temere ciò che non è accaduto.

Antonio: Confrontare il presente con ciò che avrebbe dovuto essere.

Humberto: E soffrire per quella differenza.


Antonio: Ma possiamo anche riflettere.

Humberto: Questa è la meraviglia.

Antonio: Quindi il linguaggio genera sia la possibilità dell’alienazione sia quella della liberazione riflessiva.

Humberto: Puoi osservare il tuo stesso attaccamento.

Antonio: Posso accorgermi: «Sto cercando di costringere il presente a diventare il futuro che desidero».

Humberto: E nel momento in cui lo vedi?

Antonio: Posso lasciare quella pretesa.


Antonio: Però qui compare un paradosso.

Humberto: Quale?

Antonio: Se desidero raggiungere la spontaneità, posso costruire un metodo per diventare spontaneo.

Humberto: E allora?

Antonio: Mi esercito, controllo se sono spontaneo, misuro i progressi...

Humberto: E hai trasformato la spontaneità in un risultato da conseguire.

Antonio: Quindi non sono più spontaneo.

Humberto: Precisamente.


Antonio: È questa la frase che mi colpisce maggiormente:

«Lo sforzo per conseguire l’armonia ci allontana dalla spontaneità di quel vivere.»

Humberto: Perché l’armonia non è un premio futuro.

Antonio: Accade oppure non accade nel presente.

Humberto: Sì.

Antonio: Quindi non posso ordinarmi: «Da domani vivrò spontaneamente».

Humberto: Sarebbe un’altra esigenza.

Antonio: Posso invece osservare ciò che, proprio adesso, interrompe il fluire.

Humberto: Questo sì.


Antonio: Un’aspettativa.

Humberto: Sì.

Antonio: Una paura.

Humberto: Sì.

Antonio: Il desiderio di essere approvato.

Humberto: Anche.

Antonio: La necessità di ottenere un determinato risultato.

Humberto: Certamente.

Antonio: Il confronto fra ciò che accade e ciò che penso dovrebbe accadere.

Humberto: E puoi semplicemente vedere tutto questo senza trasformare anche l’osservazione in un nuovo obbligo.


Antonio: Allora vivere spontaneamente non significa fare qualunque cosa mi passi per la testa.

Humberto: Assolutamente no.

Antonio: Questo è importante.

Humberto: Molto.

Antonio: La spontaneità non è impulsività.

Humberto: No. L’impulsività è anch’essa un particolare modo di fluire dei sentire e delle azioni.

Antonio: E non significa nemmeno rinunciare alla riflessione.

Humberto: Al contrario. La riflessione può dissolvere gli attaccamenti che impediscono di vedere il presente.


Antonio: Quindi posso avere un’intenzione senza diventare prigioniero dell’intenzione.

Humberto: Certamente.

Antonio: Posso dire: «Desidero andare lì».

Humberto: E cominciare a camminare.

Antonio: Ma mentre cammino devo continuare a vedere dove sto mettendo i piedi.

Humberto: Esatto.

Antonio: Se guardassi soltanto il punto d’arrivo...

Humberto: Potresti non vedere il precipizio davanti a te.


Antonio: Allora l’intenzionale e lo spontaneo non sono necessariamente nemici.

Humberto: No.

Antonio: L’intenzione può orientare il mio fare.

Humberto: Sì.

Antonio: Ma ciò che effettivamente accade nasce sempre nel presente dell’incontro fra me e la mia nicchia.

Humberto: Precisamente.

Antonio: E quello che accade non è prodotto dal futuro che desidero.

Humberto: Perché il futuro non opera nel presente.


Antonio: Questo mi riporta a una frase delle nostre conversazioni precedenti: il futuro non esiste.

Humberto: Esiste come idea nel presente.

Antonio: Come aspettativa.

Humberto: Come progetto.

Antonio: Come paura.

Humberto: Come speranza.

Antonio: Come desiderio.

Humberto: Ma tutto questo accade adesso.


Antonio: E anche il passato?

Humberto: Quando ricordi il passato, quando accade il ricordare?

Antonio: Adesso.

Humberto: Quando racconti ciò che eri?

Antonio: Adesso.

Humberto: Quando provi nostalgia?

Antonio: Adesso.

Humberto: Quindi?

Antonio: Passato e futuro partecipano al mio vivere soltanto come dinamiche del mio presente.


Antonio: Allora capisco meglio l’espressione: vivere senza che il futuro ci preceda e ci inganni nel desiderio, e senza che il passato ci intrappoli nella sua assenza.

Humberto: Non significa dimenticare il passato o smettere di progettare il futuro.

Antonio: Significa non confonderli con ciò che sta accadendo.

Humberto: Sì.


Antonio: Humberto, allora provo a riassumere.

Humberto: Ti ascolto.

Antonio: L’essere umano scopre l’intenzione nel proprio fare e, nel corso della propria storia, proietta questa esperienza sull’accadere naturale.

Dall’ordine inferisce una finalità; dalla finalità un’intenzione; dall’intenzione un possibile agente.

Così possono sorgere dèi, spiriti, demoni, ma anche la ricerca di un reale trascendente capace di garantire l’ordine del mondo.

Humberto: Continua.

Antonio: Successivamente possiamo imparare a distinguere fra ordine e intenzione.

Un processo può essere ordinato senza essere orientato verso un fine.

Una configurazione può emergere spontaneamente senza essere stata progettata.

E il risultato di un processo non deve essere immaginato come causa della propria genesi.


Humberto: E nella tua vita quotidiana?

Antonio: Posso avere desideri, progetti e intenzioni.

Humberto: Certamente.

Antonio: Ma devo ricordare che essi non determinano ciò che accadrà.

Humberto: Sì.

Antonio: Posso soltanto operare nel presente secondo ciò che so fare, osservando le coerenze della situazione nella quale mi trovo.

Humberto: Nell’unità organismo-nicchia che integri.

Antonio: Senza pretendere che la realtà obbedisca alle mie aspettative.


Humberto: E quando il tuo fare fluisce senza quella pretesa?

Antonio: Posso sperimentare quella che chiamiamo armonia psichico-corporea.

Humberto: E allora?

Antonio: Non devo conquistare il presente.

Humberto: No.

Antonio: Non devo controllarlo.

Humberto: No.

Antonio: Non devo trasformarlo continuamente in qualcos’altro.

Humberto: Puoi viverlo.


Antonio: E forse la domanda decisiva non è più:

«Come posso ottenere ciò che voglio?»

Humberto: Quale diventa?

Antonio: Potrei chiedermi:

«Che cosa sto facendo, proprio adesso, mentre cerco di ottenere ciò che voglio?»

Humberto: E ancora?

Antonio: «Il mio desiderio mi permette di vedere ciò che sta accadendo oppure mi rende cieco a ciò che non corrisponde alle mie aspettative?»

Humberto: Questa è una domanda riflessiva.


Antonio: E se mi accorgessi che sto facendo uno sforzo enorme per raggiungere uno stato nel quale vorrei finalmente vivere senza sforzo?

Humberto: Potresti sorridere.

Antonio: Perché?

Humberto: Perché avresti appena visto la contraddizione.

Antonio: E cosa dovrei fare?

Humberto: Non devi fare qualcosa per forza.

Antonio: Posso semplicemente vedere ciò che sto facendo.

Humberto: Sì.

Antonio: E lasciare che quella consapevolezza modifichi il mio vivere, se lo modifica.

Humberto: Senza trasformare anche questo in un progetto.


Antonio: Allora forse la domanda con cui chiudere questa conversazione è molto semplice.

Humberto: Quale?

Antonio: Non:

«Come faccio a diventare spontaneo?»

ma:

«Che cosa sto pretendendo che accada, proprio adesso, che mi impedisce di vedere e vivere ciò che sta già accadendo?»

Humberto: E quando quella pretesa tace?

Antonio: Rimane il presente.

Humberto: E nel presente?

Antonio: Il vivere accade.

 

Commenti

Post popolari in questo blog

Oscar Farinetti - La fortuna di nascere in Italia.

Gli esami di Stato del 1976

MESCIU ANTONIU LETTERE MEJU CU LU TIENI COMU AMICU...