«Quei quattro agricoltori rimasti…. non servono a niente». Stefano Feltri, In Onda, La7, 11 agosto 2026
«Quei quattro agricoltori rimasti…. non servono a niente».
Analisi epistemologica
La frase di Stefano Feltri — «quei quattro agricoltori rimasti… non servono a niente» — non descrive semplicemente una realtà agricola preesistente. È un’operazione di distinzione che, nel momento stesso in cui viene compiuta, fa emergere un particolare mondo: un mondo nel quale gli agricoltori appaiono pochi, residuali, politicamente molesti, economicamente assistiti e socialmente inutili.
Occorre quindi separare due piani che nell’intervento televisivo vengono sovrapposti:
la necessità di ridurre le emissioni climalteranti;
il giudizio sul valore e sull’utilità degli agricoltori.
Il primo appartiene al dominio delle valutazioni scientifiche, economiche e politiche. Il secondo nasce invece in un dominio emotivo e relazionale. Dai dati sulle emissioni agricole non discende logicamente che gli agricoltori «non servano a niente». Questa conclusione non è contenuta nei numeri: è prodotta dall’osservatore attraverso il modo in cui li connette.
I dati non parlano da soli
Feltri presenta una concatenazione apparentemente razionale:
la crisi climatica provoca costi enormi;
alcuni settori produttivi non hanno ridotto abbastanza le emissioni;
l’agricoltura riceve sussidi;
gli agricoltori esercitano pressione politica;
dunque l’agricoltura è protetta ingiustificatamente e «quei quattro agricoltori rimasti» non servono a niente.
Ma il passaggio finale non è una deduzione scientifica. È una valutazione fondata su premesse implicite:
vale soprattutto ciò che è numericamente consistente;
è utile soprattutto ciò che produce ricchezza misurabile nel mercato;
ricevere un sostegno pubblico equivale a essere improduttivi;
protestare per difendere il proprio reddito costituisce un abuso di potere;
l’agricoltore può essere identificato con le emissioni generate dal sistema agricolo.
Queste premesse non sono verità universali. Sono preferenze e criteri di validazione accettati dall’osservatore. La razionalità dell’argomentazione opera dopo che è stato scelto, spesso senza dichiararlo, il dominio emotivo dal quale si parla.
Chi inquina: l’agricoltore o il sistema agricolo?
Dire che «l’agricoltura è uno dei settori più inquinanti» produce una categoria estremamente ampia. All’interno della stessa parola vengono riuniti:
allevamenti intensivi;
agricoltura industriale;
piccoli coltivatori;
monocolture ad alto impiego di fertilizzanti;
aziende biologiche;
pratiche agroecologiche;
aziende familiari;
agricoltura di sussistenza;
gestione del suolo, del paesaggio e delle acque.
L’aggregazione statistica può essere legittima per costruire un inventario delle emissioni. Diventa epistemologicamente impropria quando la responsabilità attribuita al settore viene trasferita indistintamente alle persone che vi lavorano.
Non sono gli agricoltori, in quanto esseri umani, a costituire una categoria inquinante. Sono determinate pratiche produttive, tecnologie, filiere, politiche commerciali e forme di consumo a generare specifici impatti ambientali.
La stessa politica agricola comunitaria non è semplicemente una somma di denaro consegnata agli agricoltori perché continuino a esistere. È un complesso sistema di incentivi che, nel corso del tempo, ha orientato le loro condotte. Se per decenni le istituzioni hanno premiato la produzione intensiva, l’aumento delle rese, la meccanizzazione e l’uso di determinati mezzi tecnici, non possono poi descrivere l’agricoltore come unico responsabile del sistema che esse stesse hanno contribuito a generare.
L’errore della riduzione economica
La frase «non servono a niente» presuppone che il valore dell’agricoltore possa essere misurato soltanto attraverso il suo peso sul PIL, il numero degli addetti o la quantità di emissioni prodotte.
Ma l’agricoltura non produce solamente merci. Contribuisce, a seconda di come viene praticata, a generare o conservare:
cibo;
fertilità del suolo;
regimazione delle acque;
presidio territoriale;
paesaggio;
biodiversità;
conoscenze locali;
sicurezza alimentare;
continuità delle comunità rurali.
La società può certamente giudicare insufficienti, inefficienti o dannose alcune pratiche agricole. Non può però dedurre da questo l’inutilità delle persone che coltivano. Confondere l’attività da trasformare con l’essere umano che la svolge chiude lo spazio della conversazione.
L’emozione che rende possibile la frase
Per Humberto Maturana ogni sistema razionale poggia su premesse fondamentali accettate a partire da un’emozione. La domanda, dunque, non è soltanto: «I dati citati sono corretti?». È anche: «In quale emozione deve trovarsi l’osservatore perché gli agricoltori possano apparirgli come quattro persone inutili e privilegiate?».
La frase sembra sorgere in una combinazione di:
irritazione verso le resistenze alla transizione ecologica;
impazienza di fronte alla lentezza politica;
risentimento verso categorie considerate protette;
disprezzo per chi viene percepito come arretrato;
fiducia nella superiorità della trasformazione tecnologica.
Da questa configurazione emotiva l’agricoltore non emerge come interlocutore, ma come ostacolo. Quando l’altro viene distinto come ostacolo, diventa possibile parlare di lui senza incontrarlo. Non è più un essere umano con una storia, una famiglia, dei debiti, una terra e un sapere: diventa la personificazione di un dato sulle emissioni.
Il problema non è la durezza verbale in sé. Il problema è il mondo relazionale che quella durezza conserva e riproduce.
La contraddizione interna dell’intervento
L’intervento sostiene giustamente che non occorre «chiudere» i settori produttivi, ma farli evolvere. Mercalli applica esplicitamente questo principio all’automobile e all’agricoltura: non eliminare l’agricoltura, ma accompagnarla verso pratiche meno dipendenti da energia, fertilizzanti e fitofarmaci.
Qui emerge una contraddizione:
nel dominio delle proposte si afferma che l’agricoltura deve evolvere;
nel dominio emotivo-retorico si descrivono gli agricoltori come inutili.
Ma non si può trasformare democraticamente un settore negando la legittimità di coloro che dovrebbero realizzare la trasformazione. L’agroecologia non nasce contro gli agricoltori: può esistere soltanto attraverso di loro, con la loro partecipazione, il loro apprendimento e una remunerazione capace di rendere possibile il cambiamento.
Se l’agricoltore è dichiarato inutile, la transizione assume la forma dell’imposizione. Se viene riconosciuto come interlocutore competente, la transizione può diventare una trasformazione condivisa.
Epigenesi dello spiegare
La frase non sorge improvvisamente nello studio televisivo. È il risultato contingente di una lunga storia di interazioni.
Prima configurazione: l’agricoltore necessario
Nelle società rurali l’agricoltore emergeva come figura indispensabile perché produceva direttamente il cibo e custodiva una parte decisiva delle conoscenze necessarie alla sopravvivenza della comunità. La sua utilità era immediatamente visibile.
Seconda configurazione: l’agricoltore produttore
Con la modernizzazione, l’agricoltore viene progressivamente distinto come operatore economico. La sua validità viene misurata mediante rese, produttività, dimensione aziendale e competitività. La rivoluzione verde modifica contemporaneamente l’agricoltore e la sua nicchia: macchine, concimi, fitofarmaci, credito, mercati e politiche pubbliche diventano componenti inseparabili del suo vivere e produrre.
L’agricoltore non sceglie queste trasformazioni in uno spazio vuoto. Cambia insieme all’ambiente economico e istituzionale che premia determinate condotte e ne rende impraticabili altre.
Terza configurazione: l’agricoltore assistito
Con la diminuzione degli addetti e la crescente dipendenza dai contributi pubblici, l’agricoltore comincia a essere descritto come percettore di sussidi. Scompare progressivamente dalla percezione pubblica il fatto che molti aiuti compensano:
prezzi agricoli compressi;
squilibri contrattuali nelle filiere;
rischi climatici;
vincoli ambientali;
produzione di beni pubblici non pagati dal mercato.
Il sostegno economico, separato dalla storia che lo ha reso necessario, viene osservato come privilegio.
Quarta configurazione: l’agricoltore inquinatore
La crisi climatica introduce una nuova distinzione. L’agricoltura appare come fonte di metano, protossido di azoto, consumo energetico e perdita di biodiversità. Questa distinzione è scientificamente pertinente quando riguarda processi e pratiche. Diventa ideologica quando è trasformata in un’identità morale: dall’agricoltura che produce emissioni si passa all’agricoltore che ostacola il futuro.
Quinta configurazione: «quei quattro rimasti»
La riduzione numerica diventa una riduzione simbolica. La parola «quattro» non comunica soltanto che gli agricoltori sono pochi: suggerisce che siano trascurabili. «Rimasti» li colloca nel passato, come residui di un mondo destinato a scomparire. «Non servono a niente» completa l’esclusione, negando loro una funzione nel futuro.
La frase opera così tre cancellazioni:
| Espressione | Operazione compiuta |
|---|---|
| «Quei» | Li colloca a distanza dall’osservatore |
| «quattro rimasti» | Li rende residuali e anacronistici |
| «non servono a niente» | Nega il loro valore sociale e umano |
L’epigenesi delle condotte agricole
Anche le emissioni dell’agricoltura hanno una storia epigenetica. Non sono l’espressione di una presunta natura inquinante dell’agricoltore. Emergono dall’accoppiamento strutturale fra:
politiche agricole;
prezzi del mercato;
industria chimica;
disponibilità energetica;
credito;
grande distribuzione;
domanda dei consumatori;
condizioni climatiche;
conoscenze tecniche;
necessità di reddito delle famiglie rurali.
Se si vuole modificare la condotta agricola, occorre trasformare la rete di relazioni nella quale quella condotta risulta possibile e conveniente. Tassare semplicemente l’agricoltore, lasciando immutati i prezzi imposti dalle filiere e i costi necessari alla transizione, può produrre non un’agricoltura più ecologica, ma l’abbandono delle campagne e una maggiore dipendenza dalle importazioni.
Non basta chiedere: «Quanto emette l’agricoltura?». Bisogna domandare:
quali agricolture emettono maggiormente?
quali pratiche possono ridurre davvero le emissioni?
chi sostiene i costi della trasformazione?
chi beneficia del valore prodotto lungo la filiera?
che cosa accade ai territori quando gli agricoltori scompaiono?
le emissioni vengono eliminate oppure trasferite nei Paesi da cui importeremo il cibo?
Una diversa epistemologia della transizione
Una transizione ecologica fondata sulla negazione dell’altro conserva la stessa logica che ha prodotto la crisi: alcuni decidono, altri vengono utilizzati o eliminati in base alla loro presunta utilità.
Una transizione fondata sul riconoscimento potrebbe invece dire:
Le pratiche agricole ad alte emissioni devono cambiare. Gli agricoltori non sono il residuo inutile del passato, ma soggetti indispensabili della trasformazione. La collettività può chiedere loro di custodire il suolo, ridurre gli input chimici, proteggere l’acqua e produrre cibo con un’impronta più leggera; ma deve creare le condizioni economiche, tecniche e relazionali perché possano farlo vivendo dignitosamente.
Questa formulazione non nega la crisi climatica, le emissioni agricole né le distorsioni dei sussidi. Cambia l’emozione dalla quale si affrontano: dal disprezzo alla responsabilità condivisa.
Conversazione conclusiva tra Antonio Bruno e Humberto Maturana
Antonio: Humberto, Feltri dice che quei quattro agricoltori rimasti non servono a niente. È una provocazione?
Maturana: Può esserlo, Antonio, ma anche una provocazione rivela il mondo emotivo nel quale chi parla si muove. Egli distingue gli agricoltori come ostacoli e, distinguendoli così, li fa sorgere nel proprio vivere come esseri privi di valore.
Antonio: Ma parte da dati sul cambiamento climatico e sulle emissioni.
Maturana: I dati possono mostrare regolarità nelle emissioni. Non possono dire che un essere umano non serve a niente. Quel giudizio appartiene all’osservatore, non al dato.
Antonio: Quindi confonde domini diversi.
Maturana: Sì. Confonde il dominio delle spiegazioni scientifiche con quello delle valutazioni morali. Inoltre trasferisce alle persone una caratteristica attribuita statisticamente a un settore produttivo.
Antonio: Eppure alcune pratiche agricole devono cambiare.
Maturana: Certamente. Accettare l’agricoltore non significa accettare ogni sua condotta. Possiamo riconoscere l’altro come legittimo e, proprio per questo, conversare su ciò che vogliamo trasformare insieme.
Antonio: Se gli agricoltori sono soltanto quattro, il loro lavoro perde importanza?
Maturana: Il numero non determina la legittimità. Pochi esseri umani possono svolgere una funzione essenziale. E quando dici «pochi», devi domandarti quale storia abbia prodotto quella diminuzione.
Antonio: Allora la questione non è scegliere tra agricoltori e clima.
Maturana: Esatto. Quel conflitto nasce dal modo in cui viene formulato il problema. La questione è come conservare insieme la vita umana, la produzione del cibo e le condizioni ecologiche che le rendono possibili.
Antonio: Quei quattro agricoltori, dunque, non sono ciò che resta di un mondo inutile.
Maturana: Sono ciò che il nostro modo di vivere ha fatto sorgere nel presente. Se li trattiamo come relitti, produrremo abbandono e risentimento. Se li incontriamo come interlocutori, potremo generare con loro un’altra agricoltura.
La questione decisiva, pertanto, non è se gli agricoltori «servano». Nessun essere umano deve giustificare la propria esistenza attraverso l’utilità che qualcun altro gli attribuisce. La domanda responsabile è: quale convivenza vogliamo conservare e quale agricoltura desideriamo far emergere insieme?

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