Conversazioni con Humberto Maturana L’amore non è una promessa: è un modo di convivere
Conversazioni con Humberto
Maturana
L’amore non è una promessa: è un modo di convivere
Antonio
Bruno: Humberto,
più passa il tempo e più mi accorgo che ho raccontato le mie relazioni
attraverso quello che avrei voluto che fossero. Ho pensato all’amore come a
qualcosa che dovesse durare, produrre qualcosa, condurre da qualche parte.
Adesso mi viene un dubbio: forse ho guardato troppo a ciò che una relazione
avrebbe dovuto diventare e troppo poco a ciò che accadeva mentre la vivevo.
Humberto
Maturana: Perché
guardavi al futuro.
Antonio: Sì.
Humberto: Ma il futuro non c’è.
Antonio: Questa tua affermazione continua a
perturbarmi. Perché io ho trascorso una parte enorme della mia vita pensando al
futuro.
Humberto: Tutti lo facciamo. Ma quando parli
del futuro, Antonio, stai parlando nel presente. Il futuro che immagini è una
configurazione che sorge adesso nel tuo vivere. E anche il passato che ricordi
sorge adesso.
Antonio: Quindi anche quando ricordo una
donna che ho amato non sto tornando realmente a quella relazione.
Humberto: No. Stai vivendo adesso il tuo
ricordare.
Antonio: Eppure alcune relazioni, quando le
ricordo, mi danno ancora una sensazione di pace.
Humberto: E quella pace dove accade?
Antonio: Adesso.
Humberto: Esattamente.
Antonio: Questo cambia molto. Perché allora
non devo chiedermi se quel passato fosse veramente come lo ricordo.
Humberto: Puoi chiedertelo se vuoi fare una
ricostruzione storica. Ma se vuoi comprendere il tuo vivere presente, la
domanda è un’altra: che cosa accade in te, adesso, mentre ricordi?
Antonio: Accade che distinguo alcune
relazioni come semplici. Non semplici perché non ci fossero problemi, ma perché
non sentivo di dover fare continuamente qualcosa per poterci stare dentro.
Vivevo la relazione.
Humberto: E questo è molto interessante. Tu
dici: vivevo la relazione. Non dici: lavoravo per mantenerla.
Antonio: Esatto. E oggi mi accorgo che per
me lo sforzo è diventato un criterio importante. Quando sento di dovermi
continuamente spiegare, difendere, correggere, giustificare, qualcosa in me si
restringe.
Humberto: Allora osserva quello.
Antonio: Lo sforzo?
Humberto: Il tuo vivere. Non per stabilire
immediatamente chi abbia ragione e chi abbia torto. Osserva che mondo emerge
mentre convivete.
Antonio: Qui torniamo alla distinzione.
Humberto: Sempre. Quando distingui qualcosa,
ciò che distingui sorge nel tuo operare di osservatore. Non significa che tu
inventi arbitrariamente il mondo. Significa che non hai accesso a un mondo
indipendente dal tuo operare per confrontarlo con ciò che percepisci.
Antonio: Quindi quando dico: “questa persona
mi controlla”, dovrei stare attento.
Humberto: Molto attento.
Antonio: Perché “mi controlla” sembra
descrivere qualcosa che appartiene oggettivamente all’altra persona.
Humberto: Invece sei tu che distingui una
condotta come controllo. Puoi dire che cosa è accaduto. Puoi descrivere una
frase, un gesto, un'interruzione. Poi puoi osservare che cosa è accaduto in te.
Antonio: Per esempio: sto facendo qualcosa,
qualcuno interviene dicendomi come dovrei farla, e io provo immediatamente
irritazione.
Humberto: Bene. Adesso non stai accusando.
Stai osservando.
Antonio: È una differenza enorme.
Humberto: Sì, perché nell’accusa la domanda
è: chi è colpevole? Nella riflessione la domanda diventa: che cosa
sta accadendo nel nostro convivere?
Antonio: E qui entra l’amore?
Humberto: Certamente. Ma dobbiamo intenderci
sulla parola amore.
Antonio: Tu non lo intendi sentimentalmente.
Humberto: No. Chiamo amore il dominio delle
condotte relazionali nelle quali l’altro sorge come legittimo altro nella
convivenza.
Antonio: “Legittimo altro” è forse una delle
tue espressioni che mi ha richiesto più tempo per essere compresa.
Humberto: Perché spesso confondiamo
l’accettazione con l’approvazione.
Antonio: Infatti. Se considero l’altro
legittimo, non significa che devo essere d’accordo con lui.
Humberto: Esatto.
Antonio: E neppure che devo restare con lui.
Humberto: Esatto.
Antonio: Questo è decisivo.
Humberto: Certo. Puoi dire: “Non voglio più
questa relazione” senza negare la legittimità dell’altra persona. La negazione
dell’altro comincia quando dici, implicitamente o esplicitamente: “Tu non
dovresti essere come sei affinché io possa accettarti”.
Antonio: Allora posso amare qualcuno e
scegliere di non convivere più con lui?
Humberto: Se con “amare” intendiamo
accettarne la legittimità nell’esistenza, sì. La convivenza è un’altra cosa.
Per convivere bisogna che esista un dominio nel quale entrambi possano
conservarsi senza negarsi reciprocamente.
Antonio: E io ultimamente mi sto facendo
proprio questa domanda: con chi desidero stare?
Humberto: Bene.
Antonio: Non “con chi dovrei stare”. Non
“con chi sarebbe giusto stare”. Non “chi merita che io stia con lui”.
Semplicemente: con chi desidero stare?
Humberto: E che cosa scopri?
Antonio: Che desidero stare con le persone
con cui provo piacere nello stare.
Humberto: Sembra banale.
Antonio: Moltissimo.
Humberto: E invece?
Antonio: Per me non lo è affatto.
Humberto: Perché?
Antonio: Perché per molto tempo ho
sovrapposto al piacere dello stare insieme una quantità enorme di altre cose:
il dovere, il riconoscimento, il ruolo, ciò che gli altri si aspettano, ciò che
io stesso penso che dovrei essere.
Humberto: E allora non osservavi più il tuo
sentire.
Antonio: Esatto.
Humberto: Antonio, noi esseri umani viviamo
nelle emozioni. E le emozioni non sono ornamenti della ragione. Sono
disposizioni corporee dinamiche che specificano i domini d’azione nei quali ci
muoviamo.
Antonio: Quindi se cambia l’emozione cambia
il mondo di azioni possibili.
Humberto: Certamente.
Antonio: Questo lo vedo molto chiaramente
nelle relazioni. Con una stessa persona posso trovarmi nella tenerezza e
desiderare di avvicinarmi; poco dopo posso sentirmi invaso e desiderare di
allontanarmi.
Humberto: E quale dei due è il vero Antonio?
Antonio: Avrei detto che devo scoprirlo.
Humberto: E adesso?
Antonio: Direi: entrambi sorgono in momenti
differenti del mio vivere.
Humberto: Ecco.
Antonio: Non devo trovare quello autentico
nascosto dietro gli altri.
Humberto: Non c’è un Antonio essenziale che
devi disseppellire. C’è il tuo continuo divenire nella conservazione del
vivere.
Antonio: Allora posso osservare anche il
desiderio senza trasformarlo immediatamente in un progetto.
Humberto: Naturalmente.
Antonio: Questa è un’altra cosa che sto
imparando. Posso trovare piacevole una persona, desiderarne la vicinanza,
provare attrazione, e non essere obbligato a costruire una storia.
Humberto: Chi ti obbligherebbe?
Antonio: Nessuno. Il racconto che facevo a
me stesso.
Humberto: Appunto.
Antonio: E posso anche provare piacere
nell’intimità senza che l’intimità debba necessariamente diventare sessuale.
Humberto: Certamente. L’intimità riguarda il
dominio relazionale che create.
Antonio: Questa cosa per me sta diventando
molto chiara. Essere accolto nell’intimità di qualcuno, sentire che posso
esserci senza dover conquistare il diritto di esserci, mi procura un piacere
profondissimo.
Humberto: Perché lì sorge la fiducia.
Antonio: Sì. Credo sia proprio questa la
parola.
Humberto: La fiducia fondamentale non
consiste nel sapere che l’altro farà ciò che vuoi. Consiste nel muoversi nella
relazione senza essere continuamente occupati a proteggersi dalla negazione.
Antonio: E quando questo accade, io sento di
poter semplicemente esserci.
Humberto: E che cosa vuoi fare quando accade?
Antonio: Niente.
Humberto: Niente?
Antonio: Niente nel senso di ottenere
qualcosa. Voglio continuare a stare lì.
Humberto: Allora stai cominciando a vedere
qualcosa di importante.
Antonio: Che cosa?
Humberto: Ciò che vuoi conservare.
Antonio: Eccoci alla tua domanda.
Humberto: È sempre quella.
Antonio: Che cosa voglio conservare?
Humberto: Sì. Perché il corso della vita non
è determinato da una meta futura. Il corso della vita segue ciò che viene
conservato mentre tutto il resto cambia.
Antonio: Nell’intervista dici proprio che
ciò che conta non è ciò che riusciremo a ottenere, ma ciò che stiamo
conservando adesso.
Humberto: Perché ciò che conservi specifica
il corso dei cambiamenti possibili.
Antonio: Allora provo a risponderti. Nelle
mie relazioni voglio conservare il piacere dell’incontro.
Humberto: Continua.
Antonio: Voglio conservare la possibilità di
parlare senza che ogni conversazione diventi un processo.
Humberto: Continua.
Antonio: Voglio conservare la libertà di
dire quello che sento senza dover costruire una giustificazione preventiva.
Humberto: Continua.
Antonio: Voglio conservare la reciprocità.
Humberto: Che cosa significa per te?
Antonio: Che io vedo l’altro e l’altro vede
me. Non nel senso che debba approvarmi. Nel senso che riconosca che esisto nel
mio dominio di esperienza così come io riconosco che lui esiste nel suo.
Humberto: Questo è il rispetto.
Antonio: Voglio conservare anche la
possibilità di cambiare opinione.
Humberto: Questo è fondamentale.
Antonio: Perché mi accorgo che molte
relazioni diventano prigioni proprio quando ciò che abbiamo detto ieri diventa
un contratto su ciò che dobbiamo essere domani.
Humberto: Molto bene.
Antonio: “Avevi detto che…”, “una volta
eri…”, “hai sempre fatto…”.
Humberto: E in quel momento l’altro scompare.
Antonio: Rimane il personaggio che abbiamo
costruito su di lui.
Humberto: Esatto. Non incontriamo più la
persona presente. Incontriamo la nostra descrizione della sua storia.
Antonio: E facciamo la stessa cosa con noi
stessi.
Humberto: Continuamente.
Antonio: Io sono stato questo, dunque devo
continuare a esserlo.
Humberto: Sì.
Antonio: Ma se posso riflettere, posso
sospendere quella certezza.
Humberto: Questa è precisamente la
riflessione: lasciare andare temporaneamente una certezza e guardare i
fondamenti da cui essa sorge. Nell’intervista parlavo del fanatismo proprio in
questo senso. Il fanatico non è semplicemente qualcuno che possiede convinzioni
forti. È qualcuno che non è disposto a riflettere sui fondamenti delle proprie
convinzioni.
Antonio: Può esistere un fanatismo anche
nelle relazioni amorose?
Humberto: Naturalmente.
Antonio: “Se mi ami devi…”
Humberto: Sì.
Antonio: “Se siamo sposati devi…”
Humberto: Sì.
Antonio: “Dopo tanti anni insieme non puoi…”
Humberto: Esattamente. Ogni volta che una
premessa viene sottratta alla riflessione può trasformarsi nel fondamento di
una relazione coercitiva.
Antonio: Allora forse una delle forme più
profonde dell’amore è poter dire all’altro: non devi diventare ciò che io
desidero perché io possa riconoscerti.
Humberto: Sì. Ma ricordati anche dell’altra
metà.
Antonio: Quale?
Humberto: Nemmeno tu devi diventare ciò che
l’altro desidera perché la sua esistenza sia legittima.
Antonio: Questa seconda metà è più
difficile.
Humberto: Perché?
Antonio: Perché significa assumermi la
responsabilità di ciò che scelgo.
Humberto: Precisamente.
Antonio: Non posso più dire: “Sono rimasto
perché dovevo”.
Humberto: Se rimani, stai conservando
qualcosa.
Antonio: Anche quando soffro?
Humberto: Certamente. La domanda diventa: che
cosa stai conservando attraverso quel rimanere?
Antonio: Potrei conservare la famiglia.
Humberto: Sì.
Antonio: La sicurezza.
Humberto: Sì.
Antonio: L’immagine che gli altri hanno di
me.
Humberto: Sì.
Antonio: La paura di essere solo.
Humberto: Anche.
Antonio: Oppure l’affetto.
Humberto: Naturalmente.
Antonio: Quindi non esiste una risposta
giusta.
Humberto: No. Esiste la possibilità di
diventare consapevole di ciò che stai facendo.
Antonio: E assumermene la responsabilità.
Humberto: Sì. La responsabilità sorge quando
diventi consapevole delle conseguenze delle tue azioni e puoi dire se le vuoi
oppure no.
Antonio: Questo mi riporta alla mia vita di
questi giorni. Sto osservando molto. Quando qualcosa mi irrita, invece di
fermarmi a “mi ha fatto arrabbiare”, provo a vedere che cosa è successo: che
cosa ho distinto, quale emozione è sorta, quale azione è diventata possibile.
Humberto: E che cosa succede facendo questo?
Antonio: Il mondo cambia.
Humberto: Il mondo?
Antonio: Il mondo che vivo.
Humberto: Ah! Adesso sì.
Antonio: Perché l’altra persona può aver
fatto esattamente la stessa cosa. Ma se io vedo il mio stesso operare nella
distinzione, non sono più soltanto davanti a qualcuno che “mi provoca”. Mi vedo
mentre sorgo in quella relazione.
Humberto: E in quel momento recuperi libertà.
Antonio: Perché posso scegliere?
Humberto: Perché puoi riflettere. E
riflettendo puoi domandarti se vuoi conservare il modo di vivere che stai
generando.
Antonio: Allora l’amore non mi dice
necessariamente: resta.
Humberto: No.
Antonio: Non mi dice: vattene.
Humberto: No.
Antonio: Non mi dice nemmeno chi devo amare.
Humberto: No.
Antonio: Mi mette davanti alla legittimità
dell’altro e alla mia.
Humberto: E da lì puoi scegliere.
Antonio: Humberto, allora provo a formulare
ciò che sto comprendendo. Io non posso sapere oggi quale relazione vivrò
domani. Non posso nemmeno sapere esattamente che cosa sentirò. Posso però
osservare che cosa desidero conservare adesso.
Humberto: Sì.
Antonio: Voglio conservare il piacere di
stare con qualcuno.
Humberto: Sì.
Antonio: Voglio conservare l’intimità nella
quale non devo difendermi.
Humberto: Sì.
Antonio: Voglio conservare conversazioni
nelle quali posso cambiare idea.
Humberto: Sì.
Antonio: Voglio conservare la possibilità di
essere visto senza essere corretto continuamente per diventare ciò che l’altro
pensa che io debba essere.
Humberto: Sì.
Antonio: E devo concedere esattamente la
stessa cosa all’altro.
Humberto: Altrimenti non siamo nel rispetto.
Antonio: Posso anche scoprire che due
persone, pur rispettandosi, non desiderano più lo stesso convivere.
Humberto: Certamente.
Antonio: E non sarebbe necessariamente un
fallimento.
Humberto: Perché dovrebbe esserlo?
Antonio: Perché siamo abituati a pensare
alle relazioni in termini di successo e fallimento.
Humberto: Questo accade quando giudichi il
presente rispetto a una meta prestabilita. Ma se osservi la storia di una
relazione come una deriva di trasformazioni nella quale certe cose vengono conservate
finché possono essere conservate, la domanda cambia.
Antonio: Non più: “Ha funzionato?”
Humberto: No.
Antonio: Ma: “Che cosa abbiamo vissuto?”
Humberto: E anche: “Che cosa abbiamo
conservato vivendo insieme?”
Antonio: E se oggi ciò che desideriamo
conservare è diverso?
Humberto: Dovrete conversare.
Antonio: Sempre la conversazione.
Humberto: Siamo esseri che esistono nel
conversare.
Antonio: Allora forse l’amore adulto non
consiste nel promettere all’altro che nulla cambierà.
Humberto: Sarebbe una promessa impossibile.
Antonio: Consiste piuttosto nel poter dire:
mentre tutto cambia, guardiamo insieme che cosa desideriamo conservare.
Humberto: Questo apre uno spazio.
Antonio: Uno spazio senza garanzie.
Humberto: La garanzia appartiene al
controllo.
Antonio: Uno spazio senza controllo, allora.
Humberto: Uno spazio di fiducia.
Antonio: E se un giorno scoprissimo di non
voler più conservare la stessa relazione?
Humberto: Quello sarà qualcosa su cui
riflettere quel giorno.
Antonio: Non oggi.
Humberto: Quel giorno sarà presente. Oggi non
lo è.
Antonio: E oggi?
Humberto: Oggi puoi domandarti soltanto: che
cosa vuoi conservare adesso?
Rimango in
silenzio.
Mi accorgo
che vorrei rispondere immediatamente, quasi dovessi trovare la frase conclusiva
della nostra conversazione. Poi mi accorgo che anche quella fretta è qualcosa
che sta accadendo adesso.
Guardo
Humberto.
Antonio: Il piacere di esserci.
Humberto sorride.
Humberto: Allora comincia da lì.

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