Conversazione con Humberto Maturana Il futuro non esiste: che cosa vogliamo conservare adesso?
Conversazione con Humberto Maturana Il futuro non esiste: che cosa
vogliamo conservare adesso?
Antonio: Humberto, ti propongo di partire da
una frase che, detta così, sembra quasi provocatoria: il futuro non esiste.
Humberto: E nemmeno il passato esiste,
Antonio. Esiste il presente nel quale adesso parliamo del passato e immaginiamo
il futuro.
Antonio: Ma io posso raccontarti quello che
ho fatto ieri.
Humberto: Certamente. Ma dove lo fai?
Antonio: Adesso.
Humberto: Esatto. Ricostruisci adesso ciò che
chiami ieri. E se ti domando che cosa farai domani?
Antonio: Immagino adesso ciò che potrei fare
domani.
Humberto: Per questo dico che viviamo in un presente
continuamente mutevole. Passato e futuro sorgono come dimensioni del nostro
conversare nel presente.
Antonio: E allora come possiamo domandarci
quale sia l'origine della vita, se quell'origine appartiene a un passato di
miliardi di anni fa?
Humberto: Questa è precisamente la domanda
che mi pose uno studente quando insegnavo alla Facoltà di Medicina. Mi fece
comprendere qualcosa di fondamentale: se oggi affermiamo che gli esseri viventi
ebbero origine miliardi di anni fa, dobbiamo poter distinguere nel presente
qualcosa che si è conservato attraverso quella storia.
Antonio: Quindi la domanda sull'origine
diventa: che cos'è un essere vivente adesso?
Humberto: Sì. Non possiamo andare nel
passato. Possiamo osservare il presente e proporre una storia generativa capace
di spiegare come ciò che distinguiamo oggi possa essere sorto.
Antonio: Ed è qui che compare l'autopoiesi.
Humberto: Sì. Osservando i processi
metabolici mi colpì il loro carattere ciclico. Cominciai a pensare agli esseri
viventi come reti di processi ciclici. Poi compresi qualcosa di ancora più
radicale: il risultato di questa rete siamo noi stessi.
Antonio: Quindi io non sono qualcosa che
viene fabbricato dalle mie molecole?
Humberto: No. Sei un sistema molecolare che,
attraverso una rete chiusa di produzioni molecolari, produce continuamente i
componenti che realizzano quella stessa rete.
Antonio: Mi produco continuamente?
Humberto: Finché vivi, sì. È questo che
chiamiamo autopoiesi molecolare. Nel testo della conferenza lo esprimo
dicendo che siamo sistemi molecolari che producono sé stessi.
Antonio: Ma allora ciò che è fuori di me che
cosa fa? Mi determina?
Humberto: No. Questo è un punto decisivo. Ciò
che incontri nel mezzo può innescare cambiamenti in te, ma non specifica
quali cambiamenti debbano verificarsi. Il corso del cambiamento dipende dalla
tua struttura in quell'istante.
Antonio: Quindi l'ambiente non introduce
informazioni dentro di me come un computer?
Humberto: Proprio così. Pensa a un documento
che qualcuno ti consegna dicendo: «Qui c'è tutta l'informazione necessaria».
Puoi leggerlo dieci volte e non capire nulla. Poi conversi con qualcuno e
improvvisamente acquista senso. Il significato non era una cosa contenuta nel
foglio e trasferita dentro di te.
Antonio: Questo cambia anche il modo di
pensare la nicchia ecologica.
Humberto: Radicalmente. Normalmente
immaginiamo la nicchia come un luogo già esistente nel quale un organismo
entra.
Antonio: Come una casa vuota che viene
occupata.
Humberto: Esatto. Ma non accade così. Quando
sorge un organismo, sorge con esso la sua nicchia ecologica. Organismo e
nicchia costituiscono un'unità ecologica organismo-nicchia.
Antonio: Quindi la mia nicchia non è
semplicemente il posto nel quale mi trovo.
Humberto: No. È l'ambito relazionale nel
quale il tuo vivere è possibile.
Antonio: Se io e un'altra persona guardiamo
lo stesso paesaggio, allora...
Humberto: ...non necessariamente vivete lo
stesso paesaggio. Ciascuno distingue secondo la propria storia e vive nella
propria nicchia. Per questo due amici possono fermarsi davanti allo stesso
panorama e vedere cose differenti.
Antonio: E mentre vivo, anche la mia nicchia
cambia.
Humberto: Con te. Non sei un organismo che
deve adattarsi a una nicchia immobile. Organismo e nicchia cambiano
congruentemente mentre il vivere si conserva.
Antonio: Nel linguaggio evoluzionistico si
dice invece che gli organismi si adattano all'ambiente.
Humberto: Io preferisco parlare di deriva
naturale. Gli organismi non entrano in nicchie prestabilite alle quali
devono adattarsi. Si trasformano conservando il vivere mentre cambia con loro
la nicchia ecologica.
Antonio: Hai usato l'immagine dello
sciatore.
Humberto: Sì. Lo sciatore non possiede
anticipatamente tutte le configurazioni che assumerà scendendo dalla montagna.
Scivola conservando l'equilibrio e modifica continuamente postura e movimenti
secondo ciò che accade.
Antonio: Quindi anche noi scivoliamo nel
vivere.
Humberto: Conservando ciò che rende possibile
continuare a vivere.
Antonio: Ma se tutto questo avviene
spontaneamente, dove entra l'essere umano?
Humberto: Con noi accade qualcosa di
particolare: sorge il linguaggio come modo di convivere.
Antonio: Non come sistema per trasmettere
informazioni?
Humberto: No. Come coordinazione ricorsiva
dei nostri sentire, dei nostri fare e delle nostre emozioni nel convivere.
Antonio: E dal linguaggio nasce la
riflessione?
Humberto: Nel linguaggiare possiamo rivolgere
ricorsivamente lo sguardo verso ciò che stiamo facendo. Ed è qualcosa che
impariamo prestissimo.
Antonio: Con quale domanda?
Humberto: Il bambino domanda: «Come si
fa?». L'adulto, invece, può domandargli: «Ti rendi conto di quello che
stai facendo?»
Antonio: È una domanda molto diversa.
Humberto: Straordinariamente diversa. La
prima orienta verso il fare. La seconda porta lo sguardo sul proprio fare. Il
bambino può fermarsi e dire: «Non me n'ero accorto». In quell'istante compare
uno spazio riflessivo.
Antonio: E quando compare quello spazio,
compare anche la possibilità di scegliere.
Humberto: Precisamente.
Antonio: Ma se il futuro non esiste, che
cosa scelgo?
Humberto: Non scegli il futuro. Scegli ciò
che vuoi conservare adesso.
Antonio: Questa distinzione mi sembra
fondamentale.
Humberto: Lo è. La storia della biosfera si è
trasformata spontaneamente, senza avere bisogno di finalità, significati o
progetti. Ma con il vivere umano compare la riflessione. E con la riflessione
compare la possibilità di guardare ciò che facciamo e scegliere secondo ciò che
desideriamo conservare.
Antonio: Quindi quando dico: «Voglio
costruire un certo futuro», sto formulando male il problema?
Humberto: Potremmo formularlo in maniera più
precisa.
Antonio: Come?
Humberto: Domandandoti:
«Che cosa
voglio conservare adesso affinché dal mio vivere possa sorgere un futuro nel
quale desidererei trovarmi?»
Antonio: Allora il futuro non guida il
presente.
Humberto: No. Il futuro non è ancora
accaduto.
Antonio: È ciò che conservo nel presente a
orientare la deriva.
Humberto: Sì. E questo restituisce la
responsabilità a noi.
Antonio: Perché non posso dire: «Lo faccio
oggi perché il futuro me lo impone».
Humberto: Esatto. Sei tu che, nel presente,
scegli qualcosa perché desideri conservarlo.
Antonio: Anche quando non me ne rendo conto?
Humberto: Certamente. Ma la riflessione apre
una possibilità nuova: posso guardare ciò che sto conservando senza
accorgermene e domandarmi se desidero continuare a conservarlo.
Antonio: Quindi riflettere non significa
semplicemente pensare di più.
Humberto: No. Significa cambiare posizione
rispetto al proprio vivere: vedere il proprio fare mentre lo si sta facendo.
Antonio: Humberto, allora forse la domanda
sul futuro non dovrebbe essere: «Che cosa mi accadrà?».
Humberto: Quale sarebbe la tua domanda?
Antonio: «Che cosa sto conservando adesso
con il modo in cui vivo?»
Humberto: E subito dopo?
Antonio: «È questo ciò che desidero
conservare?»
Humberto: E se la risposta fosse no?
Antonio: Posso cambiare ciò che faccio
adesso.
Humberto: Ecco lo spazio della libertà
riflessiva.
Antonio: Non controllo il futuro.
Humberto: No.
Antonio: Non posso tornare nel passato.
Humberto: No.
Antonio: Ma posso osservare ciò che faccio
nel presente.
Humberto: Sì.
Antonio: Posso rendermi conto di ciò che sto
conservando.
Humberto: Sì.
Antonio: E posso scegliere se continuare a
conservarlo.
Humberto: Questo è il punto.
Antonio: Allora la domanda fondamentale
dell'umano diventa sorprendentemente semplice.
Humberto: Dilla.
Antonio: Come voglio vivere adesso?
Humberto: Sì. Perché è soltanto nell'adesso
che puoi fare qualcosa affinché il futuro, quando diventerà presente, possa
risultare simile a quello che oggi desideri. È precisamente il problema con cui
si conclude la conferenza: che cosa vogliamo conservare ora, attraverso il
conversare riflessivo, affinché il futuro possa risultare come vorremmo?
La domanda che rimane
Antonio: Dunque non devo chiedermi
continuamente dove sto andando.
Humberto: Puoi farlo, ma ricordando che la
risposta viene sempre formulata nel presente.
Antonio: È forse più radicale domandarmi:
«Nel modo in
cui sto vivendo proprio adesso, che cosa sto facendo affinché continui ad
accadere?»
Humberto: Sì.
Antonio: E poi:
«Voglio
davvero che continui?»
Humberto: Ed è lì, Antonio, che comincia la
riflessione.

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