Conversazione tra Antonio Bruno e Humberto Maturana REALTÀ, ILLUSIONE E FANTASIA



 Conversazione tra Antonio Bruno e Humberto Maturana REALTÀ, ILLUSIONE E FANTASIA

Siamo ancora seduti al tavolo. Il sole è ormai basso. Ripenso alle nostre conversazioni sulla realtà, sul distinguere, sui mondi che facciamo emergere vivendo.

Antonio: Humberto, c’è una cosa che continua a sembrarmi difficile. Se diciamo che tutto ciò che viviamo è valido nel momento in cui lo viviamo, che differenza rimane tra realtà, illusione e fantasia?

Humberto: La differenza non sta nella validità dell’esperienza mentre la vivi.

Antonio: Spiegami.

Humberto: Se stai vivendo qualcosa, quell’esperienza sta realmente accadendo nel tuo vivere. Non puoi, mentre la vivi, uscirne per confrontarla con una realtà indipendente da te e stabilire definitivamente: «Questo è reale, questo invece è illusorio».

Antonio: Quindi anche un’illusione è reale?

Humberto: È reale come esperienza vissuta. Non confondere i domini.


Antonio: Facciamo un esempio semplice. Di notte sento un rumore e penso che qualcuno sia entrato in casa.

Humberto: Hai paura?

Antonio: Sì.

Humberto: Il cuore accelera?

Antonio: Probabilmente sì.

Humberto: Ti alzi, ascolti, magari accendi la luce.

Antonio: Certo.

Humberto: Poi scopri che era una finestra mossa dal vento.

Antonio: E dico: «Mi ero sbagliato».

Humberto: Ma quando avevi paura, quella paura era forse falsa?

Antonio: No. La stavo vivendo.

Humberto: E ha modificato concretamente ciò che hai fatto.


Antonio: Quindi l’errore compare dopo.

Humberto: Esattamente. Compare quando confronti quell’esperienza con un’altra esperienza che scegli di considerare valida.

Antonio: Prima: «C’è qualcuno in casa». Dopo: accendo la luce, controllo e vedo che non c’è nessuno.

Humberto: E distingui retrospettivamente la prima esperienza come errore o illusione.

Antonio: Ma non puoi cancellare il fatto che l’ho vissuta.

Humberto: Né le conseguenze che ha avuto sul corso del tuo vivere.


Antonio: E la fantasia?

Humberto: Vale lo stesso principio.

Antonio: Se immagino qualcosa che non sta accadendo?

Humberto: L’immaginazione accade.

Antonio: Anche se ciò che immagino non accade nel dominio nel quale dico di immaginarlo.

Humberto: Precisamente.

Antonio: Se immagino di essere su una spiaggia mentre sono seduto qui con te, non sono materialmente su quella spiaggia.

Humberto: Ma stai vivendo l’esperienza dell’immaginarla.

Antonio: E quell’immaginazione può modificare il mio stato d’animo.

Humberto: Può modificare il tuo sentire, il tuo emozionare e ciò che farai successivamente.


Antonio: Allora realtà, illusione e fantasia non sono tre contenitori completamente separati.

Humberto: Sono distinzioni che facciamo nel nostro vivere riflessivo.

Antonio: Ma tutte accadono nel vivere.

Humberto: Sì.


Antonio: Nel testo dici una cosa ancora più radicale: tutto ciò che distinguiamo, nel momento in cui lo viviamo, entra a far parte della realtà che viviamo.

Humberto: Perché modula il corso del nostro vivere.

Antonio: Anche una fantasia?

Humberto: Certamente.

Antonio: Posso immaginare qualcosa, emozionarmi per ciò che immagino e poi agire diversamente.

Humberto: E allora quella fantasia ha partecipato concretamente alla trasformazione del tuo vivere.


Antonio: Ma come impariamo ciò che chiamiamo realtà?

Humberto: Vivendo con gli altri.

Antonio: Quindi neppure la realtà è semplicemente qualcosa che troviamo già pronta?

Humberto: Impariamo a vivere nelle distinzioni che la nostra comunità conserva come realtà.


Antonio: Come accade?

Humberto: Pensa a un bambino.

Antonio: Va bene.

Humberto: Il bambino tocca, cade, piange, afferra, guarda, gioca. Gli adulti che vivono con lui orientano continuamente il suo fare.

Antonio: «Guarda qui».

Humberto: Sì.

Antonio: «Questa è la tua mano».

Humberto: Sì.

Antonio: «Quello è il tavolo».

Humberto: Sì.

Antonio: «Ti sei fatto male?».

Humberto: Anche.

Antonio: E poco a poco emerge un mondo condiviso.

Humberto: Un mondo di coordinazioni consensuali di distinzioni.


Antonio: E contemporaneamente emerge il bambino come qualcuno che può distinguere sé stesso.

Humberto: Precisamente.

Antonio: Per questo attribuisci tanta importanza alla domanda: «Vedi quello che stai facendo?».

Humberto: Perché quella domanda orienta il bambino ricorsivamente verso il proprio operare.

Antonio: Non soltanto: «Guarda quella cosa».

Humberto: Ma: «Guarda te stesso mentre fai».


Antonio: E lì compare la coscienza di sé?

Humberto: Compare e si conserva un modo di convivere nel quale la persona può diventare oggetto delle proprie distinzioni.

Antonio: Quindi la coscienza di sé non è una lampadina che improvvisamente si accende dentro il cervello.

Humberto: No. Non è una cosa.

Antonio: È un modo di operare relazionalmente.

Humberto: Un modo ricorsivo di vivere nel conversare.


Antonio: Dunque coscienza di sé e realtà nascono nello stesso spazio relazionale.

Humberto: Si apprendono entrambe nel convivere.

Antonio: Imparo a distinguere il tavolo e contemporaneamente imparo a distinguere me che vedo il tavolo.

Humberto: Sì.

Antonio: Imparo il mondo e imparo me stesso nel mondo.

Humberto: E tutto questo accade nel linguaggiare e nel conversare con coloro con i quali cresci.


Antonio: Però le persone, crescendo, diventano molto differenti.

Humberto: Naturalmente.

Antonio: Abbiamo gusti diversi, desideri diversi, paure diverse, modi differenti di spiegare ciò che viviamo.

Humberto: Perché ciascuno percorre una propria deriva ontogenetica all’interno della storia culturale nella quale vive.

Antonio: E durante l’infanzia si formano orientamenti relazionali che poi possono conservarsi.

Humberto: Sì.


Antonio: E successivamente cerchiamo di giustificarli?

Humberto: Molto spesso.

Antonio: Qui la cosa diventa interessante. Prima desidero qualcosa e poi costruisco una spiegazione razionale che giustifica il mio desiderio?

Humberto: Può accadere.

Antonio: Mentre io penso che sia stata la ragione a produrre la scelta.

Humberto: È frequente che chiamiamo razionale una costruzione argomentativa che conserva un orientamento del vivere che abbiamo già accolto.


Antonio: Quindi dovrei domandarmi non soltanto: «Il mio ragionamento è corretto?».

Humberto: Ma anche?

Antonio: «Da quale sentire intimo nasce il mondo nel quale questo ragionamento mi appare valido?».

Humberto: Questa è una domanda molto più ampia.


Antonio: È per questo che insistete tanto sul mostrare il criterio di validazione delle proprie affermazioni?

Humberto: Sì. Non diciamo: «Questa è la verità perché corrisponde alla realtà in sé».

Antonio: Diciamo invece: «Queste sono le operazioni attraverso le quali considero valida questa spiegazione».

Humberto: Esattamente.

Antonio: In questo modo non nascondo il fondamento del mio spiegare.

Humberto: E mantieni aperta la possibilità della riflessione.


Antonio: Però ci sono domande che sembrano resistere a qualunque spiegazione.

Humberto: Quali?

Antonio: Per esempio: perché viviamo? Che cosa accade quando moriamo? Esiste un Creatore? Perché esiste qualcosa anziché nulla?

Humberto: Sono domande antiche del vivere umano.

Antonio: E nessuna spiegazione sembra farle scomparire definitivamente.

Humberto: Perché possono conservarsi come sentire intimi culturali, come inquietudini che ricompaiono nelle nostre reti di conversazioni.


Antonio: Allora la vostra proposta non consiste nel fornire finalmente la risposta definitiva.

Humberto: No.

Antonio: Ma nel guardare come generiamo la domanda.

Humberto: E nel vedere da quale dominio pretendiamo di rispondervi.


Antonio: Per esempio, quando chiedo del Creatore potrei pretendere di parlare di qualcosa che esiste indipendentemente dal mio operare.

Humberto: E lì devi accorgerti del salto che stai compiendo.

Antonio: Perché non posso uscire dal mio operare per verificare qualcosa indipendente da esso.

Humberto: Esattamente.

Antonio: Posso vivere la fede.

Humberto: Sì.

Antonio: Posso vivere un’esperienza spirituale.

Humberto: Certamente.

Antonio: Posso costruire una spiegazione religiosa.

Humberto: Sì.

Antonio: Ma devo distinguere questi domini dalla pretesa di dimostrare una realtà trascendente indipendente dal mio distinguere.

Humberto: Se vuoi conservare chiarezza riflessiva, sì.


Antonio: Arriviamo allora alle grandi dualità.

Humberto: Quali?

Antonio: Mente e corpo.

Humberto: Una distinzione.

Antonio: Spirito e materia.

Humberto: Una distinzione.

Antonio: Bene e male.

Humberto: Una distinzione.

Antonio: Realtà e fantasia.

Humberto: Una distinzione.

Antonio: Dio e demonio.

Humberto: Ancora distinzioni.


Antonio: Ma dire che sono distinzioni non significa dire che sono irrilevanti.

Humberto: Assolutamente no.

Antonio: Possono organizzare intere culture.

Humberto: E intere vite.

Antonio: Possono generare amore, paura, guerre, sacrifici, opere d’arte, istituzioni...

Humberto: Perché ciò che distinguiamo entra nel nostro vivere e può orientare ciò che facciamo.


Antonio: Il problema nasce quando dimentichiamo di aver compiuto la distinzione.

Humberto: Sì.

Antonio: E trasformiamo i due termini in entità autonome.

Humberto: Che poi immaginiamo contrapposte.

Antonio: Prima separiamo mente e corpo...

Humberto: ...e poi ci domandiamo come possano interagire.

Antonio: Separiamo spirito e materia...

Humberto: ...e poi cerchiamo il ponte che possa ricongiungerli.

Antonio: Separiamo realtà e fantasia...

Humberto: ...e dimentichiamo che entrambe sorgono come distinzioni nel nostro vivere.


Antonio: Quindi la frammentazione può generare problemi che esistono soltanto dopo che abbiamo frammentato.

Humberto: Precisamente.


Rimango in silenzio per qualche secondo.

Antonio: Humberto, allora che cosa significa dissolvere queste entità fittizie?

Humberto: Non significa proibirne le parole.

Antonio: Né dire che non posso più parlare di anima, spirito, bene, male, realtà o fantasia.

Humberto: Naturalmente no.

Antonio: Significa recuperare il processo attraverso il quale quelle distinzioni sono sorte.

Humberto: Sì.

Antonio: Tornare a vedere la totalità.

Humberto: Esattamente.


Antonio: La totalità di che cosa?

Humberto: Del vivere nell’unità ecologica organismo-nicchia.

Antonio: Quindi io non sono una mente dentro un corpo collocato dentro un ambiente.

Humberto: Questa è una possibile descrizione, ma non devi confonderla con il vivere stesso.

Antonio: Nel vivere concreto esisto come una totalità relazionale nella continua realizzazione della mia autopoiesi molecolare e della mia relazione con la nicchia che integro.

Humberto: Sì.


Antonio: Allora posso tornare alla domanda iniziale: realtà, illusione e fantasia.

Humberto: Torniamoci.

Antonio: Se immagino qualcosa, quella fantasia non diventa per questo un evento materiale nel dominio nel quale la sto immaginando.

Humberto: Corretto.

Antonio: Ma la fantasia esiste come esperienza nel mio vivere.

Humberto: Sì.

Antonio: E può modificare i miei sentire.

Humberto: Sì.

Antonio: I miei sentire possono modificare il mio emozionare.

Humberto: Sì.

Antonio: Il mio emozionare modifica il dominio delle azioni possibili.

Humberto: Esattamente.

Antonio: E quindi qualcosa che chiamo fantasia può trasformare concretamente il corso della mia vita.

Humberto: Questo accade continuamente.


Antonio: Allora non devo domandarmi soltanto: «È reale o è fantasia?».

Humberto: Che cosa potresti domandarti?

Antonio: «In quale dominio è reale ciò che sto vivendo?»

Humberto: Bene.

Antonio: «Come lo sto distinguendo?»

Humberto: Sì.

Antonio: «Quali sentire intimi genera o conserva?»

Humberto: Continua.

Antonio: «E che cosa faccio vivendo questa esperienza come valida?»

Maturana sorride.

Humberto: E questa ultima domanda ti restituisce la responsabilità.


Antonio: Perché non posso sempre scegliere ciò che emerge nella mia esperienza.

Humberto: No.

Antonio: Posso avere una fantasia, una paura, un’immagine, un pensiero inatteso.

Humberto: Certamente.

Antonio: Ma posso osservarmi mentre vivo ciò che vivo.

Humberto: Ed è qui che compare la riflessione.

Antonio: E nella riflessione posso domandarmi se desidero conservare il mondo che sto generando.

Humberto: Precisamente.


Antonio: Forse allora la coscienza di sé non serve a scoprire finalmente quale sia la realtà assoluta.

Humberto: No.

Antonio: Serve a poter vedere me stesso mentre partecipo alla generazione del mondo che vivo.

Humberto: Questo cambia tutto.

Antonio: Perché non sono più soltanto qualcuno al quale il mondo accade.

Humberto: Sei anche qualcuno che può osservare come vive ciò che gli accade.


Antonio: E forse è questa la differenza decisiva.

Humberto: Quale?

Antonio: Non posso collocarmi fuori dal vivere per conoscere una realtà indipendente dal mio vivere.

Humberto: No.

Antonio: Ma posso tornare ricorsivamente sul mio stesso vivere.

Humberto: Sì.

Antonio: Posso osservare come distinguo.

Humberto: Sì.

Antonio: Posso osservare che cosa considero valido.

Humberto: Sì.

Antonio: Posso vedere quali mondi genero attraverso quelle distinzioni.

Humberto: Sì.

Antonio: E posso domandarmi se desidero continuare a viverli.

Humberto: È lì che nasce la libertà riflessiva.


Antonio: Allora la domanda conclusiva non è più soltanto: «Quello che vivo è realtà, illusione o fantasia?»

Humberto: Qual è?

Antonio: «Che mondo genero quando vivo ciò che vivo come valido?»

Humberto: E ancora?

Antonio: «Desidero vivere quel mondo?»

Humberto guarda il mare.

Humberto: Quando puoi porti sinceramente questa domanda, non hai trovato una realtà indipendente da te.

Antonio: Che cosa ho trovato?

Humberto: Hai ritrovato te stesso nel tuo operare come osservatore.

Antonio: E la realtà?

Humberto: È il mondo che stai vivendo mentre distingui, senti, conversi e agisci.

Antonio: E l’illusione?

Humberto: Un’esperienza che un’altra esperienza potrà condurti a distinguere diversamente.

Antonio: E la fantasia?

Humberto: Uno dei mondi che possiamo generare nel conversare e nell’immaginare, capace anch’esso di trasformare il nostro vivere.

Antonio: Quindi la questione fondamentale ritorna sempre alla stessa domanda.

Humberto: Quale?

Antonio: «Vedendo ciò che sto facendo nel mondo che sto generando, desidero continuare a farlo?»

Humberto: Ecco. È questa la domanda che trasforma la coscienza di sé in responsabilità.

 





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