Conversazione con Humberto Maturana Epigenesi dello spiegare: quando una domanda contiene già l’errore
Conversazione con Humberto Maturana Epigenesi dello spiegare: quando una domanda contiene già l’errore
Antonio
Bruno:
Humberto, c’è una cosa che mi sembra difficile da accettare. Se tutto ciò che
accade nel mio organismo ha una realizzazione materiale, perché non dovrei
poter spiegare ciò che vivo attraverso la fisica, fino ad arrivare magari alla
fisica quantistica?
Humberto
Maturana:
Puoi certamente spiegare molti processi del tuo organismo attraverso la fisica
e la chimica. Il problema nasce quando pretendi che, spiegando quei processi,
tu abbia spiegato anche un fenomeno che appartiene a un altro dominio.
Antonio:
Fammi un esempio.
Humberto:
Tu ed io stiamo conversando.
Antonio:
Sì.
Humberto:
Affinché questa conversazione possa accadere devono realizzarsi in noi
innumerevoli processi molecolari, cellulari, neurofisiologici.
Antonio:
Senza di essi non potremmo conversare.
Humberto:
Certamente. Ma da questo non consegue che la conversazione sia un
processo molecolare.
Antonio:
Perché la conversazione accade nel dominio relazionale.
Humberto:
Precisamente.
Antonio:
Quindi stiamo tornando a una distinzione che abbiamo già incontrato: non
confondere i domini.
Humberto:
È una distinzione fondamentale. Il dominio dei processi quantistici e quello
dei processi relazionali del vivere umano sono domini disgiunti.
Antonio:
Ma entrambi appartengono al mondo che distinguo come osservatore.
Humberto:
Sì. Ed entrambi sorgono nel tuo operare come osservatore quando distingui e
spieghi le regolarità che li costituiscono.
Antonio:
E l’osservatore non è un’entità astratta.
Humberto:
No. L’osservatore è sempre un essere umano vivente, corporeo, che realizza la
propria autopoiesi molecolare nell’unità ecologica organismo-nicchia e che
esiste come persona nel linguaggiare, nel conversare e nel riflettere.
Antonio:
Allora arriviamo alla domanda fondamentale: che cosa faccio quando spiego
qualcosa?
Humberto:
Quando spieghi proponi un meccanismo generativo.
Antonio:
Cioè?
Humberto:
Proponi un processo tale che, se venisse lasciato operare secondo le coerenze
che gli attribuisci, produrrebbe come risultato proprio l’esperienza che
desideri spiegare.
Antonio:
Quindi una spiegazione non è semplicemente una descrizione più dettagliata.
Humberto:
No.
Antonio:
È una proposta generativa.
Humberto:
Esatto.
Antonio:
Proviamo con qualcosa di semplice.
Vedo piovere
e domando: «Perché piove?».
Humberto:
E puoi proporre un insieme di processi atmosferici che, operando secondo
determinate coerenze, generano ciò che distingui come pioggia.
Antonio:
Quindi utilizzo le regolarità di alcune esperienze per spiegare le regolarità
di un’altra esperienza.
Humberto:
Questo è il punto.
Spieghiamo le nostre esperienze mediante le coerenze
delle nostre esperienze.
Antonio:
Aspetta. Questa frase è epistemologicamente molto forte.
Humberto:
Perché?
Antonio:
Perché significa che quando spiego non esco dalla mia esperienza per
raggiungere una realtà indipendente da me.
Humberto:
Esattamente.
Antonio:
Utilizzo certe coerenze sensoriali-operazionali-relazionali del mio vivere per
proporre un meccanismo capace di generare altre coerenze del mio vivere.
Humberto:
Sì.
Antonio:
Quindi non sto mostrando «come la realtà è in sé».
Humberto:
Stai mostrando un meccanismo generativo che, se accettato e fatto operare,
genera l’esperienza che desideri spiegare.
Antonio:
E quando una spiegazione è sbagliata?
Humberto:
Dobbiamo essere precisi. Può accadere che il meccanismo generativo proposto non
generi ciò che pretende di generare.
Antonio:
Per esempio perché ho preso elementi da un dominio e ho preteso che
producessero direttamente fenomeni appartenenti a un altro?
Humberto:
Esattamente.
Hai confuso domini.
Antonio:
Torniamo alla coscienza. Potrei domandare: «Quale processo quantistico genera
la mia coscienza?».
Humberto:
E io ti chiederei anzitutto: sei sicuro che la domanda sia formulata nel
dominio nel quale accade ciò che vuoi spiegare?
Antonio:
La coscienza, secondo quanto abbiamo detto, accade nel dominio relazionale del
mio vivere-convivere.
Humberto:
Sì.
Antonio:
I processi quantistici appartengono invece a un dominio di coerenze operative
differente.
Humberto:
Sì.
Antonio:
Quindi potrei aver formulato una domanda che contiene già una confusione.
Humberto:
Precisamente.
Antonio:
Questo è interessante perché normalmente, quando non troviamo una risposta,
pensiamo di non possedere ancora conoscenze sufficienti.
Humberto:
Mentre talvolta il problema non è la mancanza della risposta.
Antonio:
È la domanda.
Humberto:
Sì.
Antonio:
Quindi una delle operazioni epistemologiche più importanti potrebbe essere
questa:
prima di cercare la risposta, osservare la domanda.
Humberto:
E domandarti quali presupposti contiene.
Antonio:
Perché la domanda può già avere deciso quale mondo deve esistere affinché essa
abbia senso.
Humberto:
Esattamente.
Antonio:
Facciamo l’esempio dei colori che proponi nel testo.
Humberto:
Domandiamo: «Come coglie il sistema nervoso la composizione spettrale dei
diversi colori che mostriamo su uno schermo?».
Antonio:
Sembra una domanda scientificamente perfettamente legittima.
Humberto:
Eppure contiene già un presupposto.
Antonio:
Che i colori esistano là fuori e che il sistema nervoso debba captarli.
Humberto:
Precisamente.
Antonio:
Come se esistesse prima il rosso nel mondo e poi il sistema nervoso dovesse
costruire una rappresentazione interna di quel rosso.
Humberto:
E questo non è ciò che osserviamo nel funzionamento del sistema nervoso.
Antonio:
Che cosa osserviamo?
Humberto:
Un sistema nervoso che opera come una rete chiusa di cambiamenti nelle
relazioni di attività.
Antonio:
Perturbato dalle interazioni sensoriali.
Humberto:
Sì, ma il sistema nervoso non incontra «il rosso» come un oggetto che deve
introdurre dentro di sé.
Antonio:
Quindi la domanda «come fa il cervello a vedere il rosso che sta fuori?»
contiene già una teoria della percezione.
Humberto:
Esattamente.
Antonio:
E se quella teoria è inadeguata, posso passare cinquant’anni a cercare una
risposta a una domanda mal formulata.
Humberto:
Questo può accadere in qualunque dominio della conoscenza.
Antonio:
C’è poi il secondo esempio: l’elettrone.
Humberto:
Sì.
Antonio:
Domandiamo: «L’elettrone è una particella oppure un’onda?»
Humberto:
E nuovamente dobbiamo osservare la domanda.
Antonio:
Perché «particella» e «onda» sono distinzioni che provengono da un particolare
dominio operativo.
Humberto:
Dal dominio nel quale quelle nozioni possiedono determinate coerenze.
Antonio:
E pretendiamo di trasferirle senza modificazioni al dominio quantistico.
Humberto:
E così possiamo generare un problema che nasce dal nostro stesso modo di
domandare.
Antonio:
Quindi non sarebbe necessariamente l’elettrone a essere misteriosamente «due
cose contraddittorie».
Humberto:
Ciò che devi innanzitutto esaminare è se le categorie mediante le quali stai
formulando la domanda appartengano alle coerenze operative del dominio che vuoi
spiegare.
Antonio:
Ancora una volta: non confondere domini.
Humberto:
Sì.
Antonio:
Adesso capisco perché chiami tutto questo epigenesi dello spiegare.
Humberto:
Dimmi che cosa hai capito.
Antonio:
Anche il nostro modo di spiegare possiede una storia.
Non nasciamo
sapendo formulare spiegazioni. Nel nostro vivere-convivere impariamo
distinzioni, categorie, criteri di validazione, modi di domandare e modi di
accettare le risposte.
Humberto:
Continua.
Antonio:
Queste modalità si conservano nelle reti di conversazioni nelle quali
cresciamo: famiglia, scuola, università, scienza, filosofia, religione,
politica.
Humberto:
Sì.
Antonio:
E così impariamo non soltanto le risposte.
Impariamo
soprattutto quali domande ci sembra naturale formulare.
Humberto:
Questo è fondamentale.
Antonio:
Quindi la storia culturale può diventare invisibile dentro una domanda.
Humberto:
Sì.
Antonio:
Io credo di stare semplicemente chiedendo «come stanno le cose», mentre sto già
operando dentro una matrice di distinzioni che stabilisce che cosa considero
una cosa, una causa, un effetto, un dentro, un fuori, un soggetto, un oggetto.
Humberto:
Ed è proprio quando quelle premesse diventano invisibili che rischi
maggiormente di trasformarle in proprietà della realtà.
Antonio:
Questo vale anche nella vita quotidiana?
Humberto:
Naturalmente.
Antonio:
Prendiamo la conversazione che abbiamo fatto sulla relazione.
Io potrei
domandarmi:
«Perché
quella persona non mi rende più felice?»
Humberto:
E che cosa presuppone questa domanda?
Antonio:
Che quella persona possieda la capacità di produrre la mia felicità.
Humberto:
E quindi?
Antonio:
Potrei cercare una risposta per anni senza accorgermi che ho già costruito il
problema attribuendo all’altro qualcosa che appartiene alla dinamica
relazionale del nostro convivere.
Humberto:
Esatto.
Antonio:
Potrei allora riformulare:
«Che cosa accade nel nostro convivere affinché io viva
adesso questo incontro senza la leggerezza che vivevo prima?»
Humberto:
Ora hai cambiato dominio esplicativo.
Antonio:
Non cerco più una proprietà nascosta dell’altra persona.
Humberto:
Osservi una dinamica relazionale.
Antonio:
E potrei commettere lo stesso errore con me stesso.
Humberto:
Certamente.
Antonio:
Potrei chiedermi: «Quale sostanza chimica mi fa sentire oppresso quando sto con
quella persona?».
Humberto:
Puoi studiare perfettamente le trasformazioni neurofisiologiche e ormonali che
accompagnano quell’esperienza.
Antonio:
Ma se credo di aver spiegato con questo la relazione che sto vivendo, ho
saltato di dominio.
Humberto:
Esatto. Hai spiegato alcuni processi della realizzazione corporea che
partecipano alla possibilità del tuo vivere; non per questo hai spiegato il
particolare modo relazionale nel quale stai vivendo con quella persona.
Antonio:
Quindi riduzionismo significa anche questo: pretendere che la spiegazione dei
componenti produca automaticamente la spiegazione della totalità.
Humberto:
Sì. Ricorda ciò che abbiamo detto sulla composizione e sulla totalità.
Antonio:
La totalità esiste in un dominio differente da quello dei suoi componenti.
Humberto:
Esattamente.
Antonio:
Una conversazione non è contenuta nelle molecole che rendono possibile il
parlare.
Humberto:
No.
Antonio:
Un amore non è contenuto in un ormone.
Humberto:
No.
Antonio:
Una decisione politica non è contenuta in un neurone.
Humberto:
No.
Antonio:
E una coscienza non è contenuta in un elettrone.
Humberto:
Precisamente.
Antonio:
Ma non stiamo negando molecole, neuroni, ormoni o processi quantistici.
Humberto:
Assolutamente no.
Antonio:
Stiamo dicendo qualcosa di più rigoroso: ciascun fenomeno deve essere spiegato
rispettando il dominio nel quale viene distinto.
Humberto:
Questa è la questione.
Antonio:
Allora potrei costruire una specie di disciplina dello spiegare.
Humberto:
Come?
Antonio:
Quando qualcosa mi incuriosisce, prima di cercare una spiegazione potrei
domandarmi:
Primo: che cosa sto effettivamente
distinguendo?
Secondo: in quale dominio accade ciò che sto
distinguendo?
Terzo: quali sono le coerenze operative di
quel dominio?
Quarto: quale meccanismo generativo sto
proponendo?
Quinto: se quel meccanismo operasse,
genererebbe davvero ciò che voglio spiegare?
Sesto: oppure sto utilizzando elementi
appartenenti a un dominio diverso?
Humberto:
E aggiungerei un’altra domanda.
Antonio:
Quale?
Humberto:
«Che cosa sto presupponendo nel modo stesso in cui ho
formulato la domanda?»
Antonio:
Questa forse viene prima di tutte.
Humberto:
Molto spesso sì.
Antonio:
Perché potrei scoprire che il problema che cercavo di risolvere non esisteva
prima della mia domanda.
Humberto:
Esisteva come problema proprio nella matrice di distinzioni che rendeva
possibile quella domanda.
Antonio:
Questo cambia anche il significato dell’errore.
Humberto:
In che senso?
Antonio:
Quando una spiegazione non funziona, non devo necessariamente aggiungere sempre
nuove ipotesi per salvarla.
Posso
fermarmi e domandarmi:
«E se stessi facendo la domanda sbagliata?»
Humberto:
E questa domanda può dissolvere un problema invece di risolverlo.
Antonio:
Dissolverlo?
Humberto:
Sì. Alcuni problemi scompaiono quando scompare la confusione di domini che li aveva
generati.
Antonio:
Mi sembra che questo abbia conseguenze enormi anche fuori dalla scienza.
Humberto:
Certamente.
Antonio:
Se chiedo: «Perché quella persona è cattiva?», ho già trasformato una
configurazione di comportamenti che distinguo in una proprietà ontologica della
persona.
Se chiedo:
«Perché non riesco più a essere quello di una volta?», presuppongo che esista
un io stabile che dovrebbe conservarsi identico.
Se chiedo:
«Perché devo controllare ciò che accadrà?», potrei aver già trasformato il
futuro in qualcosa che esiste e che dovrebbe essere dominato.
Humberto:
Vedi dunque quanto il nostro modo di domandare partecipa al mondo nel quale poi
cerchiamo le risposte.
Antonio:
Ecco l’epigenesi dello spiegare: ogni spiegazione che accetto modifica il modo
con cui successivamente osserverò e formulerò nuove domande.
Humberto:
Sì.
Antonio:
La spiegazione non termina quando dico «ho capito».
Humberto:
No. Entra nel corso del tuo vivere.
Antonio:
Diventa una nuova premessa del mio osservare.
Humberto:
E modifica il campo delle distinzioni successive.
Antonio:
Quindi c’è una ricorsione:
distinguo →
domando → spiego → accetto una spiegazione → cambia il mio modo di distinguere
→ sorgono nuove domande → genero nuove spiegazioni.
Humberto:
Questa è una buona descrizione dell’epigenesi dello spiegare nel vivere umano.
Antonio:
E allora comprendo anche qualcosa di ciò che mi è accaduto attraverso tutte
queste conversazioni.
Non sto
accumulando semplicemente spiegazioni sul mondo.
Humberto:
Che cosa stai facendo?
Antonio:
Sto imparando a osservare come spiego.
Humberto:
E che cosa accade quando osservi il tuo spiegare?
Antonio:
Posso distinguere la spiegazione dall’esperienza.
Posso vedere
i presupposti che introduco.
Posso
accorgermi quando trasformo una relazione in una cosa.
Posso
accorgermi quando attribuisco all’altro ciò che nasce nel nostro convivere.
Posso
accorgermi quando confondo il dominio corporeo con quello relazionale.
E
soprattutto posso cambiare domanda.
Humberto:
E che cosa cambia quando cambia la domanda?
Antonio:
Cambia ciò che posso vedere.
Humberto:
E quando cambia ciò che puoi vedere?
Antonio:
Cambia ciò che posso fare.
Humberto:
E quando cambia ciò che puoi fare?
Antonio:
Cambia il mondo che posso vivere.
Humberto:
Allora puoi comprendere perché lo spiegare non è un’attività innocente.
Antonio:
Perché le spiegazioni che accetto entrano nella mia epigenesi.
Humberto:
Sì.
Antonio:
Diventano parte della matrice dalla quale continuo a distinguere, sentire e
agire.
Humberto:
Precisamente.
Antonio:
Allora vorrei concludere con una formulazione.
Non basta domandarmi se la mia risposta è corretta.
Devo osservare se la mia domanda appartiene al dominio nel quale accade ciò che
desidero spiegare.
E poi devo
ricordare che ogni spiegazione che accetto non mi consegna una realtà
indipendente da me: entra nel mio vivere e modifica il modo in cui continuerò a
osservare.
Humberto:
E quindi?
Antonio:
Quindi sono responsabile anche delle spiegazioni che scelgo di conservare.
Humberto:
Perché?
Antonio:
Perché attraverso di esse genero le domande successive, distinguo ciò che mi
accade e oriento il mio fare.
Forse,
allora, davanti a qualcosa che non comprendo, prima ancora di chiedermi:
«Qual è la
risposta?»
posso
fermarmi e chiedermi:
«Che cosa sto distinguendo?»
«In quale dominio accade?»
«Quale presupposto ho nascosto nella mia domanda?»
E
soprattutto:
«La spiegazione che sto costruendo genera davvero ciò
che desidero spiegare, oppure sto confondendo mondi differenti?»
Humberto:
Ed è proprio quando riesci a osservare anche il tuo spiegare che lo spiegare
stesso diventa parte della tua coscienza riflessiva.
Antonio:
Allora non osservo più soltanto il mondo che distinguo.
Osservo me
stesso mentre lo spiego.
E posso
scegliere se desidero continuare a vivere nel mondo che quella spiegazione
contribuisce a generare.

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