Conversazione con Humberto Maturana – La denominazione di ciò che è distinto
Conversazione con Humberto Maturana – La denominazione di ciò che è distinto
Siamo seduti
al solito tavolo. Davanti a noi ci sono due tazzine di caffè. Humberto ne
prende una, la solleva e me la mostra.
Io: Humberto, quando distinguo questa
tazzina, che cosa distinguo per prima cosa?
Maturana: Una totalità.
Io: Non i suoi componenti?
Maturana: No. Nell'operazione primaria di
distinzione emerge come un'unità semplice. Tu dici: «Questa è una tazzina».
Io: Eppure so che è composta di
materia, ha una parete, un fondo, un manico...
Maturana: Certamente. Ma tutto questo compare
quando cambi domanda.
Io: Quale domanda?
Maturana: Quando non ti basta più distinguere
la tazzina e cominci a domandarti: «Come è fatta? Come sorgono le proprietà che
le permettono di essere ciò che è?».
Io: Quindi prima emerge la totalità e
soltanto dopo, se voglio spiegarla, distinguo i componenti.
Maturana: Esattamente.
Io: È curioso. Normalmente pensiamo il
contrario: prima esistono i pezzi e poi i pezzi formano la cosa.
Maturana: Perché dimentichiamo l'operazione
di distinzione mediante la quale abbiamo fatto emergere quei pezzi come
componenti.
Io: Fammi capire meglio.
Maturana
indica la tazzina.
Maturana: Finché bevi il caffè, hai qualche
problema con la totalità della tazzina?
Io: Nessuno.
Maturana: Devi spiegartela per usarla?
Io: No.
Maturana: Devi sapere come è stata
fabbricata?
Io: No.
Maturana: Devi conoscere la composizione
chimica della ceramica?
Io: Assolutamente no.
Maturana: Ecco. La totalità non costituisce
un problema nel tuo vivere. Semplicemente opera come totalità.
Io: Il problema nasce quando voglio
spiegare come sia possibile.
Maturana: Precisamente. Nasce quando compare
la domanda sul meccanismo generativo.
Io: Quindi lo spiegare comincia quando
divido ciò che inizialmente avevo distinto come unità.
Maturana: Molto spesso sì.
Io: Ma allora c'è un rischio.
Maturana: Quale?
Io: Che dopo aver diviso la totalità io
creda che i pezzi che ho ottenuto esistessero già come pezzi prima della
divisione.
Maturana
sorride.
Maturana: Questo è esattamente uno dei
problemi.
Io: Se rompo la tazzina, ottengo dei
frammenti.
Maturana: Sì.
Io: Ma quei frammenti non erano
frammenti quando la tazzina era intera.
Maturana: Esattamente.
Io: Erano materia che partecipava alla
realizzazione della tazzina.
Maturana: E solo rispetto alla totalità
potevi distinguerla come componente di quella totalità.
Io: Quindi un componente non è
componente per natura propria.
Maturana: No. È componente soltanto nella
relazione compositiva nella quale partecipa alla realizzazione di una
particolare unità composta.
Io: Questo significa che non posso
smontare una totalità, mettere sul tavolo tutti i pezzi e dire: «Ecco la
totalità».
Maturana: Naturalmente no.
Io: Perché ho soltanto gli elementi
ottenuti dalla scomposizione.
Maturana: E hai distrutto proprio la
configurazione di relazioni che li rendeva componenti di quella totalità.
Io: Quindi ricostruire una totalità non
significa semplicemente riunire le parti.
Maturana: Significa ristabilire le relazioni
compositive che realizzano la sua organizzazione.
Io: È la stessa distinzione che abbiamo
fatto tra struttura e organizzazione.
Maturana: Sì. E devi conservarla sempre.
Io: Proviamo con un organismo.
Maturana: Proviamo.
Io: Io sono composto di cellule.
Maturana: Sì.
Io: Ma io non sono una somma di
cellule.
Maturana: No.
Io: E le proprietà che possiedo come
totalità non devono necessariamente esistere nelle cellule.
Maturana: Esattamente.
Io: Una cellula non passeggia per
Lecce.
Maturana: No.
Io: Non conversa.
Maturana: No.
Io: Non scrive un ricordo.
Maturana: No.
Io: Non si domanda chi è.
Maturana: No.
Io: Però senza le cellule nulla di
tutto questo sarebbe possibile.
Maturana: Ed è qui che devi evitare due
errori opposti.
Io: Quali?
Maturana: Separare completamente la totalità
dai processi che la realizzano oppure ridurre la totalità a quei processi.
Io: Perché totalità e componenti
esistono in domini differenti.
Maturana: Esattamente.
Io: Allora posso dire che una stessa
cosa può partecipare contemporaneamente a totalità differenti?
Maturana: Certamente.
Io: Fammi un esempio.
Maturana: Tu, in questo momento, partecipi a
questa conversazione. Ma contemporaneamente sei un organismo, una persona, un
interlocutore, qualcuno seduto a questo tavolo...
Io: E ciascuna distinzione mi colloca
in una diversa configurazione di relazioni.
Maturana: Sì.
Io: Quindi un elemento può partecipare
contemporaneamente alla composizione di molte unità che si intersecano.
Maturana: Proprio così.
Rimango
qualche istante in silenzio.
Io: Questo aiuta anche a comprendere i
molti mondi nei quali viviamo?
Maturana: Moltissimo.
Io: Perché io posso vivere nel mondo
della famiglia, nel mondo del lavoro, nel mondo dell'amicizia, nel mondo della
scienza, nel mondo dell'arte...
Maturana: E ciascuno di questi mondi è
costituito da differenti configurazioni sensoriali-operative-relazionali.
Io: Ma tutti si realizzano nella medesima
corporeità.
Maturana: Esattamente.
Io: Quindi non ho un cervello per la
famiglia e uno per il lavoro.
Maturana: Naturalmente no.
Io: È la stessa corporeità
neurobiologica che partecipa alla realizzazione dei differenti mondi che vivo.
Maturana: Sì. Ed è proprio per questo che
quei mondi possono intrecciarsi.
Io: E anche confondersi?
Maturana: Certamente.
Io: Per esempio, posso portare una
modalità competitiva nata nel lavoro dentro una relazione affettiva.
Maturana: Sì.
Io: Oppure posso portare la tenerezza
di una relazione familiare in un altro dominio.
Maturana: Anche.
Io: Quindi le dinamiche corporee che
partecipano alla realizzazione dei diversi mondi possono intrecciarsi,
separarsi e modificarsi reciprocamente.
Maturana: Questo accade continuamente nel
vivere.
Io: Ma nel testo compare un'altra
distinzione importante: organismo e nicchia.
Maturana: Fondamentale.
Io: Sono una cosa sola oppure sono due
cose differenti?
Maturana: Dipende dal dominio nel quale stai
osservando.
Io: Eccoci di nuovo.
Maturana: Sempre.
Io: Come organismo realizzo la mia
autopoiesi molecolare.
Maturana: Sì.
Io: E la nicchia ecologica possiede una
dinamica distinta dalla mia.
Maturana: Sì.
Io: Quindi organismo e nicchia non sono
la stessa cosa.
Maturana: No.
Io: Però tu parli continuamente di
unità ecologica organismo-nicchia.
Maturana: Perché il vivere concreto
dell'organismo si realizza soltanto nella relazione con la nicchia che rende
possibile quel vivere.
Io: Quindi sono distinti e
contemporaneamente costituiscono un'unità.
Maturana: Precisamente.
Io: Non è una contraddizione?
Maturana: Solo se confondi i domini.
Io: Spiegami.
Maturana: Nel dominio della composizione
molecolare puoi distinguere l'organismo e ciò che chiami ambiente. Nel dominio
del vivere relazionale distingui invece l'unità ecologica organismo-nicchia che
emerge dalla loro congruenza dinamica.
Io: Quella congruenza è ciò che abbiamo
chiamato accoppiamento strutturale.
Maturana: Sì. Organismo e ambiente cambiano
insieme in una deriva di trasformazioni strutturali congruenti finché il vivere
si conserva.
Io: Quindi la separazione rimane, ma
operativamente organismo e nicchia formano un'unità ecologica.
Maturana: Esatto.
Io: E dentro questa unità ecologica noi
esseri umani generiamo molte reti di conversazioni.
Maturana: Moltissime.
Io: Ciascuna delle quali può costituire
un mondo differente.
Maturana: Sì.
Io: Ed è qui che cominciano i problemi
culturali?
Maturana: Possono cominciare.
Io: Perché?
Maturana: Perché generiamo mondi di doveri,
esigenze, valori, negazioni, ambizioni e aspettative e poi dimentichiamo che
sono sorti nel nostro conversare.
Io: E cominciamo a trattarli come se
fossero entità indipendenti.
Maturana: Precisamente.
Io: Per esempio: corpo e anima.
Maturana: Sì.
Io: Corpo e mente.
Maturana: Sì.
Io: Materia e spirito.
Maturana: Anche.
Io: Li nominiamo separatamente e poi ci
domandiamo come possano riunirsi.
Maturana: Hai colto il punto.
Io: Siamo noi che abbiamo operato la
distinzione...
Maturana: ...e successivamente dimentichiamo
l'operazione attraverso la quale la distinzione è sorta.
Io: Così trasformiamo una distinzione
utile in una separazione ontologica.
Maturana: Esattamente.
Io: E poi passiamo secoli a domandarci
come la mente possa agire sul corpo.
Maturana: Dopo averli previamente trattati
come entità indipendenti.
Io: Quindi il problema nasce anche
dalla denominazione.
Maturana: Sì. Il nome è potentissimo.
Io: Perché?
Maturana: Perché quando nomini qualcosa, ciò
che nomini acquista presenza nel tuo conversare.
Io: Diventa distinguibile.
Maturana: Sì.
Io: Posso parlarne.
Maturana: Sì.
Io: Posso coordinarvi azioni.
Maturana: Certamente.
Io: Ma posso anche dimenticare che
quella cosa è sorta attraverso una distinzione.
Maturana: Ed è precisamente ciò che accade
molto spesso.
Io: Allora il nome nasconde il processo
che ha generato ciò che nomina.
Maturana: Può nasconderlo.
Io: Dico «mente» e immediatamente la
mente sembra diventare una cosa.
Maturana: Esattamente.
Io: Dico «anima» e l'anima appare come
un'entità.
Maturana: Sì.
Io: Dico «successo» e posso cominciare
a vivere come se il successo fosse qualcosa che esiste indipendentemente dal
mondo culturale nel quale quella distinzione ha senso.
Maturana: Proprio così.
Io: E posso costruire la mia vita per
raggiungerlo.
Maturana: Puoi perfino soffrire per qualcosa
che esiste soltanto nella rete di conversazioni nella quale lo hai fatto
emergere come valore.
Mi fermo.
Guardo
Humberto.
Io: Questo è importante.
Maturana: Perché?
Io: Perché significa che molte cose che
governano la nostra vita non sono oggetti che abbiamo trovato nel mondo.
Maturana: Sono distinzioni che abbiamo
generato nel nostro vivere-convivere.
Io: Dovere.
Maturana: Una distinzione.
Io: Prestigio.
Maturana: Una distinzione.
Io: Successo.
Maturana: Una distinzione.
Io: Fallimento.
Maturana: Una distinzione.
Io: Perfezione.
Maturana: Una distinzione.
Io: Ma attenzione: questo non significa
che non abbiano conseguenze.
Maturana: Al contrario. Proprio perché le
viviamo come valide possono trasformare concretamente il nostro vivere.
Io: Posso stare male per un fallimento.
Maturana: Certamente.
Io: Anche se «fallimento» non è una
proprietà intrinseca dell'evento.
Maturana: È il significato che quell'evento
assume nel dominio conversazionale nel quale lo distingui come fallimento.
Io: Quindi la denominazione non è
innocente.
Maturana: Nessuna distinzione lo è rispetto
al mondo che apre.
Io: Però tu parli anche di un momento
poetico della nominazione.
Maturana: Perché nominare può essere un atto
creativo.
Io: Poetico in quale senso?
Maturana: Nel senso che una configurazione
che prima non vedevi diventa improvvisamente visibile.
Io: Come quando provo qualcosa
confusamente e poi trovo una parola che lo distingue.
Maturana: Sì.
Io: E in quel momento dico: «Ecco! È
questo».
Maturana: Ed è nato un nuovo oggetto nel tuo
conversare.
Io: Non perché sia stato creato
materialmente dal nulla.
Maturana: No. È sorta una nuova distinzione
nel dominio sensoriale-operativo-relazionale del tuo vivere.
Io: Quindi nominare può fare due cose
opposte.
Maturana: Dimmi.
Io: Può permettermi di vedere qualcosa
che prima non vedevo...
Maturana: Sì.
Io: ...ma può anche farmi dimenticare
che ciò che vedo è nato attraverso quella distinzione.
Maturana: Precisamente.
Io: Ed è allora che il nome diventa una
gabbia.
Maturana: Quando lo trasformi in un'entità
indipendente e dimentichi il processo relazionale dal quale è emerso, sì.
Io: Quindi, se dico «io sono fatto
così», rischio di trasformare una configurazione storica del mio vivere in una
cosa immutabile chiamata «io».
Maturana: È possibile.
Io: Mentre potrei domandarmi: «In quale
rete di conversazioni emerge questo modo di distinguermi?».
Maturana: Questa è già una riflessione.
Io: E la riflessione riapre ciò che il
nome aveva chiuso.
Maturana: Molto bene.
Rimango a
guardare la tazzina.
Poi la
prendo.
Io: All'inizio della conversazione
questa era semplicemente una tazzina.
Maturana: Sì.
Io: Poi l'abbiamo distinta come
totalità.
Maturana: Sì.
Io: Abbiamo distinto i suoi componenti.
Maturana: Sì.
Io: Abbiamo distinto l'organizzazione
che li rende componenti.
Maturana: Sì.
Io: E adesso vedo che persino la parola
«tazzina» appartiene a una rete di distinzioni nella quale questo oggetto
acquista senso per noi.
Maturana: Esattamente.
Io: Allora forse la domanda da fare
ogni volta che una parola diventa troppo pesante è: «Che cosa sto distinguendo
quando la pronuncio?».
Maturana: E aggiungerei altre domande.
Io: Quali?
Maturana: «In quale dominio la sto
distinguendo?»
«Quali
relazioni la fanno esistere come ciò che dico che è?»
«Che cosa
nasconde il nome che le ho dato?»
«E quale
mondo genero quando vivo quella denominazione come valida?»
Io: Quindi nominare non significa
semplicemente mettere un'etichetta su qualcosa che esisteva già.
Maturana: No.
Nominare è
un'operazione nel linguaggiare che conserva una distinzione e la rende
disponibile al nostro conversare.
Io: E proprio perché la conserva può
diventare potentissima.
Maturana: Può aprire un mondo oppure
imprigionarci in un mondo.
Io: Dipende dal fatto che ricordiamo o
dimentichiamo di essere noi a compiere la distinzione.
Maturana
annuisce.
Maturana: Per questo, quando un nome sembra
dirti definitivamente che cosa una cosa è, torna a guardare il processo.
Io: Per vedere che cosa?
Maturana: Le relazioni che fanno emergere
ciò che hai nominato.
Io: E allora?
Maturana: Il nome smette di essere una
verità sulla cosa e torna a essere ciò che è: una distinzione nel nostro
vivere-convivere, capace di aprire un mondo nel momento stesso in cui la
pronunciamo.

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