Conversazione al bar con Humberto Maturana – Ordine, disordine... o che cosa?
Conversazione al bar con Humberto Maturana – Ordine, disordine... o che cosa?
Il bar è pieno.
I camerieri si muovono rapidamente tra i tavoli. Una coppia discute
animatamente, un bambino rovescia un bicchiere, qualcuno legge il giornale in
assoluto silenzio. Io guardo la scena e scuoto la testa.
Io: Humberto, guarda questo bar. A me
sembra un caos.
Maturana (sorride): Sei sicuro che il
caos sia nel bar?
Io: Come sarebbe?
Maturana: Forse il caos è soltanto nel modo
in cui tu stai osservando il bar.
Io: Vuoi dire che il disordine non
esiste?
Maturana: Voglio dire una cosa diversa.
Io: Ti ascolto.
Maturana: Le parole "ordine" e
"disordine" non descrivono il sistema osservato. Descrivono il
rapporto tra l'osservatore e ciò che osserva.
Io: Quindi quando dico: "Che
disordine!"...
Maturana: Stai dicendo qualcosa su di te.
Io: Non sul bar?
Maturana: Stai dicendo che, in questo
momento, non riesci a riconoscere le coerenze di ciò che stai osservando.
Io: Allora quando dico che qualcosa è
ordinato...
Maturana: Significa che riesci a prevederne
il comportamento.
Io: Tutto qui?
Maturana: Tutto qui.
Io: Fammi un esempio.
Maturana: Guarda quell'orologio appeso alla
parete.
Io: Lo vedo.
Maturana: Sai come si comporterà la lancetta
tra cinque minuti.
Io: Certo.
Maturana: Per questo dici che è ordinato.
Io: E quel gruppo di bambini che gioca
fuori?
Maturana: Tu non riesci a prevedere ogni loro
movimento.
Io: Infatti.
Maturana: E allora lo chiami disordine.
Io: Ma per loro...
Maturana: Esiste una coerenza che tu ancora
non distingui.
Io: Quindi il disordine non appartiene
alle cose.
Maturana: Appartiene alla descrizione
dell'osservatore.
Io: Questa distinzione è molto
importante.
Maturana: È una delle più importanti.
Io: Perché?
Maturana: Perché appena dimentichiamo questa
distinzione cominciamo a credere che ordine e disordine siano proprietà del
mondo.
Io: Quando invece sono categorie del
nostro osservare.
Maturana: Esattamente.
Io: Allora qual è il primo compito di
un osservatore?
Maturana: Separare due cose.
Io: Quali?
Maturana: Ciò che pensa accada nel sistema.
Io: E...
Maturana: Ciò che lui stesso distingue
osservandolo.
Io: Quindi devo distinguere il fenomeno
dalla mia spiegazione.
Maturana: Sempre.
Io: Altrimenti confondo il mondo con il
mio modo di guardarlo.
Maturana: Ed è ciò che facciamo continuamente.
Io: C'è un'altra parola che oggi va
molto di moda: complessità.
Maturana: Sì.
Io: Tu dici che anche questa parola non
appartiene al sistema.
Maturana: Esattamente.
Io: Ma un ecosistema è davvero
complesso.
Maturana: Lo è per chi lo osserva.
Io: Vuoi dire che la complessità è una
mia esperienza?
Maturana: È il nome che dai al fatto di non
riuscire ancora a vedere le coerenze operative del sistema.
Io: Quindi quando dico: "È troppo
complesso"...
Maturana: Stai dicendo: "Non riesco
ancora a comprenderlo."
Io: È molto diverso.
Maturana: Molto.
Io: Quindi complessità significa
soprattutto perplessità.
Maturana (ride): Mi piace questa
formulazione.
Io: In fondo è così.
Maturana: Sì. La complessità è spesso la misura
della nostra ignoranza, non del sistema.
Io: Questo vale anche per gli esseri
viventi?
Maturana: Soprattutto per loro.
Io: Perché?
Maturana: Perché osserviamo soltanto il
presente.
Io: E ci dimentichiamo della loro
storia.
Io: Tu parli continuamente di deriva
ontogenetica ed epigenesi.
Maturana: Perché nessun organismo nasce nel
presente.
Io: Ogni organismo è una storia.
Maturana: Esattamente.
Io: Quindi se osservo un albero...
Maturana: Non sto osservando soltanto ciò che
vedo oggi.
Io: Sto osservando il risultato di una
lunga storia.
Maturana: Una storia fatta di trasformazioni
conservate generazione dopo generazione.
Io: E la stessa cosa vale per una
persona.
Maturana: Certamente.
Io: Quando incontro qualcuno...
Maturana: Incontri tutta la sua ontogenesi.
Io: Anche se non la vedo.
Maturana: Proprio perché non la vedi rischi
di parlare di complessità.
Io: Quindi la vera comprensione
consiste nel vedere la storia che ha generato il presente.
Maturana: Esattamente.
Io: E questa storia non procede verso
uno scopo?
Maturana: No.
Io: Nemmeno l'evoluzione?
Maturana: L'evoluzione non insegue un
progetto.
Io: Allora che cosa conserva?
Maturana: Conserva i modi di vivere che
continuano a realizzarsi.
Io: Non il migliore.
Maturana: Il compatibile con il vivere.
Io: Questa è una differenza enorme.
Maturana: Cambia completamente il modo di
guardare la natura.
Io: Alla fine del capitolo fai
un'affermazione molto radicale.
Maturana: Quale?
Io: Dici che nulla esiste in sé come
realtà trascendente.
Maturana: Sì.
Io: Allora di che cosa possiamo
parlare?
Maturana: Del nostro operare.
Io: Soltanto?
Maturana: Del nostro distinguere, del nostro
conversare e del nostro riflettere.
Io: Quindi non descriviamo una realtà
indipendente.
Maturana: Mostriamo come quella realtà emerge
nel nostro operare come osservatori.
Io: E il cosmo?
Maturana: Continua ad accadere secondo il
proprio determinismo strutturale.
Io: Anche se noi lo descriviamo in modi
diversi.
Maturana: Le nostre descrizioni non modificano
le coerenze operative del cosmo.
Io: Più ti ascolto e più mi accorgo che
la parola "disordine" sta scomparendo.
Maturana: Perché?
Io: Perché ogni volta che penso di
vedere il caos, comincio a chiedermi quali coerenze non sono ancora capace di
distinguere.
Maturana (guarda il bar, dove il
cameriere serve i tavoli con sorprendente precisione mentre il brusio continua):
Esattamente, Antonio. L'osservatore maturo non dice più: "Qui c'è
disordine." Si domanda invece: "Quali coerenze mi stanno
ancora sfuggendo?" È in quella domanda che nasce la conoscenza. Non
perché il mondo cambi, ma perché cambia il modo in cui impariamo a guardarlo.
La tua osservazione può essere sviluppata in modo interessante, ma richiede una precisazione iniziale: l'espressione "le destre sia quelle di destra che quelle di sinistra" usa "destra" in due sensi diversi. Se intendi dire che molte culture politiche, indipendentemente dall'etichetta ideologica, tendono a presentarsi come garanti dell'ordine, allora la riflessione è coerente con il pensiero di Maturana.
Alla luce del dialogo, si potrebbe dire così.
Le forze politiche che promettono di "ristabilire l'ordine" compiono spesso un'operazione cognitiva prima ancora che politica: trasformano una loro descrizione del mondo in una proprietà del mondo stesso.
Dal punto di vista di Maturana, infatti, l'ordine non è una caratteristica oggettiva della società. È il nome che l'osservatore dà a una configurazione di relazioni che ritiene di comprendere e di poter prevedere.
Quando un partito afferma:
"La società è nel caos."
non sta enunciando un fatto indipendente dall'osservatore. Sta dicendo:
"Noi non riconosciamo più come coerenti le dinamiche sociali che stiamo osservando."
Il passaggio decisivo avviene quando questa esperienza soggettiva viene presentata come una realtà oggettiva.
È esattamente la confusione che Maturana invita a evitare.
L'osservatore confonde:
ciò che accade nel sistema sociale;
con ciò che lui distingue osservandolo.
In questo modo "ordine" diventa un valore assoluto e "disordine" una proprietà attribuita alla società.
Ma, secondo Maturana, la società continua a operare secondo le proprie coerenze strutturali, indipendentemente dal fatto che noi riusciamo o meno a riconoscerle.
Per questo motivo la retorica politica dell'ordine è particolarmente potente.
Chi promette ordine comunica implicitamente tre idee:
che il disordine esista realmente;
che lui sia capace di riconoscere il vero ordine;
che gli altri non siano in grado di farlo.
È un modo per attribuirsi un privilegio cognitivo oltre che politico.
Questo schema non appartiene esclusivamente alla destra o alla sinistra.
Ogni movimento che costruisce la propria legittimazione dicendo:
"noi rappresentiamo l'ordine";
"gli altri producono il caos";
sta assumendo che la propria descrizione coincida con la realtà.
Dal punto di vista maturaniano, invece, la domanda cambia radicalmente.
Non è:
"Come ristabiliamo l'ordine?"
ma:
"Quali coerenze della vita sociale non siamo ancora capaci di distinguere?"
È una domanda molto meno rassicurante, perché rinuncia all'idea che esista un osservatore privilegiato capace di vedere la società "così com'è".
Introduce invece un atteggiamento epistemologico di umiltà.
Il politico, come ogni osservatore, non descrive una realtà oggettiva: opera distinzioni all'interno del proprio dominio cognitivo e relazionale.
Ciò non significa che tutte le interpretazioni siano equivalenti o che non esistano problemi concreti, come criminalità, conflitti, crisi economiche o istituzionali. Significa però che il modo in cui questi fenomeni vengono organizzati nella categoria di "ordine" o "disordine" dipende da un'operazione dell'osservatore, non da una proprietà intrinseca della società.
Per Maturana, quindi, una politica più matura non partirebbe dall'affermazione:
«La società è nel caos.»
ma dalla domanda:
«Quali processi storici e relazionali stanno generando questa configurazione sociale, e quali coerenze non siamo ancora riusciti a comprendere?»
In questa prospettiva, la conoscenza non nasce dalla proclamazione dell'ordine, ma dalla disponibilità a mettere in discussione il proprio modo di osservare. È la stessa conclusione con cui termina la tua conversazione immaginaria: l'osservatore maturo smette di dire "qui c'è disordine" e comincia a chiedersi "quali coerenze mi stanno ancora sfuggendo?". Questa domanda non elimina il conflitto politico, ma invita a distinguere con maggiore rigore tra i fenomeni sociali e le categorie con cui li interpretiamo.

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