Una Sant’Isidoro che appartiene ormai alla memoria
La cartolina restituisce una Sant’Isidoro che appartiene ormai alla memoria, quando la marina di Nardò conservava ancora l’aspetto semplice di un luogo di villeggiatura familiare. Sul recto, la spiaggia si raccoglie intorno alla piccola insenatura dominata dalla cinquecentesca Torre Sant’Isidoro. Il mare è calmo, quasi chiuso e protetto; le costruzioni sono basse e bianche, gli stabilimenti essenziali, le automobili parcheggiate sotto lunghe coperture di canne. Non c’è ancora la densità edilizia che caratterizzerà gli anni successivi.
Ed è proprio quella lunga struttura in primo piano a riportarmi a Pendinello.
Ritorno ai frutti del fico, alle melanzane grigliate, ai peperoni fritti che brillano di sole e alla frutta che sembra sciogliersi nel calore meridiano. Ritorno al mare, disteso davanti a noi, e al ritornello eterno delle onde che arrivava fino ai secchielli di plastica, mentre palette e rastrelli modellavano nella sabbia un'idea provvisoria di bellezza, destinata a durare quanto un pomeriggio.
Nella fotografia riconosco soprattutto quella che nella memoria chiamo la rotonda rettangolare: una struttura elementare, fatta di tubi come quelli utilizzati per la distribuzione dell’acqua e coperta di canne. Bastavano quelle canne per creare l’ombra. Sotto, il fresco diventava luogo d'incontro, di conversazioni, di attese. C'era il jukebox, e bastava scegliere un disco perché una canzone entrasse nella giornata e finisse, senza che allora potessimo saperlo, per rimanervi mezzo secolo.
C'erano il preside Romano e le sue sorelle. C'era mia zia che arrivava con la pasta nel portavivande per mio cugino. Lui usciva dal mare dopo essere rimasto in acqua troppo a lungo: infreddolito, tremante, con le labbra viola. Allora il pranzo non era un'interruzione della giornata al mare: era parte del mare. Il profumo della pasta si mescolava al sale sulla pelle, al caldo della sabbia e all'ombra delle canne.
E c'era quella ragazza che somigliava a Barbara Bouchet.
Forse è proprio così che sopravvive un'estate lontana: non come una cronaca ordinata, ma come una costellazione di particolari. Un volto, una canzone del jukebox, un portavivande, il sapore di un fico, le labbra viola di un bambino appena uscito dall'acqua, una tettoia di canne, una torre ferma all'orizzonte.
Il retro della cartolina permette anche di dare a questa memoria una data precisa. È scritto a mano: «S. Isidoro – 22-8-73». La cartolina fu dunque spedita da Sant'Isidoro il 22 agosto 1973. Il francobollo da 50 lire della Repubblica Italiana, con l'effigie della Siracusana, e il timbro postale sono coerenti con quel periodo. La stampa reca inoltre l'indicazione «ED. MARIANO – GALATINA», il numero 50333 e la dicitura «DA FOTOCOLOR KODAK EKTACHROME». In alto compare il titolo internazionale destinato ai villeggianti: «S. ISIDORO – La spiaggia / The beach / La plage / Der Strand».
Sono piccoli dati materiali, ma fanno qualcosa di straordinario: ancorano il ricordo al tempo. 22 agosto 1973. Quello che per la memoria potrebbe essere semplicemente «una delle estati di Sant'Isidoro» acquista improvvisamente un giorno, un anno, un paesaggio.
E tuttavia la fotografia e il ricordo non coincidono. La cartolina mostra ciò che l'obiettivo poteva registrare: la torre, il mare, le case, le automobili, la spiaggia, le coperture di canne. La memoria aggiunge ciò che nessuna macchina fotografica avrebbe potuto trattenere: gli odori della cucina, il sapore della frutta, il freddo sulla pelle dopo un bagno troppo lungo, una musica scelta al jukebox, le persone che per noi rendevano quel luogo unico.
Pendinello, allora, non è soltanto un posto.
È il mondo che sorge nuovamente quando questa immagine viene guardata oggi.
La fotografia conserva Sant'Isidoro. Io, guardandola, faccio riemergere la mia Sant'Isidoro: il fico e i peperoni, il portavivande di mia zia, mio cugino tremante, il preside Romano, le sue sorelle, il jukebox e quella ragazza che sembrava Barbara Bouchet.
E in mezzo a tutto questo qualcosa che allora non aveva bisogno di essere spiegato: l'eccesso di passione dell'estate, l'irruenza dei corpi giovani, quel vuoto che sembrava chiedere continuamente di essere colmato vivendo.
La torre è ancora là. Il mare continua a entrare nella baia.
Ma quel 22 agosto 1973 esiste ormai soltanto nel presente di chi lo ricorda.



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