Conversazione con Humberto Maturana Il potere: che cosa cerchiamo davvero quando vogliamo riconquistarlo?

 


Conversazione con Humberto Maturana Il potere: che cosa cerchiamo davvero quando vogliamo riconquistarlo?

Antonio: Humberto, osservando la vita politica, ma anche quella delle associazioni, delle istituzioni e delle organizzazioni, ho notato qualcosa che si ripete. Le persone lottano per conquistare il potere rovesciando chi lo detiene. Poi, prima o poi, vengono rovesciate a loro volta. E molte trascorrono il resto della vita cercando di riprendersi ciò che hanno perduto.

Humberto: Che cosa dici che hanno perduto, Antonio?

Antonio: Il potere.

Humberto: Sei sicuro che il potere sia qualcosa che si possa possedere e perdere come si possiede e si perde un oggetto?

Antonio: Detto così, no. In effetti, se seguo il tuo modo di pensare, sto trasformando in una cosa ciò che probabilmente è una relazione.

Humberto: Esattamente. Quando dici: «quell'uomo ha il potere», stai facendo una distinzione. Distingui una particolare configurazione del convivere nella quale alcune persone modificano il proprio fare in relazione al fare di un'altra.

Antonio: Quindi il potente non è potente in sé.

Humberto: No. Nessuno porta il potere dentro il proprio corpo. Il potere sorge e si conserva in una relazione. Se nessuno obbedisce, se nessuno riconosce quella posizione, se nessuno modifica il proprio comportamento in relazione a quella persona, dov'è il potere?

Antonio: Non c'è.

Humberto: Non sorge quella relazione che tu chiami potere.


Antonio: Allora quando un presidente, un sindaco, un dirigente, un capo di partito perde la propria posizione, non perde semplicemente una carica.

Humberto: Che cosa cambia nella sua vita?

Antonio: Quasi tutto. Prima gli telefonavano continuamente. Gli chiedevano incontri. Aspettavano le sue decisioni. Entrava in una stanza e tutti si accorgevano della sua presenza. Poteva chiamare qualcuno e quello rispondeva. Poteva chiedere qualcosa e qualcuno provvedeva.

Humberto: E dopo?

Antonio: Il telefono squilla meno. Alcune persone scompaiono. Le sue parole non hanno più le stesse conseguenze. Non viene più cercato nello stesso modo. Non può più disporre delle cose e delle persone come prima.

Humberto: Allora che cosa ha perduto?

Antonio: Un intero modo di vivere.

Humberto: Questo mi sembra più interessante.

Antonio: Ha perduto un mondo.

Humberto: Sì. Un mondo relazionale che esisteva finché veniva continuamente generato e conservato nel suo convivere con gli altri.


Antonio: E qui mi viene la mia immagine dell'astinenza. Osservo alcuni ex potenti e mi sembrano persone in crisi di astinenza dal piacere del potere, quasi dal piacere di essere serviti.

Humberto: Fai attenzione, Antonio. Che cosa puoi realmente sapere del loro sentire intimo?

Antonio: Soltanto ciò che distinguo attraverso il loro comportamento e ciò che eventualmente mi dicono.

Humberto: Esatto. Non trasformare una tua spiegazione nella realtà della loro interiorità.

Antonio: Quindi non posso dire: «so che soffre perché gli manca essere servito».

Humberto: Puoi dire: «vedo una persona che, dopo avere perduto una determinata posizione, continua a compiere azioni orientate a recuperare la configurazione relazionale che aveva quando occupava quella posizione».

Antonio: È molto diverso.

Humberto: È epistemologicamente diverso. Nel primo caso pretendi di conoscere qualcosa che appartiene all'intimità dell'altro. Nel secondo descrivi le regolarità che distingui nel suo fare.


Antonio: Però posso formulare un'ipotesi.

Humberto: Naturalmente.

Antonio: Posso domandarmi se ciò che cerca non sia soltanto la carica, ma il mondo che quella carica faceva emergere: essere cercato, riconosciuto, ascoltato, obbedito, servito.

Humberto: Sì. Ma allora devi portare la domanda ancora più in profondità.

Antonio: Quale domanda?

Humberto: Che cosa vuole conservare?

Antonio: Ecco. Questa mi sembra la domanda centrale.

Humberto: Lo è perché il vivere segue un corso nel quale si conservano continuamente certe configurazioni mentre tutto il resto può cambiare.


Antonio: Facciamo un esempio. Un uomo è stato al vertice per vent'anni. Perde il potere a settant'anni. Ha denaro, una casa, una famiglia, amici, potrebbe viaggiare, leggere, passeggiare, occuparsi di ciò che ama. E invece passa gli anni successivi a organizzare alleanze, telefonare, incontrare persone, criticare il successore e progettare il ritorno.

Humberto: E tu dici che vuole il potere.

Antonio: Sì.

Humberto: Io gli domanderei: «Che cosa desideri conservare attraverso il ritorno al potere?».

Antonio: Lui probabilmente risponderebbe: «Voglio completare il mio progetto».

Humberto: Allora gli domanderei: «Se un'altra persona realizzasse perfettamente quel progetto, saresti contento?».

Antonio: Ah.

Humberto: Che cosa accade con questa domanda?

Antonio: Se risponde sinceramente di sì, ciò che desidera conservare potrebbe essere davvero il progetto.

Humberto: E se risponde di no?

Antonio: Allora forse non vuole soltanto che il progetto venga realizzato. Vuole essere lui colui che lo realizza.

Humberto: E abbiamo fatto emergere una distinzione che prima non c'era.


Antonio: Quindi potrei domandargli: «Vuoi che quella cosa venga fatta oppure vuoi essere tu quello che la fa?».

Humberto: Sì.

Antonio: È una domanda terribile per chi ha vissuto nel potere.

Humberto: Non è terribile. È riflessiva. Diventa dolorosa se mostra qualcosa che non desideriamo vedere.

Antonio: Per esempio che non sto combattendo per una causa, ma per recuperare me stesso nella posizione che occupavo.

Humberto: Precisamente.


Antonio: Allora la perdita del potere può essere anche perdita di un'identità?

Humberto: Direi piuttosto trasformazione del dominio relazionale nel quale quella persona distingueva se stessa.

Antonio: Spiegamelo.

Humberto: Se per trent'anni vivi in una rete di conversazioni nella quale sei «il presidente», «il direttore», «il segretario», «il professore», «il capo», quella denominazione non rimane una semplice parola. Partecipa ricorsivamente alle coordinazioni del tuo vivere.

Antonio: Gli altri mi trattano come presidente e io mi comporto come presidente.

Humberto: E comportandoti come presidente contribuisci a conservare il modo in cui gli altri si relazionano con te come presidente.

Antonio: Un circuito ricorsivo.

Humberto: Sì. Non nel senso dell'autopoiesi molecolare, che appartiene al dominio biologico, ma nel dominio delle reti di conversazioni.

Antonio: Poi improvvisamente quella rete si interrompe.

Humberto: E tu continui a essere biologicamente la stessa persona, mentre non esisti più nello stesso modo in quella rete relazionale.


Antonio: Questo potrebbe spiegare perché alcuni ex potenti continuano a comportarsi come se avessero ancora il potere.

Humberto: Potrebbe.

Antonio: Telefonano impartendo disposizioni che nessuno è più obbligato a eseguire. Parlano continuamente di quando comandavano. Giudicano chi è venuto dopo. Cercano persone che continuino a riconoscerli nel vecchio ruolo.

Humberto: E che cosa distingui in questo?

Antonio: Il tentativo di conservare nel presente un mondo che il presente non conserva più.

Humberto: Questa è una formulazione interessante.


Antonio: E allora la sofferenza potrebbe nascere proprio lì: io desidero conservare una configurazione relazionale che gli altri non conservano più con me.

Humberto: Sì. E nota una cosa fondamentale: non puoi costringere una relazione a conservarsi unilateralmente.

Antonio: Perché appartiene al convivere.

Humberto: Esattamente. Puoi costringere qualcuno a compiere determinate azioni attraverso la minaccia, ma quella sarà un'altra configurazione relazionale.


Antonio: C'è però qualcosa che mi colpisce ancora di più. Chi rovescia il potente spesso finisce per comportarsi esattamente come quello che aveva combattuto.

Humberto: Perché questo ti sorprende?

Antonio: Perché sosteneva di voler cambiare tutto.

Humberto: Che cosa ha cambiato?

Antonio: La persona che occupa il vertice.

Humberto: E che cosa ha conservato?

Antonio: La struttura delle relazioni.

Humberto: Allora osserva la conservazione, non soltanto il cambiamento.


Antonio: È questo il punto! B detiene il potere. A combatte B dicendo che B è autoritario, arrogante, attaccato alla poltrona. A riesce a rovesciarlo e prende il suo posto. Dopo qualche anno arriva C, che accusa A delle stesse cose. C rovescia A. A passa gli anni successivi cercando di rovesciare C.

Humberto: E che cosa cambia?

Antonio: B, A, C.

Humberto: E che cosa si conserva?

Antonio: La cultura del potere.

Humberto: Allora hai trovato qualcosa di più interessante della successione degli individui.


Antonio: Potremmo rappresentarla così:

conquista → comando → conservazione → minaccia → perdita → riconquista.

Humberto: Sì. E se questa configurazione viene conservata, il cambiamento delle persone non modifica necessariamente il modo di convivere.

Antonio: Quindi una rivoluzione degli occupanti non è necessariamente una rivoluzione della cultura.

Humberto: Esattamente.

Antonio: Il vincitore e lo sconfitto possono essere antagonisti e, nello stesso tempo, appartenere alla medesima cultura.

Humberto: Certamente.

Antonio: Perché entrambi accettano la stessa premessa: quella posizione deve esistere e vale la pena combattere per occuparla.

Humberto: E litigano su chi debba occuparla.


Antonio: Questo vale anche fuori dalla politica.

Humberto: Dove lo vedi?

Antonio: Nelle università, nelle aziende, nei partiti, nei sindacati, nelle associazioni culturali, nelle organizzazioni professionali, perfino nei piccoli gruppi. Ogni volta che esiste una posizione dalla quale una persona può orientare il comportamento degli altri, vedo comparire lotte per conquistarla e conservarla.

Humberto: Non confondere, però, ogni asimmetria relazionale con il dominio.

Antonio: Per esempio?

Humberto: Se riconosci a qualcuno una competenza e spontaneamente coordini con lui le tue azioni, non necessariamente stai obbedendo nel senso della negazione di te stesso.

Antonio: Quindi leadership, autorità e potere non sono necessariamente la stessa cosa.

Humberto: No. Devi osservare la relazione che viene generata.


Antonio: Allora il problema non è semplicemente che esista qualcuno che prende decisioni.

Humberto: Esatto.

Antonio: Il problema è quale configurazione di sentire, emozioni e azioni viene conservata nel convivere.

Humberto: Sì.

Antonio: Posso seguire qualcuno perché ne riconosco liberamente la competenza.

Humberto: Certamente.

Antonio: Oppure posso obbedirgli perché temo le conseguenze del non farlo.

Humberto: Sono due mondi relazionali differenti, anche se un osservatore esterno potrebbe vedere apparentemente lo stesso comportamento.


Antonio: Torniamo allora al «piacere di essere serviti». Forse dovrei riformularlo.

Humberto: Come?

Antonio: Non dire: «il potente diventa dipendente dal piacere di essere servito».

Dire invece:

«Una persona può abituarsi a vivere in una rete di conversazioni nella quale essere cercata, riconosciuta, ascoltata, obbedita e servita costituisce parte ricorrente della sua nicchia relazionale; quando quella rete scompare, può orientare il proprio fare alla sua ricostituzione.»

Humberto: Ora stai distinguendo un processo senza trasformare la tua spiegazione in una verità sull'interiorità dell'altro.

Antonio: E posso continuare a usare la parola «astinenza»?

Humberto: Come metafora, purché tu sappia che è una metafora.

Antonio: Allora la chiamerei astinenza relazionale dal mondo del potere.

Humberto: Può essere una buona immagine se non la confondi con una diagnosi clinica.


Antonio: Ma adesso la questione si allarga. Perché il potente non genera da solo il proprio potere.

Humberto: Finalmente.

Antonio: Servono gli altri.

Humberto: Sempre.

Antonio: Servono quelli che obbediscono, quelli che adulano, quelli che cercano favori, quelli che vogliono essere ricevuti, quelli che si vantano di conoscerlo, quelli che desiderano la sua protezione...

Humberto: ...e anche quelli che vogliono rovesciarlo per prendere il suo posto.

Antonio: Quindi persino il nemico del potente può contribuire a conservare la cultura del potere.

Humberto: Se desidera soltanto sostituirlo senza trasformare la configurazione relazionale, sì.


Antonio: Questo cambia completamente la mia domanda iniziale.

Humberto: Qual era?

Antonio: «Perché chi perde il potere trascorre il resto della vita cercando di riprenderselo?».

Humberto: E adesso?

Antonio: Adesso chiederei:

«Che cosa sta cercando di conservare una persona quando, perduta una posizione di potere, organizza nuovamente il proprio vivere intorno alla sua riconquista?»

Humberto: Molto meglio.

Antonio: Ma ne compare immediatamente un'altra.

Humberto: Quale?

Antonio: «Che cosa conserviamo noi quando continuiamo a partecipare a reti di conversazioni nelle quali essere obbediti, serviti e collocati sopra gli altri costituisce qualcosa di desiderabile?»

Humberto: Ora non stai più osservando soltanto il potente.

Antonio: Sto osservando la rete.

Humberto: E anche te stesso dentro la rete.


Antonio: E qui ritorniamo alla nostra conversazione precedente sul futuro.

Humberto: In che modo?

Antonio: Il futuro della cultura del potere non è già scritto.

Humberto: No.

Antonio: Ma se continuiamo a conservare nel presente le stesse reti di conversazioni, continueranno probabilmente a emergere mondi nei quali qualcuno lotterà per arrivare al vertice, qualcun altro per rovesciarlo e chi viene rovesciato per ritornarci.

Humberto: Sì.

Antonio: Quindi la domanda non è: «Come eliminiamo per sempre il potere?».

Humberto: Qual è?

Antonio: «Che cosa vogliamo conservare adesso nel nostro modo di convivere?»

Humberto: Esattamente.


Antonio: Se conserviamo competizione, subordinazione, prestigio derivante dalla posizione, ricerca dell'obbedienza e desiderio di prevalere, continueremo a generare quel mondo.

Humberto: Finché quella rete di conversazioni viene conservata.

Antonio: Se invece conserviamo rispetto reciproco, autonomia, collaborazione e legittimità dell'altro...

Humberto: ...emergerà un altro modo di convivere finché quelle relazioni verranno effettivamente vissute e conservate.

Antonio: Non perché esista una legge storica che ci porterà necessariamente lì.

Humberto: No. Non c'è un futuro che ci aspetta e ci trascina verso di sé.

Antonio: Ci sono le cose che conserviamo vivendo.

Humberto: Nel presente.


Antonio: Allora forse la domanda più importante non va rivolta a chi ha perso il potere.

Humberto: A chi va rivolta?

Antonio: A ciascuno di noi.

Humberto: Quale domanda?

Antonio: Quando desidero essere eletto, nominato, riconosciuto, seguito, ascoltato; quando voglio dirigere un'organizzazione o tornare in una posizione che ho perduto, dovrei domandarmi:

«Che cosa voglio davvero conservare attraverso questa posizione?»

Humberto: Continua.

Antonio: «Desidero che accada qualcosa che considero importante, oppure desidero essere io colui senza il quale quella cosa non può accadere?»

Humberto: E ancora?

Antonio: «Se qualcun altro realizzasse meglio di me ciò che dico di desiderare, proverei benessere oppure sentirei di aver perduto qualcosa?»

Humberto: Quella risposta potrebbe mostrarti molto.

Antonio: Perché potrebbe farmi vedere che dietro la mia dichiarazione «lo faccio per gli altri» sto conservando qualcosa di completamente diverso.

Humberto: Potresti scoprirlo. Ma non giudicarti prima di guardare.

Antonio: Devo osservare ciò che faccio.

Humberto: E domandarti se desideri le conseguenze del mondo che contribuisci a generare.


Antonio: Quindi, Humberto, la questione del potere termina ancora una volta con una domanda.

Humberto: Le buone riflessioni spesso fanno nascere domande migliori.

Antonio: Allora eccola:

Quando lotto per conquistare, conservare o riconquistare il potere, che cosa sto realmente cercando di conservare nel mio vivere?

Humberto: E dopo averlo visto?

Antonio: Me ne resta un'altra:

Voglio continuare a vivere nel mondo che nasce mentre conservo proprio questo?

Humberto: È lì che comincia la responsabilità.

Antonio: Perché non sto più spiegando ciò che fanno «i potenti».

Humberto: No.

Antonio: Sto osservando quale mondo faccio emergere io, insieme agli altri, attraverso ciò che scelgo di conservare nel mio convivere.

 

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