L'uomo davanti alla macchina - Una riflessione sul nuovo libro di Giancarlo Ciricugno
L'uomo davanti alla macchina
Una riflessione sul nuovo libro di Giancarlo Ciricugno
di Antonio Bruno Pietro
Ho chiesto a Giancarlo Ciricugno una copia del suo nuovo libro Intelligenza
artificiale o uomo?. Non l'ho ancora ricevuta. Per questo motivo la mia
riflessione non nasce dalla lettura integrale dell'opera, ma dai materiali che
l'autore mi ha inviato: la presentazione del volume e una lunga intervista
nella quale espone con chiarezza la genesi, le intenzioni e l'impianto
culturale del suo lavoro. È dunque una recensione preliminare, fondata sulle
parole dell'autore e sugli estratti messi a disposizione del pubblico.
Ciò che emerge immediatamente è che Ciricugno non ha scritto un libro
sull'intelligenza artificiale. Ha scritto un libro sull'uomo. L'intelligenza
artificiale è il pretesto, il banco di prova, il grande specchio davanti al
quale interrogare la coscienza contemporanea.
La scelta è interessante perché evita l'equivoco più diffuso del nostro tempo:
discutere della tecnologia come se fosse un soggetto autonomo. Ciricugno
ribalta la prospettiva. Il problema non è la macchina, ma l'uomo che rischia di
dimenticare se stesso affidando alle macchine il lavoro più delicato: quello
del pensare.
Nelle pagine di presentazione si avverte una scrittura diretta, volutamente
priva di mediazioni accademiche. L'autore non nasconde la propria storia
personale. Anzi, la assume come metodo. La crisi familiare, il silenzio della
figlia, il tramonto delle illusioni politiche diventano il luogo dal quale
nasce il confronto con l'intelligenza artificiale. Non c'è la distanza dello
studioso che osserva un fenomeno dall'esterno; c'è la partecipazione di chi
cerca nella tecnologia una risposta e scopre, invece, che le domande decisive
rimangono irriducibilmente umane.
Questo è probabilmente l'aspetto più originale dell'opera. Oggi molti libri
sull'IA oscillano tra l'entusiasmo ingenuo e il catastrofismo apocalittico.
Ciricugno sembra scegliere una terza strada: il dubbio. È una parola che
ritorna continuamente nella sua intervista e che diventa quasi una categoria
morale. Il dubbio come esercizio di libertà, come antidoto contro ogni
automatismo, tecnologico ma anche ideologico.
Naturalmente questa impostazione comporta anche un rischio. L'autore parla
spesso in prima persona e affida alla propria esperienza un valore esemplare. È
una scelta legittima, ma richiede un delicato equilibrio affinché il racconto
autobiografico non prevalga sulla riflessione universale. Dai materiali
disponibili sembra che Ciricugno sia consapevole di questo confine e tenti
continuamente di trasformare il proprio vissuto in una domanda rivolta a tutti.
Colpisce inoltre il rifiuto della retorica tecnofobica. L'autore non
demonizza l'intelligenza artificiale; riconosce anzi la sua utilità pratica.
Ciò che rifiuta è la sua elevazione a criterio di verità e a sostituto
dell'autonomia del giudizio. La sua critica riguarda il conformismo culturale
che può nascere dall'abitudine a delegare il pensiero. È una distinzione
importante, che rende il libro più interessante di molti pamphlet costruiti
soltanto sulla paura del futuro.
Anche lo stile, almeno negli estratti disponibili, appare coerente con
questa impostazione. La prosa è lineare, argomentativa, animata più dalla
convinzione etica che dalla ricerca dell'effetto letterario. È una scrittura
che vuole persuadere attraverso la testimonianza più che attraverso l'eleganza
formale.
Dall'intervista emerge inoltre un elemento che considero significativo:
Ciricugno ha scelto consapevolmente l'autopubblicazione, rivendicando la
libertà dell'autore rispetto ai filtri editoriali. È una decisione che può
essere discussa, ma che risulta perfettamente coerente con il messaggio del
libro: assumersi la responsabilità del proprio percorso senza delegare ad altri
le scelte fondamentali.
Sarà naturalmente la lettura integrale del volume a dire se questa promessa
iniziale mantiene ciò che lascia intravedere. Ma già i materiali messi a
disposizione delineano un autore che non cerca la provocazione facile né
l'adesione alle mode culturali. Cerca piuttosto di riaffermare il primato della
coscienza individuale in un'epoca che tende a trasformare ogni scelta in un
algoritmo.
Se questo è davvero il cuore del libro, allora Intelligenza artificiale
o uomo? non appartiene soltanto al dibattito tecnologico. Appartiene alla
più antica delle domande: che cosa significa, oggi, rimanere uomini?

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