Conversazione con Humberto Maturana Dove esistiamo?


 Conversazione con Humberto Maturana Dove esistiamo?

Antonio: Humberto, dopo tutto quello che abbiamo detto sulle matrici sensoriali-operazionali-relazionali, mi viene una domanda che sembra semplicissima: dove esistiamo?

Humberto: Perché dici che sembra semplice?

Antonio: Perché la risposta spontanea sarebbe: esisto qui. In questa stanza, in questa città, sulla Terra, nell'universo.

Humberto: E quando dici «qui», che cosa stai facendo?

Antonio: Sto indicando un luogo.

Humberto: No, Antonio. Prima ancora: stai distinguendo un luogo.

Antonio: Quindi anche il mio «qui» sorge in un'operazione di distinzione.

Humberto: Esattamente.


Antonio: Ma la stanza c'è.

Humberto: Non ti sto dicendo che la stanza non c'è. Ti sto chiedendo: come compare la stanza nel tuo vivere?

Antonio: La vedo. Posso toccare il tavolo, sentire la temperatura, ascoltare i rumori...

Humberto: E puoi distinguere pareti, porte, finestre, distanze.

Antonio: Certo.

Humberto: Allora, nel momento in cui distingui la stanza, sorge insieme alla stanza una trama di coerenze sensoriali, operative e relazionali nella quale ciò che chiami «stanza» acquista senso.

Antonio: Quindi non distinguo mai semplicemente una cosa.

Humberto: Mai.


Antonio: Fammi capire bene. Se distinguo questo tavolo...

Humberto: ...sorge il tavolo come qualcosa che puoi vedere, toccare, aggirare, utilizzare, indicare.

Antonio: E insieme sorge implicitamente il dominio nel quale tutto questo è possibile.

Humberto: Sì. Ciò che distingui implica sempre una matrice sensoriale-operazionale-relazionale nella quale quella distinzione ha senso.

Antonio: È come se ogni cosa portasse con sé il mondo nel quale può esistere?

Humberto: Direi piuttosto che cosa e mondo sorgono insieme nell'operazione di distinzione.


Antonio: Questo cambia molto.

Humberto: Che cosa cambia?

Antonio: Io normalmente penso: prima esiste il mondo, dentro il mondo ci sono le cose e infine arrivo io che le osservo.

Humberto: È il modo spontaneo in cui viviamo.

Antonio: Ma epistemologicamente tu stai dicendo qualcosa di diverso.

Humberto: Sì. Non possiamo collocarci fuori dal nostro vivere per osservare un mondo che esisterebbe indipendentemente dalle operazioni attraverso le quali lo distinguiamo.

Antonio: Perché anche quel presunto mondo indipendente sarebbe qualcosa che sto distinguendo adesso.

Humberto: Precisamente.


Antonio: Allora torniamo alla frase che continua a mettermi in difficoltà: «nulla esiste in sé».

Humberto: Che cosa ti disturba?

Antonio: Sembra quasi dire che nulla esista.

Humberto: Ma non dice questo.

Antonio: Allora che cosa dice?

Humberto: Dice che non possiamo parlare legittimamente dell'esistenza di qualcosa prescindendo dall'operazione attraverso la quale quella cosa viene distinta.

Antonio: Quindi non è nichilismo.

Humberto: No.

Antonio: E nemmeno idealismo nel senso di «tutto è nella mia testa».

Humberto: No. Anche la tua testa, quando ne parli, è qualcosa che distingui nel tuo operare di osservatore.


Antonio: Allora prendiamo qualcosa di molto concreto. Quest'albero davanti a noi.

Humberto: Guardalo.

Antonio: Lo vedo.

Humberto: Che cosa vedi?

Antonio: Un tronco, dei rami, delle foglie.

Humberto: Un botanico potrebbe distinguere altre cose.

Antonio: Tessuti, organi, specie, caratteristiche morfologiche.

Humberto: Un falegname?

Antonio: Legno.

Humberto: Un bambino?

Antonio: Un posto sul quale arrampicarsi.

Humberto: Un uccello?

Antonio: Non posso sapere che cosa «veda» nel senso umano della parola.

Humberto: Molto bene.


Antonio: Ma l'albero non cambia perché lo guarda un botanico o un bambino.

Humberto: Non stiamo parlando di trasformare magicamente ciò che accade. Stiamo parlando di ciò che sorge come distinto.

Antonio: Capisco. La distinzione «legno utilizzabile» appartiene a un mondo differente dalla distinzione «albero della mia infanzia».

Humberto: E può essere lo stesso organismo a partecipare a entrambe le distinzioni.

Antonio: Quindi mondi differenti possono intersecarsi nella stessa corporeità.

Humberto: Sì.


Antonio: E queste matrici non sono qualcosa che sta dietro le cose?

Humberto: No.

Antonio: Non sono una specie di struttura metafisica nascosta dell'universo?

Humberto: No. Se le trasformassi in questo, ne faresti precisamente quella realtà trascendente che diciamo di non poter conoscere indipendentemente dal nostro operare.

Antonio: Allora dove sono?

Humberto: Nel tuo vivere.

Antonio: Questa risposta sembra troppo semplice.

Humberto: Perché cerchi qualcosa dietro il vivere?


Antonio: Perché sono abituato a pensare che debba esserci un fondamento.

Humberto: Eccoci di nuovo lì.

Antonio: Voglio sapere che cosa sostiene tutto.

Humberto: E per rispondere immagini qualcosa che dovrebbe esistere indipendentemente da ogni osservatore.

Antonio: Sì.

Humberto: E come potresti conoscerlo?

Antonio: Dovrei distinguerlo.

Humberto: E nel momento in cui lo distingui?

Antonio: Non sto più parlando di qualcosa indipendente dalla mia distinzione. Sto parlando di ciò che sorge nel mio distinguere.

Humberto: Questo è il nodo epistemologico.


Antonio: Allora la domanda «dove esistiamo?» non può essere risolta dicendo semplicemente: «dentro la realtà».

Humberto: Perché dovresti ancora spiegare che cosa intendi per realtà.

Antonio: E se dicessi: «nell'universo»?

Humberto: Dovresti spiegare che cosa distingui quando dici universo.

Antonio: «Nel cosmo»?

Humberto: Lo stesso.

Antonio: «Nella natura»?

Humberto: Ancora lo stesso problema.


Antonio: Allora come risponderesti?

Humberto: Direi che esistiamo nella realizzazione del nostro vivere, nell'unità ecologica organismo-nicchia che integriamo.

Antonio: E, come esseri umani?

Humberto: Esistiamo inoltre nel linguaggiare, nel conversare e nel riflettere, generando differenti mondi come differenti matrici di coerenze sensoriali-operazionali-relazionali.

Antonio: Quindi esisto contemporaneamente come organismo e come persona.

Humberto: Purché tu non trasformi questa distinzione in una separazione.


Antonio: Perché la persona non galleggia sopra l'organismo.

Humberto: No.

Antonio: E il mio conversare non esiste indipendentemente dalla mia corporeità.

Humberto: Certamente no.

Antonio: Però il conversare appartiene a un dominio relazionale diverso da quello delle trasformazioni molecolari che realizzano la mia autopoiesi.

Humberto: Esatto. Domini differenti, non realtà separate.


Antonio: Proviamo ad applicarlo alla vita quotidiana. Io entro in una riunione politica.

Humberto: Che cosa sorge?

Antonio: Un mondo fatto di persone, incarichi, maggioranze, minoranze, alleanze, votazioni, prestigio, potere.

Humberto: Poi esci e incontri una persona che ami.

Antonio: Sorge un altro mondo: vicinanza, carezza, ricordi, desiderio, intimità.

Humberto: Poi vai a cantare.

Antonio: Ed emergono melodia, ritmo, voce, ascolto, armonia, piacere dello stare insieme.

Humberto: Sei uscito dall'universo e sei entrato in altri universi?

Antonio: No. La mia corporeità continua il proprio vivere nella sua unità organismo-nicchia, ma io vivo differenti mondi relazionali.


Antonio: E posso passare dall'uno all'altro senza accorgermene.

Humberto: Continuamente.

Antonio: Posso perfino portare un mondo dentro un altro.

Humberto: Fammi un esempio.

Antonio: Posso portare la competizione politica nel canto e cominciare a domandarmi chi è più bravo.

Humberto: Sì.

Antonio: Oppure posso portare l'amicizia nella politica e smettere di trattare l'avversario come un nemico da annientare.

Humberto: Anche questo.

Antonio: E in entrambi i casi cambia la matrice relazionale nella quale opero.

Humberto: E cambiano le possibilità di ciò che può accadere.


Antonio: Quindi le matrici non sono soltanto qualcosa che posso descrivere. Possono trasformarsi.

Humberto: Nel vivere stesso.

Antonio: Ed è qui che entra la riflessione.

Humberto: Sì.

Antonio: Perché posso osservare il mondo che sto vivendo.

Humberto: E quando osservi il tuo osservare?

Antonio: Accade qualcosa di ancora più strano: io stesso divento ciò che distinguo.

Humberto: E compare l'osservatore che osserva il proprio osservare.


Antonio: Aspetta, perché questo è importante. Io normalmente dico: «Io osservo il mondo».

Humberto: Sì.

Antonio: Ma posso domandarmi: «Come sto osservando questo mondo?».

Humberto: Esatto.

Antonio: E allora distinguo me stesso nel mio distinguere.

Humberto: Sì.

Antonio: Quindi anche l'«io osservatore» non deve essere presupposto come qualcosa che esiste già fuori dal processo.

Humberto: L'osservatore sorge nel vivere umano quando, nel linguaggiare e nel conversare, può distinguere il proprio distinguere.


Antonio: Facciamo un esempio.

Humberto: Fallo tu.

Antonio: Vedo una persona e dico: «È arrogante».

Humberto: Bene.

Antonio: In quel momento sto vivendo la mia distinzione come se l'arroganza fosse una proprietà della persona.

Humberto: Sì.

Antonio: Poi mi domando: «Che cosa sto facendo quando dico che è arrogante?»

Humberto: E cosa succede?

Antonio: Porto l'attenzione dal solo osservato al mio operare di osservatore.

Humberto: Esattamente.


Antonio: Allora posso accorgermi che sto chiamando «arroganza» una configurazione di comportamenti che distinguo secondo la mia storia e i miei criteri.

Humberto: Sì.

Antonio: Questo non significa che devo smettere di considerare quella persona arrogante.

Humberto: No.

Antonio: Significa che non posso più fingere che la mia distinzione non abbia niente a che fare con me.

Humberto: Questo è il cambiamento fondamentale.


Antonio: E qui compare la responsabilità.

Humberto: Sempre.

Antonio: Perché se dico: «È arrogante, punto», trasformo la mia distinzione in una caratteristica dell'altro indipendente da me.

Humberto: Sì.

Antonio: Se invece dico: «Io distinguo come arrogante questo suo modo di comportarsi», torno a essere presente nella mia affermazione.

Humberto: E puoi riflettere su ciò che desideri fare a partire da quella distinzione.


Antonio: Quindi sapere dove esistiamo cambia anche il nostro modo di convivere.

Humberto: Naturalmente. L'epistemologia non è separata dal vivere.

Antonio: Perché se credo che le mie distinzioni corrispondano direttamente a una realtà indipendente, posso dire all'altro: «Tu sei così. Io so chi sei».

Humberto: E chiudi lo spazio della conversazione.

Antonio: Se invece riconosco la mia partecipazione alla distinzione...

Humberto: Puoi dire: «Questo è ciò che vedo. Mostrami ciò che vedi tu».

Antonio: E compare un altro mondo.

Humberto: Precisamente.


Antonio: Allora provo a rispondere alla domanda iniziale.

Humberto: Ti ascolto.

Antonio: Dove esistiamo?

Non in una realtà trascendente che possiamo osservare dall'esterno.

Esistiamo nella realizzazione concreta del nostro vivere come sistemi molecolari autopoietici, nell'unità ecologica organismo-nicchia che integriamo.

E, come esseri umani, esistiamo contemporaneamente nelle differenti matrici sensoriali-operazionali-relazionali che sorgono nel nostro linguaggiare, conversare, sentire, agire e riflettere.

Humberto: E queste matrici dove sono?

Antonio: Non sono dietro il mondo.

Humberto: No.

Antonio: Non sono contenitori nei quali entriamo.

Humberto: No.

Antonio: Sorgono insieme ai mondi che viviamo nel momento stesso in cui li viviamo.


Humberto: E tu, Antonio, dove sei in tutto questo?

Antonio: Non fuori, a guardare.

Humberto: Dove allora?

Antonio: Dentro il mio stesso vivere. Ma anche «dentro» è una metafora.

Humberto: Certamente.

Antonio: Forse dovrei dire semplicemente:

io accado vivendo.

Humberto: Continua.

Antonio: E quando distinguo qualcosa, sorge contemporaneamente un mondo nel quale quella cosa acquista senso.

Quando poi distinguo il mio stesso distinguere, sorgo anche io davanti a me stesso come osservatore.

Humberto: E allora che cosa puoi domandarti?

Antonio: Non soltanto:

«Che cosa sto vedendo?»

ma:

«In quale mondo sto facendo esistere ciò che vedo nel modo in cui lo sto distinguendo?»

Humberto: E ancora?

Antonio: «Mi piace il mondo che sorge attraverso questo mio modo di distinguere?»


Humberto: Questa seconda domanda cambia tutto.

Antonio: Perché mi restituisce la responsabilità.

Humberto: Senza attribuirti onnipotenza.

Antonio: Non creo arbitrariamente ciò che voglio.

Humberto: No.

Antonio: Ma partecipo inevitabilmente alla generazione del mondo che vivo.

Humberto: Sì.

Antonio: E allora la domanda «Dove esistiamo?» conduce a una domanda ancora più concreta.

Humberto: Quale?

Antonio: Questa:

«Quale mondo sto facendo sorgere, proprio adesso, nel modo in cui distinguo ciò che distinguo?»

Humberto: E se quel mondo non ti piace?

Antonio: Posso osservare il mio osservare.

Humberto: E poi?

Antonio: Posso cambiare il mio fare.

Humberto: E allora?

Antonio: Può sorgere un altro mondo.

 

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